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Un libro come Fossili di rivolta. Immaginazione e rinascita non è un volume di saggi da recensire: esposizione di una visione del mondo come costellazione e intreccio di saperi, Fossili di rivolta. Immaginazione e rinascita (Thon editore, 2024, 398 pp.) rende vera la quarta di copertina: “Questo libro è una foresta”. La foresta la si percorre e ci si perde, si lasciano e si trovano tracce. Mai, in nessun saggio del libro, appare un’idea assoluta che faccia da stendardo a una qualche autorità scientifica, filosofica, psicoanalitica, letteraria dominante. Tutte le idee, di cui il libro è fitto come un alveare, scorrono veloci dall’antico al presente; connettono storia, mistica, filosofia, App, diritto, algoritmi, futurologia, archeologia. La “specie storta”, evocata dal suo recente libro di versi, trova qui una sua anomala dirittura, e la mappatura del volume scopre in Cornelio un essere arcaico, oggetto/soggetto di metamorfosi, attore di una “seconda innocenza”. Rompere con i canoni definiti delle cose è l’utopia di questo libro selvatico e aurorale, che difende una archeologia del possibile dove nuovo e antico si alleano per studiare nuove rinascite. L’idea del libro come oggetto animale e devozionale, da penetrare con tutti i sensi e non solo con la vista, consente al lettore quelle “fioriture percettive” che lo guidano, capitolo dopo capitolo, verso una nuova, antichissima storia dell’immaginazione. Impossibile pensare un recensore del libro che ne colga tutte le caratteristiche: a questo spavaldo “fossile di rivolta” serve uno sguardo volatile che incroci connessioni e accelerazioni, dalla pelle del libro a TikTok, mantenendo intatto il clima sovversivo e perturbante dei legami e delle sintesi. Il fuoco centrale è il percorso di sincronia delle cose, la necessità di scoprire legamenti e controtempi dentro immagini che non appartengono a nessun secolo e a nessun millennio. Draghi, elefanti, papi, ircocervi, ife, alberi, cosmi, vermi, pelli, radici, la cattedrale del cinema, le archeologie dell’accelerazione, il social network dei morti, ci dicono, a libro concluso, che “tutto è pieno di dèi” e che il corpo umano è ancora un “corpo a venire”. Ma, lo ripeto, questi pensieri non sono altro che un pallido prologo a future e più articolate riflessioni, capitolo per capitolo, perché il libro non è un trattato conclusivo di verità rivelate ma una porta spalancata dalla scrittura a misteri esplorabili e inesplorati. (M.E.)
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“Come possiamo osservare in una xilografia delle ferite del Cristo (risalente al 1490 circa), alcune immagini contenevano direttamente un invito esplicito a baciarle o a toccarle in cambio di protezione. In questi casi l’aspetto performativo è ancora più evidente. Una traduzione del rotolo posto sul lato destro della xilografia recita. “ Questa piccola croce che sta nella piaga del Cristo, se misurata quaranta volte, dà la lunghezza del Cristo nella sua umanità. Chiunque la bacerà con devozione sarà protetto dalla morte improvvisa o dalla sfortuna”. La storica Kathryn M. Rudy, che ha esplorato a fondo la fisicità rituale dei manoscritti medievali, include esempi simili alla xilografia della ferita di Cristo nella categoria delle immagini e dei testi talismanici, suggerendo che possedessero un potere apotropaico. Al di là di questa funzione talismanica, la xilografia delle ferite del Cristo è, in tutti i sensi, un’immagine irriducibile a un solo atto di osservazione. Prendendo in prestito un’espressione di Georges Didi-Huberman, possiamo dire che questa “paradossale endoscopia di un corpo assente” manifesta la potenzialità delle immagini di generare (dall’interno) il loro costante movimento in dislocazione. L’immagine, in altre parole, richiede da noi una sorta di sforzo percettivo capace di cogliere la realtà come un montaggio inesauribile, superando l’idea di una rappresentazione fissa, definitiva e integrale. Ci troviamo di fronte a un corpo che, proprio perché toccato ed esposto fino alla cecità della propria ferita interna, ci mostra l’inaffidabilità di ogni autopsia; così facendo, rompendo questo falso naturalismo, l’immagine riesce però a diventare la prova tangibile di un altro corpo: un corpo non più umano; un corpo a venire“.
Da il bacio e la ferita, p. 235
