
Silvia Comoglio, Giorgio Mobili, La casa gialla, Edizioni Fili d’Aquilone, Roma 2024.
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Concepita come un cortometraggio in cui parole e immagini si susseguono e si rincorrono in perfetta autonomia, La casa gialla di Silvia Comoglio (testi) e e di Giorgio Mobili (immagini) è quel luogo in cui il tempo si capovolge e solidifica in spazio. Un movimento metamorfico che trasforma sogno coscienza e memoria in unità fisiche racchiuse le une dentro le altre, come nelle scatole cinesi. Un quadrato che racchiude un altro, sempre più piccolo: ma è la casa il quadrato fondamentale, lo spaziomadre, al cui interno, all’esatto centro del labirinto di stanze, si trova il cuore, racchiuso a sua volta nella sua casa d’ossa. Fuori regnano i quattro elementi: la terra, l’acqua, l’aria, il fuoco. In altre parole, il mondo. È il fanciullo-tessitore a ricamarlo dal quadrato della finestra.
(nota degli autori dalla bandella di copertina)
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Le affinità che conducono due autori a scrivere un libro a quattro mani non sono soltanto legate a temi che si rispecchiano uno nell’altro ma a una visione del paesaggio, verbale o visivo, che non rincorre un’identità comune ma una felice pluralità di poetiche differenze e fa, delle a due voci che occupano il libro, un luogo di immagine-parola in cui restare insieme, uniti e diversi. In questo libro il tema cercato e diffranto è la costruzione di una casa-spazio: La casa gialla è un cortometraggio, per voce e immagine, che anela a trovare, evocare, definire, dissolvere questa casa: “(─ (ma) sottratto a questa Notte / ─ tu, tu saresti, saresti, valico che ha casa / dentro le sue ciglia (─ terra già scucita / del dire per intero / ─ fune ─ / rappresa di luce / ─ e acqua! bevuta a sorsate”. Se Silvia, negli spasmi musicali della sua lingua, inventa un linguaggio sciolto, divergente, liscio, immune talvolta dal senso, complice sempre del suono, Giorgio inventa un’immagine fotografica aliena, dove trionfa il colore e domina l’ombra, e il mondo viene trattato come una finzione lucida e viva, che mai smette di volersi finzione che trascenda ma definisca i limiti, “spaziomadre” alla perenne ricerca dei confini di una nuova casa, di un’ultima domanda (“l’ombra, tu sorveglia, / dell’ultima domanda, / perché ─ // è dormiente / terra dilatata / in sapienza / di paura”) (M.E.).
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