L’OCCHIO CHIAROVEGGENTE. Angelo Lumelli

Tra spaventosa chiaroveggenza e una buona vista. Omaggio a Marco Ercolani e all’altro dentro di noi.

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Ho girato per giorni e giorni intorno alla città murata di questo libro. Quali muri? – se il libro risponde a domande, se sta parlando, addirittura privatamente, ad ogni lettore, a tu per tu – o da chi vengo a sapere che Marco Ercolani beve volentieri il caffè macchiato a pagina dieci? L’autore è uscito dalle opere, vuole dialogare, vuole dire com’è andata?

Ho avuto una piccola collezione di carte assorbenti, oggetti di modesto antiquariato. Ricordo, dalle scuole elementari, lo scintillio dell’inchiostro fresco che s’acquietava, mentre la scrittura in chiaro sprofondava nella carta morbida, spessa – parete primitiva, impronte di mani nelle grotte del neolitico? Come risalire – se convenisse – dalla carta assorbente alle parole in chiaro? – e se si trattasse di scrivere in chiaro per ottenere magnifiche carte assorbenti? E se fosse di realizzarle direttamente, con mestiere raffinato, nascondendo la matrice – madre dell’irrevocabile, tradita da mocciosi intelligenti?

Tutto questo domandare, insistente, è causato da “L’altro dentro di noi”, libro che sembra rispondere ad interrogazioni – è un’autointervista – e invece pone domande – alle quali rispondere con un impegno, se sì o no, se essere parte o andarsene.

In realtà, ognuno di noi, in quanto altro dentro chiunque, è già compromesso – si sapeva, già dalla mano destra di Merleau-Ponty che tocca la sinistra e, in quell’istante, entrambe sono toccate, toccanti, infine contemplative – mani sumere, egizie, regali. E il grido delle mani spalancate nelle caverne? – le dita aperte, divaricate?

Marco Ercolani racconta che, tra un po’, andrà a scrivere. Quindi scrivere è qualcos’altro di ciò che sta facendo, adesso? – “Vorrei cominciare a farlo, non appena ritorno a casa.” (p.55) Lo seguiamo: “Camminando a piedi spesso mi perdo. Ma alla fine un qualche luogo mi accoglie sempre, nella superficie della terra come nelle pagine dei libri, e torno a essere chi trova storie antiche, di pittori, falsari, suicidi, superstiti, ossessi, vittime, assassini, persi in qualche nebbia lontana, e quelle storie le svolgo con calma nel foglio. Ripeto: con calma.” (p.11) C’è da fidarsi di questa sicurezza artigianale? – o l’artigianato, virtù dei classici, è lo stadio terminale del panico?

Mi domando: cos’è il dopo? Il dopo è, dopo essersi persi, trovare un luogo. Senza quel luogo dove sbucare il tempo è un gomitolo introverso, disumano. A mio modo glielo avevo scritto, una volta: “Il vuoto deve accontentarsi di essere intervallo” (Cento lettere, p. 51) – in un’altra lettera ho citato Nanni Cagnone, l’ineffabile: “A volte mi chiedo perché ciò che c’è non basta.” (Cento lettere, p. 111) – Marco Ercolani medesimo scrive d’ avere “desiderio di cose inesistenti” (p. 45): sono indizi, ritengo, di una vaganza dell’asse interiore, un orizzonte inclinato, foriero di luci spioventi, tempeste.

Il rapporto tra inizio e dopo riguarda una soluzione? – il raggiungimento di un buon fine, se mai fosse?O tra i due momenti non c’è progressione né fedeltà? – purché si sbuchi, accidenti! Il dopo chiude la quarta parete della stanza, la rende il luogo di meravigliose finitudini? Marco Ercolani assicura che il dopo c’è – “un sole che soltanto in un secondo tempo illuminerà il paesaggio.” (p.11) Quel secondo tempo distingue il linguaggio della follia dal linguaggio della ragione? La follia non ha secondo tempo. Anche la poesia, giusto per tirala in ballo, ospite occulto del libro di Marco Ercolani, non ha un secondo tempo. Essa non aspetta alcun soccorso esterno – parola che non ha bisogno di frase! Marco ci conferma che la mancanza di secondo tempo rende simili poesia e follia. La poesia, sotto sotto, è una follia mediocre, non realizzata pienamente, non guarita del tutto – “Uno dice che griderà ventisei volte e non ventisette.” (p.72)allora può cominciare a scrivere, sotto quel limite, al riparo – variazioni, ma dell’inesistente.

Esiste un pil poetico? – da Petrarca a Rimbaud, nel tema in classe, qualcuno scrivesse finalmente: entrambi aspettano miracoli corti! Non saltò infatti, improvvisando, Charles Adrien Wettach, in arte detto Grock, il più grande clown di tutti i tempi, sulla spalliera di una sedia esclamando, davanti al pubblico, why|perchè? – così che per tutta l’eternità non sapremo se era uno scherzo burlone o basta basta! con lacrime vere sul cerone dipinto – così che la poesia possa continuare il proprio bluff?

Avrei potuto accontentarmi di essere un poeta” (p.70) – sacrificando un’ambizione ulteriore, un dovere, quella maggiore portata dei polmoni, il grande respiro – “Essere sani essendo folli è avere polmoni più grandi e respirare di più.” (p. 72)

La poesia è sempre prematura, settimina? – che chiude le questioni prima del tempo? – con i suoi piccoli svenimenti, i deliqui – e il pensiero cosa fa? – guarda, con un piacere inconfondibile, come quando raggiunge l’aporia! Difficile non fare il poeta per chi lo è, difficile rinunciare al rito occidentale, mentre le grandi figure “si nascondono attraverso le loro opere: è con esse che diventano incomprensibili, e rifulgono.” (p. 56). La poesia la faranno altri per lui? – a lui, a Ercolani intendo, mancava solo poco, come mettere in bella – da qui deriva l’orgoglio – “idee sconfinate, orgogliose, illimitate. (p. 11) – l’impresa di oltrepassare la poesia, la sua penuria risolutiva, avanzando nel linguaggio illimitato, non verso il testo – una finta patria – semmai allontanandosi da esso, verso una vaghezza, per “scrivere di chissà cosa” (p. 22) – con l’avvertenza di “non dare tutte le risposte” (p.57), di “scrivere a matita, sapendo che tutte le parole sono cancellabili”” (p.57) – perché infine la scrittura lascia fare mentre si scioglie l’incubo d’essere sentenza, pronunciata da noi stessi, credendo di dire chissà cosa – invece era lei, l’irrevocabile, appena appoggiato il pennino, battuto un tasto.

Sfuggire alla causa – si chiama causa anche il processo in tribunale – superarla con la piena offerta di se stessi, lasciandola senza le vittime che essa aspetta – batterla insomma con l’anticipata pena, la costante espiazione, più che una vittoria segnare un punto, al momento buono – benché mai s’addormenti la frase della stretta osservanza, la sua forma di trottola, di trivella, che il nomade non può evitare: “Lui non viaggia per estensioni di territorio ma trivellando se stesso in un solo punto. Per quanto tempo si deve trivellare? Per quanto dannato tempo?” (p. 23)

La scrittura, che per Ercolani è ininterrotta – sarà passato un giorno sine linea? in realtà è fatta di interruzioni, di entrate ed uscite dai testi, di colpi di mano, come scrivere una lettera ad Hegel a nome di Hölderlin – “Il mio compito e guarire la mente inguaribile: una fatica senza senso, come per ogni psichiatra. Per questo scrivo, irrefrenabilmente…” (p.10) La libertà deve innanzitutto dare prova di liberare se stessa – in quel momento essa si accorge d’essere non l’impeto ottuso ma la pazienza di un metodo – essa è pulsante, una serie illimitata di inizi – mai sarà una fissità, come la rivoluzione essa non è lineare, una volta accaduta. Perfino la virtù non è statica, assalita da non si sa che demonio meridiano – circuens quaerens quen devoret – per cui: “Robespierre, sei di una rettitudine rivoltante.” | “Robespierre, du bist empörend rechtschaffen.” (Anton Büchner, Danton’s Tod).

Questo libro, così complice con i morti, con gli sperduti – libro di libri – è altrettanto complice con noi lettori? – ci assegna un compito nuovo? Questa domanda fondamentale, tra le infinite domande che costellano queste mie povere pagine, amorevoli, all’inseguimento, può trovare un bandolo da prendere al volo, nelle seguenti affermazioni:

“…io ho orrore della prigionia e mi smarrisco nella libertà. Così continuo, ossessivamente, a rappresentare l’atto del mio liberarmi, indugiando sui dettagli, rallentando il tempo, non permettendomi di tornare all’orrore precedente e non affrontando lo smarrimento futuro. Sono costretto alla solitudine e all’ascesi da una spaventosa chiaroveggenza. So tante, tantissime cose, ma non ho davvero nulla da dire. […] Ma una via c’è: non essere mai in un solo luogo. (p.22)

Marco Ercolani ci dice più di quanto avremmo mai sperato di venire a sapere. Ci dice d’essere un uomo solo (un uomo segnato? riconoscibile da lontano?) e un’asceta, ma per una ragione inversa: l’ascetismo non ha prodotto la chiaroveggenza, come di solito s’immagina nelle vite degli illuminati – è la chiaroveggenza che ha prodotto l’ascetismo e la solitudine.

L’occhio chiaroveggente non è l’occhio lungimirante, come chi vede la lunga catena delle cause e degli effetti – virtù proprie degli ottimi consulenti aziendali, purché costoro non vedano troppo lontano, oltre i tempi dell’impresa – o verrebbero licenziati. L’occhio chiaroveggente ha, nel suo stesso nome, il biancore di ciò che, sgominate le ombre, afferra tutti i corpi solidi, assorbendoli nella propria chiarità esultante, tremenda. La chiaroveggenza vede l’invisibile, letteralmente, non come sciocco ed enfatico modo di dire: vede ciò che non c’è più, gli interni umani, dove gli uomini si compiacciono dei loro misteri, bisbigliando, complottando.

Quegli interni hanno perso la loro occasione di dichiararsi apertamente, si sono occultati (per fare peccati?) e adesso – non per punizione, vecchia mania – ma per disistima, per nausea vengono scavalcati dalla mandria luminosa di un pensiero impaziente, che travolge ostacoli deboli, millantati, che non hanno più nulla da offrire, se non ripetizioni, copie, come chi passa due volte all’incasso.

L’occhio chiaroveggente è un occhio sterminatore. In alleanza con il linguaggio esso tende ad azzerare le storie, attraversandole come una bufera. Non ha più appigli né luoghi di sosta. Se mai, nelle contraddizioni, sognasse di scrivere – come forse aveva fatto in altri tempi o nel sonno – l’opera verrebbe cancellata al risveglio.

“So tante, tantissime cose, ma non ho davvero nulla da dire” (p. 22)

Dunque la chiaroveggenza scavalca anche il linguaggio fatto di particole, ma – vorremmo immaginare – intonando un movimento, muto, un calco di poema, che solo i radar possono captare. C’è un rapporto tra la chiaroveggenza sterminatrice e il mito di Orfeo, colui che di propria volontà, incredibilmente, lascia Euridice nell’Ade, tra i morti, poiché essa era diventata un canto, il più bello mai cantato – e ora, adesso che più nessun canto la sosterrà, passata quella stagione estatica, non sarebbe che una ragazza strana.

Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d’un topo che si salva.”(Cesare Pavese, “L’inconsolabile”, Dialoghi con Leucò)

Marco Ercolani cita Marta Graham, scenografa – con l’intento di convalidare la “crudeltà” dell’opera, la sua mancanza di consolazione? : “Un artista cammina e la sua opera lo segue come Euridice. Se si volta scompare, non c’è più nulla. Un creatore non guarda mai nulla dietro di sè…” (p.75)

Orfeo, voltandosi, non distrugge l’opera che aveva commosso l’Ade – distrugge ciò che quel canto aveva implorato di ottenere: Euridice. In quel canto c’era la positività della perdita, per cui la presenza di Euridice ritornata sarebbe stata un doppione, un rapporto a tre, imbarazzante – né ci vergogniamo, noi, di immaginare, per farcene un’idea accessibile. Euridice non può più essere un inizio, quell’istante senza errore. Qualcosa di simile all’assassinio anima la poesia?

Ecco Blanchot, debitamente citato: quel voltarsi di Orfeo e la conseguente scomparsa di Euridice sono “l’ultimo dono di Orfeo all’opera, in cui la rifiuta e la sacrifica portandosi, con lo smisurato impulso del desiderio, verso l’origine […] ancora verso l’opera, verso l’origine dell’opera.” (p.75)

Stranamente, secondo me, Marco Ercolani non cita “L’inconsolabile” (Dialoghi con Leucò) di Cesare Pavese – ma potrebbe prendermi in contropiede, con qualche simil-aporia nelle quali è specialista: e tu perché non rispondi alle domande che nessuno ti fa? In ogni caso Pavese fa dire ad Orfeo: “Ridicolo che dopo quel viaggio, dopo aver visto in faccia il nulla, io mi voltassi per errore o per capriccio.”[…]La stagione è passata. Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso. Un destino, se vuoi. Mi ascoltavo.” [“L’inconsolabile”]

Cosa c’è di così terribile nell’opera? – perché con essa ritorna, più o meno esplicitamente, l’idea della morte – così come la morte è presente nell’idea della festa? Perfino la Baccante, colei che profetizza la fine dell’opera, lo smembramento di Orfeo sui monti della Tracia, ha un’oscura speranza: BACCA: Vale la pena di trovarsi in questo modo? C’è una strada più semplice d’ignoranza e di gioia.

C’è una speranza nel non sapere? – che Ercolani intravvede in Kleist? – la purezza dei gesti: “Si potrebbe parlare di un trionfo della non-conoscenza.” (p.15) Alla fine il testo l’ha vinta? Adesso è Marco Ercolani che scrive:

Perché, alla fine, scrivere sia ancora un inizio. E, se verità assoluta e fragile è per ogni uomo la discontinuità della vita, verità relativa e potente e la continuità dell’invenzione […]: la magica intransigenza della poesia, la sua inesorabile continuità.” (p.75)

Il testo rivendica le sue prerogative: esso è senza uscita, perfettamente chiuso, come perfettamente chiuso è un inizio.

Ci vuole sangue nell’arena.

Exeas di his verbis, si potes | esci da queste parole se puoi” (Angela da Foligno, che cito da Giuliana Carugati, come già altre volte, in quanto non ancora riesco del tutto a capire, bensì a farmi ferire.)

Per quanto Marco Ercolani cerchi, da psichiatra, di lenire i mali attraverso il linguaggio – “accompagnare e consolare” (p.10) – l’operazione non ha fine, in quanto lo spostamento da “letteralizzazione del sintomo” (= un grido? un gesto? – in cortocircuito) a sua “rappresentazione” introdurrà, trattandosi di linguaggio, a una dilazione dove il maligno ha buon gioco.

La poesia: “È l’istante di assenza del vedere, la momentanea cecità della palpebra che si chiude. Il movimento delle ciglia è l’inconsapevole atto di rivolta contro la luce continua che rischia di offendere la retina.” (p. 53) E ancora:“ Se il testo è il risveglio della parola, il fondo di quella parola è il sonno.” (p. 54)

Se la chiaroveggenza sbianca ogni testo, essa non perseguita i suoi carbonari, li lascia fare – come un autoinganno, una chance – i quali, nella finta clandestinità, redigono testi ininterrottamente – Marco Ercolani ne sa qualcosa – all’ombra di quelli cancellati: apocrifi, inizi subito sventati, parole come le “parolles gelées / le parole congelate” di Pantagruel (libro IV), cadute dal cielo come caramelle o confetti di colori diversi….nous y veismes des motz… de azur, des motz de sable, des mots dorez – parole che, tenute al caldo, nelle mani, rinvengono e riparlano, nelle loro lingue originarie, fiabesche, ormai incomprensibili, dopo secoli. In una “frenetica immobilità” (Cento Lettere) Marco Ercolani tradirà ininterrottamente il mondo svuotato dallo sguardo che troppo vede, che non ha lasciato segreti né sapere, ma l’impazienza di un ricongiungimento impossibile – con chi? con cosa?

Necessario è solo tradire” (p. 26) – “Tradire e la natura del viaggio umano. Chi diventa adulto, tradisce se stesso bambino. Chi invecchia, oltraggia la sua giovinezza. E chi interpreta la voce dei pazzi non sfigura forse il loro silenzio?” (p. 27)

Scrivere, infine, riguarda la ferocia della fame.

Prima di parlare di cultura, voglio rilevare che il mondo ha fame…” […] Voglio dire che se è essenziale per noi tutti mangiare subito, è per noi ancora più essenziale non dissipare […] la forza del semplice fatto d’avere fame.” (Antonin Artaud, in Il teatro e il suo doppio).

Dunque la virtù della fame, condizione di amore e di annientamento – uno stato iniziale, iniziatico – forse come scrivere fuori dai margini? – non un’opera, ma cento (la bibliografia di Marco Ercolani sta approssimandosi, li ha superati?) – e paradossalmente: “Non uccidere realmente è la possibilità interminabile di uccidere simbolicamente. Essere punito per avere ammazzato letteralmente una persona sola è una mediocre, sciocca realtà.” (p. 49) e questa è la più bella requisitoria contro il sonetto e il “luogo solo” che io abbia mai sentito.

Dunque scrivere senza sosta, non per entrare, ma per uscire dal testo – impresa incredibile, unica. Non sarebbe possibile – o forse attraverso il delirio – se Marco Ercolani non avesse stipulato un’alleanza incrollabile con la “realtà”, un fantastico andirivieni, perfino impudente, per cui la realtà si offre alla scrittura nei modi più discinti: “Le mie visioni non sono svincolate dalla realtà. È la realtà stessa che, più la guardi, più si complica, si avvolge in sé e si dipana, non ha mai fine…” (p. 46) Il fatto che la scrittura sia “un’altra chance rispetto alla realtà” (p.30) non impensierisce né l’una né l’altra, che anzi ne godono, tradendosi a vicenda.

Né poeta lirico né scrittore apocrifo né saggista di poeti né teorico della follia: non mi è mai interessato il fallimento ‘relativo’ delle mie possibili carriere all’interno di quei temi, ma il fallimento irrimediabile, irrisolvibile, beckettiano, della mia scrittura composta di soprassalti, fra prosa e poesia, eccessivamente vasta.” (p.31)

La scrittura come fallimento viene pagata attraverso debiti ulteriori – debito con debito – indefinitamente, fin che la banca non se n’accorge, fin che non se ne accorge la psiche bambina, quando passò la tristezza come un’ombra. Marco Ercolani trasforma le confessioni in teoria, anche le più intime, difficili:

Non ho mai provato nessun shock, solo un cronico logorio della mia libertà. Avendo amato il sorriso di mia madre, che considerava morto il mondo, ho vissuto bloccato dentro quel sorriso letale” (p.31)

Ancora una volta: immobilità, frenesia – ma anche: Io sono una creatura gioiosa, pronta a ridere: mi attraggono certe citta portuali, fatte di dedali, dove chiunque può apparire e sparire…” (p.26)

Marco Ercolani penso non sia stato ascoltato con attenzione, di questi tempi, intorno alle possibilità della scrittura, ai suoi compiti – il suo apparente, continuo abbandonare la scena certifica che fuori c’è ancora linguaggio, un mistero esteriore, una miniera da scavare. Il fuori del linguaggio è dove ogni “altro” si muove, agevolmente, senza dover passare attraverso le condizioni di qualcuno – diventando riconoscente, alla lunga servile, esperto in dissimulazioni.

Io li abbozzo soltanto i miei finti romanzi.” (p.13)

Il mio tentativo è trovare una prosa non narrativa, ma che contenga dentro di sé la tensione della narrazione, la sua intrinseca magia.” (p. 46)

Se il romanzo avrà personaggi – non è detto – non saranno costoro ad avere linguaggio – è il linguaggio che li parlerà. Alla fine lo scrittore può scrivere fino a quando avrà misteri – questa potrebbe essere la regola per le scuole di scrittura – poi deve smettere.

Che noi conosciamo uno stile, vuol dire che ci siamo resa nota una parte del nostro mistero. E che ci siamo vietato di scrivere d’ora innanzi in questo stile. Verrà il giorno in cui avremo portato alla luce tutto il nostro mistero e allora non sapremo più scrivere, cioè inventare uno stile.” (Il mestiere di vivere).

In ogni caso, visto che i misteri permangono, visto che Marco Ercolani potrebbe essere il proprio apocrifo, a lui io lascio un grande augurio, di un tradimento ulteriore – perché mai evitarlo?

Scrivo perché, come sbarre di cera, possano sciogliersi le gabbie del potente romanzo che ancora, talvolta, immagino di scrivere.” (p.13)

Abbozzo della città di Perla di Alfred Kubin (per L’altra parte)

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