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La penultima sezione del libro di Pianzola, Sindrome di Sjogren, è illuminata dai versi di Angelo Lumelli: “C’è un fulmine che illumina troppo / e lascia il buio, il mistero di una / vista eccessiva”, e ci guida verso un mondo incompiuto dove “esistono innumerevoli biografie di artisti / dipinti mai conclusi che rincorrono / le note…“. Alla fine si abita quel mondo altro, impossibile. “Ogni profumo / dalle piante sul balcone è un sommario di età giovanili – la ruta, la ruta, traboccante dal vasetto. / Io abito nel millennio scorso, è tutto così inerte / e saporito, pietrificato e volato via”.
La sezione I fantasmi chiude il libro di Luisa Pianzola, con un soprassalto lieve. “Stanotte lo scriverò, questo niente”. È come se il poeta sapesse tutto del suo dolore e si limitasse a trascriverne minimi segni, a fine libro, quasi volesse tacere. “Sento vacillare la metà di me / spaccata e ritrovo sensi / un tempo vuoti. Si chiude / si chiude, stasera e ovunque”. La conclusione, suggerita dalle parole, è una tragedia. Ma piccola, volata via, senza drammi. Per pudore.
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Tatina
Il vezzeggiativo lasciato scivolare
nella conversazione di un giovedì mattina
correva a ritroso lungo il sangue fluido poi più denso
della maturità per riconnettersi all’io bambino
e sofferente. Risvegliando una canzoncina
fresca come un ruscello, fulmineo
risarciva un credito, una voragine di atti mancati
d’amore e sorveglianza.
Una prigionia
Stanotte lo scriverò, questo niente.
Per una tortuosa via gerarchica dove tutte
le vite e le culture della terra stanno nella
mia coppia di dita, il flusso che ha corso la gara
più dura si è già spento.
Negare il mio essere è stato il massimo
che potevo fare in questa città, in questo appartamento
dove tutti gli abitanti, morti o felici, dormono.
*
Questa idea di notte è già passata,
un’idea di sangue e riconoscenza,
i signori fantasmi – le persone che ho amato
e svaniscono con me, nella piena
dei morenti allineati.
*
Tutti abbiamo bisogno di una prigionia,
anche quel bel corpo che non serve più.
Del guardiano che ci osserva chiedergli approvazione,
superando gli ostacoli della fisicità
abbordiamo la benevolenza.
*
Metà di me
Mio dio quanto è tutto corpo,
per te fratello in quegli umori tutti solidali
a un indizio, essere vivi.
*
Ed è tantissimo scrivere queste
quattro righe in una latrina di bisogni
corporali sebbene sia noto che è solo
spirito quel sangue che ristagna nella sacca.
*
È metà di me, nel bene
e nel male, la metà che sta vacillando
e i cui contorni luminosi
slabbrano e sfocano nei tratti.
*
Vieni, piccola e debole
mia metà.
Camminiamo un po’ insieme.
*
Finalmente so
quanto c’è da sapere: non riavrò
ciò che non ho perduto
e non avverto mancante.
Sento vacillare la metà di me
spaccata e ritrovo sensi
un tempo vuoti. Si chiude
si chiude, stasera e ovunque.

Luisa Pianzola e Angelo Lumelli
