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Nella sua prefazione al libro di Lina Salvi, Traumi, resistenze, pur sempre la vita, Elio Grasso scrive: “le parole sono offerte perché ci si fidi, lontani dall’intrattenimento”. Questa fiducia il poeta se la conquista, verso dopo verso, nel suo libro più recente, Nella lingua del fuoco (Edizioni del Leggio, 2024, dirette da Gabriela Fantato). Inizio la mia breve nota citando proprio l’inizio di una sua poesia: “Scrivo perché sprofondo nell’aria, / che non sa parlare, / in cammino con un niente da salvare, uno scrittore / con voce roca, dicono: si sia fatto fuori, / in un bosco, in un chiaro-scuro / di incomparabile bellezza”. In questi sei versi Lina Salvi concentra l’idea di una bellezza e di un dolore che non possono districarsi l’una dall’altro, perché il ritmo della forma è il ritmo stesso del suo contenuto, e l’opera risulta non fine a se stessa ma esemplare. Così scrive Lina, nell’intervista che chiude il libro: “La declinazione dell’Io, non è un discorso che mi interessa molto in poesia, preferisco narrare al noi, perché solo come parte del mondo l’uomo può lottare e migliorare le cose, ottenere successi e/o conquiste”. Il poeta non si permette indugi: slancia i suoi versi con nuove, veloci soluzioni verbali. “…più in là si scatena l’inferno dei tuffi in acqua, / dei ragazzi, aspettando che la sera passi / nell’agilità del gioco, quasi mai / in un verde gelido di sirene”. Il tessuto verbale del poeta è un movimento fluido di parole che implodono come meteore leggere nel tempo esatto di poesie brevi: “Nell’imperitura notte / nell’incertezza dello sguardo / bisognerà sentire le gambe / tronchi mobili, oppure opachi // ma chi nel fascinoso buio / vedrà un dio inoperoso / in un mondo altro, parallelo, / non vedrà che un buco nero”. Al ritmo dei suoi versi Lina aggiunge, nelle ultime prove del libro, “Fotogrammi. Tra sogno e cinema”, la suggestione delle emozioni che i film ispirano, da Truffaut a Wenders: “Troverei illuminanti questi film / che copiano romanzi e viceversa le parole, / che scorrono sul piano, le mani”. Le arti non tendono mai a chiudersi nelle proprie gabbie stilistiche ma, al contrario, spalancano lo sguardo, permettendo all’aria di circolare in modo libero e nuovo. Ogni “sentire profondo” si nutre di radici diverse e genera un rizoma che non riusciamo ad afferrare nella sua interezza ma che sempre è mistero allusivo, che rimanda a gioia o dolore mai confessati, come in un giardino segreto.
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Antologia
Scrivere nella lingua del fuoco
che batte sui denti
e batte
sulla pelle opaca,
scrivere di ogni luce che si disperde
in un sole buio,
scostando un osso che barra,
e dice di quei segni nel corpo,
nostro pianeta inascoltato,
pulsante, vivo.
*
Guarda il cielo notturno:
siamo due tipi di potere, io azzurro
tu l’immancabile blu, il rosso ci ha lasciati.
Guardo la sera: dico la notte non mi è amica,
la notte di fantasmi sconosciuti.
Un dottore direbbe di raccontarlo
oltre il sonno, in un vortice di pietra
oltre quell’aria soffice
di uno strano aprile.
*
Scrivo perchè sprofondo nell’aria,
che non sa parlare, in cammino
con un niente da salvare, uno scrittore
con voce roca, dicono: si sia fatto fuori,
in un bosco, in un chiaro-scuro
di incomparabile bellezza.
Ombra contro ombra, ora come allora,
con il passo che si allunga
si fa strada per oppio o per estasi ancora.
Ombra contro ombra, come allora,
con un domani contro.
Un blu senza limiti che occhieggia
a dismisura accorcia, il mare
e prenderlo,
invaderlo tutto.
*
I fiori risplendono nel giardino estivo,
inseguono l’acqua, il loro persecutorio oggetto,
del temporale sanno l’abbandono, invocano
il ritmo delle stagioni.
Ci si affida alla luna, sogno perenne degli uomini,
ma poi lassù il nostro astro lontano
che conosce la pietà,
ci accompagna nella sera pigra,
nel nostro essere recisi, eppure nonostante
nell’universo.
*
Perchè nel nostro mondo qualcosa
è sempre nascosto,
piccolo bianco fiore?
Piccolo quel che chiamasti bacio,
puro perchè non lo rimpiangessimo:
qualcosa indesiderato al mondo,
invocando che sia, un ordine.
*
La pioggia cade nel giardino oscuro
gli uccelli beccano il glicine fiorito,
la scampa il ciliegio, per la sua aria nobile.
Cosa nasconde un simile destino?
Di certo la vanga al muro ammette
la terra smossa, falciata dalla luce,
assapora il riposo, invoca vita.
Sarà bello non avere mente dell’oggi
del cielo scuro che schiarisce una rondine,
ed è qualcosa chiamato sole, non per noi,
per lei dal libero fuoco del volo.
*
Guarda il cielo notturno:
siamo due tipi di potere,
io azzurro tu l’immancabile blu, il rosso ci ha lasciati.
Guardo la sera: dico la notte non mi è amica,
la notte di fantasmi sconosciuti.
Un dottore direbbe di raccontarlo
oltre il sonno, in un vortice di pietra
oltre quell’aria soffice
di uno strano aprile
*
Scrivo perché sprofondo nell’aria,
che non sa parlare,
in cammino con un niente da salvare, uno scrittore
con voce roca, dicono: si sia fatto fuori,
in un bosco, in un chiaro-scuro
di incomparabile bellezza.
Ombra contro ombra, ora come allora,
con il passo che si allunga
si fa strada per oppio o per estasi ancora.
Ombra contro ombra, come allora, con un domani contro.
Un blu senza limiti che occhieggia
a dismisura accorcia, il mare
e prenderlo,
invaderlo tutto.
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I fiori risplendono nel giardino estivo,
inseguono l’acqua, il loro persecutorio oggetto,
del temporale sanno l’abbandono, invocano
il ritmo delle stagioni.
Ci si affida alla luna, sogno perenne degli uomini,
ma poi lassù il nostro astro lontano
che conosce la pietà,
ci accompagna nella sera pigra,
nel nostro essere recisi, eppure nonostante
nell’universo.
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Perché nel nostro mondo qualcosa
è sempre nascosto, piccolo o bianco fiore?
Piccolo quel che chiamasti bacio,
puro perché non lo rimpiangessimo:
qualcosa indesiderato al mondo,
invocando che sia, un ordine.
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