PRIMA DEI LUMIERE. Piero Zino

Tonino è certo che l’Unità si farà, e anche molto presto. E che lui sarà eletto deputato al primo Parlamento del Regno d’Italia, il tutto in meno di trent’anni. Un giorno o l’altro verrà dichiarato pazzo dalle autorità sanitarie, Giacomo ne è convinto. Ma è altresì convinto che prima o poi lo diventerà anche lui, anzi più prima che poi. Due pazzi sotto lo stesso tetto, ma in ambiti diversi; uno in politica, l’altro in poesia. Gli scarafaggi che invadono la stanza (“scarafoni” li chiamano qui) del resto sono parte di tutto il bestiario che compare nei suoi scritti: topi, rane, cavalli, buoi, passeri…GALLO SILVESTRE!

La gente che si accalca nell’intreccio di vicoli sotto Palazzo Cammarota è come uno sciame ininterrotto che egli può scorgere dalle finestre del secondo piano: tante chi stipa nove travaglie e pene quant’io viddi?. Su Dante ha lavorato tanto quand’era giovane; no, non si riferisce alle terzine dell’Appressamento alla morte, quelli sono versi suoi che manco ricorda più che fine hanno fatto, forse sono chiusi nel baule dove Antonio dice di aver messo tutto quello che ha scritto finora. Già, quel matto del suo Antonio; senza di lui che lo piglia in braccio non riuscirebbe a fare nemmeno due scalini per entrare dentro casa e viverci rinchiuso come un…TOPO!

“Oggi è sabato, domani non si va a scuola / oggi è sabato, meno male”. Potrebbe essere il primo verso di una poesia, pensa. Un’altra poesia, che poi farà la fine di tutte le altre, che riempiono le pagine di libri che bisogna fare il giro delle sette chiese per trovare l’editore disposto a pubblicarli, che, le volte che succede, è solo perché gli fai compassione, e poi? Chissà, magari un giorno quelle parole potrebbero diventare una canzone sulla bocca di qualcuno di queste parti. Ecco un nuovo ragionamento insulso, di quelli che invadono il cervello come fanno qui le carrozze abbandonate in mezzo alla strada, oppure, ancor peggio, travolgono il popol che cade… Ah, il vecchio Parini al quale dedicai una delle mie Operette finite esattamente come lui, dimenticate! Eppure, ci dovrà pur essere un modo per sfuggire all’oblio, per non essere travolti dalla furia del divenire. Magari se prendessi il baule pieno delle mie scartoffie, lo gettassi in mare affidandolo alle correnti in grado di condurlo financo oltre Gibilterra, fuori da questa Europa ammuffita, in mezzo all’Atlantico e chissà che poi non venga ripescato da degli indigeni su canoe che lo portino là… Là dove? Beh, lo sapranno loro no?

Sifilide, sorbetti. Poco dopo mezzanotte Tonino è arrivato con l’una e con gli altri come fa di solito, ma stavolta si è portato dietro Don Mario Martone, ‘o reggista. Già, perché l’idea sarebbe quella di fare un film su Giacomo e precisamente sulla sua vita, tutta quanta a partire dai primi vagiti a Recanati. Appena sentita la cosa, lui si alza di scatto e va a chiudersi in camera. Inaudito! Regista infatti vuole dire cinema, vale a dire la forma più moderna e sofisticata di macchinismo che sta riempiendo le sale di un pubblico inebetito e che in molti spacciano per arte, come se non bastasse quella che già c’è e che fa della letteratura, della pittura e della scultura ciò che realmente sono oggi: quisquilie. Al cinematografo non ha mai voluto mettere piede, ma gli hanno spiegato in cosa consiste; una sala buia gremita di gente in cui su una enorme tela posta nella parete centrale appaiono immagini in rapida sequenza per due o anche più ore infarcite di musica e dialoghi, fino a quando non sopraggiunge lo sfinimento collettivo. La sua vista inoltre subirebbe un grave danno a causa del contrasto intensissimo provocato dal buio e dai colori sgargianti provenienti dallo schermo. Un essere umano può elaborare al massimo una ventina di fotogrammi al secondo, mentre una mosca ne percepisce circa duecento e allora riempiamole di insetti queste sale e che si godano certi spettacoli; in tal caso a guadagnarci sarebbero sia loro in grado, con i sensi acutissimi, di apprezzare appieno il guazzabuglio, sia noi che ci libereremmo, anche se solo per poco, di quei molestatori. Ma questi turbamenti sono nulla al pensiero che la sua vita possa bellamente essere messa in mostra al cospetto di chiunque abbia voglia di venire a sapere i fatti di un suo simile, così solo per soddisfarne la curiosità nel migliore dei casi e, nel peggiore, chissà quali istinti ancora più bassi.

Elio Germano è l’interprete di Leopardi nel film di Mario Martone Il giovane favoloso del 2014. È stato capace di trasfondere il proprio corpo in quello del recanatese, di incarnarne le deformità, di evocare in ogni minimo gesto ed inflessione della voce la forza di quella poesia che Antonio Prete definisce “pensieropoetante”. Elio si è fatto Giacomo, il corpo fragile e la mente potente, freddissimo e al tempo stesso caldissimo, contemporaneamente timido, violento e coraggioso. Non va farneticare tutto il giorno. Alla salute nuoce pensare, o metafisico. Meglio osservare cosa freme e gorgoglia là in fondo al fango. Come nei versi di Durs Grünbein  Napoli, ultima tappa del suo percorso terreno, diventa una discesa agli Inferi. Nella scena del “lupanare”, dove lo invia Ranieri per fargli conoscere l’amore carnale, dopo aver istruito a dovere le prostitute Giacomo, sempre più gobbo e storto, viene crudelmente sfottuto e poi inseguito da un branco di scugnizzi che lo insultano e lo obbligano a fuggire. Più il film procede e più si è al cospetto di un uomo ormai quasi totalmente invalido, che pur tuttavia riesce a camminare per la città devastata dal colera osservando, esplorando ogni più piccolo angolo di strada e proprio quell’invalidità lo libera, per così dire, di una parte della sua sofferenza, mentre la poesia avanza, occupa sempre più spazio, diventa ragione assoluta di vita. Ed è allora che si apre il poderoso finale con i versi de La ginestra magnificamente recitati da Germano ai piedi di un vulcano in eruzione nel buio notturno, in cui l’umano non cerca più improbabili rassicurazioni cognitive dalla natura, ma si fonde egli stesso nella forza che gli sta di fronte e che si appresta ad annientarlo.

Elio Germano, ne “Il giovane favoloso”

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