IL BEL TEMPO. AVVICINAMENTI, 1. Luisa Pianzola

Antonin Artaud

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Accade che un libro di poesia attragga il lettore fin dalle poesie iniziali. Ma come accade? Presento qui le prime due poesie de Il bel tempo, di Luisa Pianzola (Transeuropa, 2024). Perché accade? Abbozzo una risposta. Nel dettato espressivo dell’autrice affiora subito un pensiero, non un’impressione visiva o un afflato lirico, un pensiero che è spietata visione del mondo. Nella prima poesia tutto si pietrifica, si chiude, precipita, ma questo appartiene al mondo dei “descritti”. E quelli, come ricorda Pianzola, “non saremo mai noi”. Il poeta si pone al di fuori del mondo descritto. Guarda, misura, ragiona, scrive. E, con ancora maggiore chiarezza, il suo sentimento/giudizio disloca nella seconda poesia, dove si parla del “vuoto d’aria e d’acqua” dove sono immersi i genitori defunti. Galleggianti. Non-morti. Che non fanno le solite conversazioni ma mandano un “sibilo acuto come di cetacei”. Senza bisogno di cenni spirituali, il mondo del sacro, qui emerso (sommerso), è parte del nostro vivente (“…tra i miei piedi / e le loro teste corrono chilometri di silenzio”). Il discorso, naturalmente, non finisce qui. Ma talvolta, per il lettore, è necessario vedere bene la porta che lui spalancherà per leggere il libro.

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Questo è il bel tempo.

Il tempo che non c’è, che leva le tende e sparisce

si solleva da terra e sfuma nel primo strato

dell’atmosfera. Nessuno va più su

o di lato, o indietro.

Non maturano i gigli e le pesche, acerbe.

Si chiudono temporaneamente orifizi

e fughe prospettiche.

Tutta la folla rimane in attesa. Socchiuse le bocche

mentre altre stanze precipitano,

si abbassano al suolo come un periodare maldestro.

La scrittura non rincorre il fine riga.

Non passa per l’antica meta del cervello il punto che arriverà.

Questi siete voi, i descritti.

Questi non saremo mai noi.

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Un lago si è aperto sotto di me,

un vuoto d’aria e acqua. Immersi vi sono

i miei genitori, se ne stanno così

in profondità che tra noi, tra i miei piedi

e le loro teste corrono chilometri di silenzio.

Verticale, opaco.

Filtrato da strati vischiosi.

Solo così li rivedo, da sopra

ma non sento i dialoghi di casa,

quel tipo di conversazioni.

Si sente solo un sibilo acuto come di cetacei.

Degli esseri viventi, quindi, che si muovono

nello spazio abissale che ci separa.

Non sono sicura che siano morti.

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Luisa Pianzola (Tortona, 1960) è poeta, giornalista ed editor. Si è laureata in storia dell’arte contemporanea (Lettere moderne) all’Università di Genova e diplomata in visual design alla Scuola Politecnica di Design di Milano. Ha pubblicato le raccolte di poesia Il punto di vista della cassiera (LietoColle-Pordenonelegge, 2020); Una specie di abisso portatile (La Vita Felice, 2015); Il ragazzo donna (La Vita Felice, 2012); Salva la notte (La Vita Felice, 2010); La scena era questa (LietoColle, 2006); Corpo di G. (LietoColle, 2003); Sul Caramba (Giampiero Casagrande Editore, 1992). Tradotti in inglese, francese, spagnolo, suoi testi sono stati pubblicati in saggi, antologie e riviste tra cui “Gradiva, International Journal of Italian Poetry” (New York, 2017) e “Conversation Poetry Quarterly” (Kent, UK, 2012). Ha collaborato con il periodico letterario “La Mosca di Milano”, ha fatto parte delle giurie dei premi Guido Gozzano e Lorenzo Montano e ha curato per LietoColle il progetto Serre di Poesia, dedicato ai giovani autori

Luisa Pianzola e Angelo Lumelli

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