Per me il poeta ha il coraggio delle prostitute sulla strada di notte, loro, creature veramente esposte al pericolo della morte, l’iscrizione all’anagrafe degli atemporali, possessori di una voce scandalosamente dinamica, irrequieta, progressiva, che si estende tra toni e sottotoni dall’’urlo giovanile al silenzio della maturità. Per me la tecnica di cui sono esperto è servita per motivi strettamente terapeutici, auto-taumaturgici. Ho presto compreso che sarei morto sommerso dal mio eccesso di fiato, scomposto, disordinato. Al che escogitai con l’aiuto della scuola il metodo canonico della gabbia musicale, dell’argine sonoro. Ho imparato ad essere agrimensore della parola. In pratica sto al centro del campo, dove la tribù festeggia come un drappello invasato di baccanti, e al margine, dove, sobrio, lucido, esercito l’attività del guardiano. Si sa. Quella del guardiano mi pare metafora trita, ma universale. È uno di quei concetti filosofici e curativi che, nel linguaggio opportuno, si dovrebbe insegnare ai bambini delle elementari, per insegnare loro a non reprimere e a controllare col puro sguardo della creazione divina o della parola il sistema ctonio-pulsionale, l’excessus mentis, l’eccesso di Eros, la dépense bataillana, l’istinto di reazione legato al principio di Eros e all’istinto di morte. La lotta tra questi due bestiali e arcaici colossi è la vita.
Alle 9.04 del 6 luglio 2024

Giovanni Castiglia, Viandante
