APPUNTI LEOPARDIANI. Paola Ricci

Giuseppe Petronio e Giacomo Leopardi / Operette morali, 1824

Giuseppe Petronio fu un critico sulla letteratura italiana per lui la letteratura del settecento e dell’ottocento era una dimensione privata come stare in un giardino racchiuso nelle mura casalinghe; stare in connessione con la Natura ed elaborare un’intimità privata. Viaggiava all’interno del testo con maestria e grande conoscenza della lingua italiana. Le sue lezioni facevano innamorare gli studenti che spesso ricevevano elucubrazioni pesanti e sconnesse dalla piacevolezza del leggere. Da più di vent’anni della sua morte avvenuta nel 2003, quello che stupisce è sempre la sua modernità.

Quando, scriveva lo studioso, «siamo ancora in una fase ulteriore del processo che ha avuto inizio con la Rivoluzione francese e non si è ancora esaurito il passaggio a una società capitalistica e “democratica”, borghese, poi medioborghese, poi piccolo borghese, poi delle masse, sempre più in grado di assorbire classi sociali, Paesi, continenti, fino a diventare planetaria, e inglobare in sé il pianeta intero, mondializzando il mercato, rimescolando e modificando a fondo la sensibilità e la mentalità, le istituzioni e i costumi, il pensiero e l’arte, fino ad arrivare al ‘villaggio globale”».

Parlare di Leopardi e delle Operette morali attraverso i suoi scritti è interessante come Petronio porti alle estreme conseguenze le premesse filosofiche e la posizione morale che sono state affermate negli scritti precedenti e in particolare nello Zibaldone.

Leopardi rivela di voler scrivere:

«Dialoghi satirici alla maniera di Luciano, ma tolti i personaggi e il ridicolo dai costumi presenti e moderni, e non tanto tra i morti […], quanto tra personaggi che si fingano vivi, ed anche volendo, fra animali […]; insomma piccole commedie, o Scene di Commedie […]: le quali potrebbero servirmi per provar di dare all’Italia un saggio del suo vero linguaggio comico che tuttavia bisogna assolutamente creare […]. E questi dialoghi supplirebbero in certo modo a tutto quello che manca nella Comica Italiana, giacché ella non è povera d’intreccio d’invenzione di condotta ec., e in tutte quelle parti ella sta bene; ma le manca affatto il particolare cioè lo stile e le bellezze parziali della satira fina e del sale e del ridicolo attico e veramente e plautino e lucianesco […]».

La forma è quella di un dialogo tra uomini famosi e tra esseri fantastici. Petronio puntualizza che traspare sul piano artistico (la prosa), le sue meditazioni filosofiche; il tono incerto che oscilla tra il fantastico e il morale, riflessivo e lirico. È chiaramente di carattere eroico il tentativo di abbracciare la REALTA’. L’uomo non può raggiungere la felicità ma può contrastare il destino della vita. Dopo la fase meditativa avviene la scoperta del vero, e avviene il travolgimento dell’uomo da parte della NATURA e del suo DESTINO e subentra il sentimento di pietà. Le Operette rappresentano il trapasso dalla meditazione filosofica ai grandi Idilli. Dalla negazione della Realtà ne deriva un’elevazione del poeta, il quale contempla dolorosamente l’esteriorità (mantenendo costante l’abisso tra la soggettività del poeta e l’oggettività delle forme). La filosofia-poesia di Leopardi che appare nelle Operette morali non è un lavoro isolato della produzione dello scrittore, anzi rappresenta l’estrema conseguenza delle premesse filosofiche e posizioni morali che poi ritroveremo nello Zibaldone.

Dialogo d’Ercole e di Atlante. Composto a Recanati tra il 10 e 13 febbraio del 1824. La tesi è che gli uomini sono alla mercé dell’imprevedibile, mentre si eludono che il cosmo sia stato creato per loro causa e grazia. Il dialogo tra Ercole e Atlante è lo spunto per Leopardi di evidenziare il tema principale e di comporlo in maniera di Luciano. La terra è diventata leggera e non si odono più rumori “io non vi odo un zitto” dice Atlante; essa è entrata in un lungo “sonno” da cui non esce, ma che Ercole intende risvegliarla. Ercole “cotesta è sua pecca, di andare a caccia del vento” (attenzione agli inutili sogni dell’umanità). Poi la terra cade ed entrambi sono preoccupati che essa stia soffrendo, ma invece tutti dormono ancora, non reagisce alle intemperie che vengono dall’esterno. Conclude Leopardi con il raffronto con Orazio il quale diceva: «che l’uomo giusto non si muove se ben ode il mondo. Crederò che oggi tutti gli uomini sono giusti, perché il mondo è caduto, e niuno sé mosso».

1. Heinrich Aldegrever, Ercole ed Atlante.

2. Lucas Cranach il Vecchio (1530 circa), disegno, Ercole sostituisce Atlante nel reggere il globo terrestre, Washington, National Gallery of Art.

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Sito web

http://www.paolaricci.com

Paola Ricci – Taste Archeologist

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