SOLO ARIA CHE ANNODA I CAPELLI. Vanna Carlucci

Vanna Carlucci, La parola anfibia

Collana di poesia, prose e rarità “Occhionudo” a cura di Paolo Castronuovo, prima edizione marzo 2024, Il Convivio, Castiglione di Sicilia (CT), http://www.ilconvivioeditore.com

Editing, impaginazione, grafica: Paolo Castronuovo

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Salvare il verso giusto.

Una protesi sull’osso:

il taglio la lingua

questa maledetta verità.

Ti scrivo la parola un segnale.

Risorgere, tu ed io, come cicale.

Cosa mostrare

cosa dire

lasciare masticare nella bocca

e dopo deglutire

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Un buio in scomposizione prova a mettersi a fuoco

prima di una reale venuta al mondo.

Per ora il tempo è un cervo che attende l’attacco per correre

che annusa ancora l’odore acre della casa

del sonno e di un’immaginazione calda sotto il cuscino.

Scavalco dal letto e faccio un passo di zampa

attenta a non svegliare i lupi dietro le pareti

e cammino, a piedi nudi,

piena di potenza del tatto

della geografia delle cose sotto il peso del passo.

Allungo e deformo la lana del maglione

nascondo le spighe dei polsi e delle dita

– ossa piccole, dicevi, di latte –

come fossero parte di un inno sacro e perfeziono la regola

la metrica del venir meno

del farmi seme

boccone tenero

pagliuzza che inganna l’occhio

utero

in questa scelta di riduzione

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Ero rimasta al suono della gola che brucia da secoli

ora questa poesia è un rogo di stoppie:

ha limato i vocalizzi

ha creato un silenzio che nel buio scoppietta.

Intanto l’autunno ha falciato i capelli perché la nuca fosse memoria luminosa

tenero ritorno sezione morbida dell’occhio.

La luce neutra del giorno ha azzerato il paesaggio

ha imposto di protrarre la bocca alla fame delle parole

di cercare una disciplina violenta.

Il richiamo del lupo ha divelto i muri

lui è tornato sul mio volto buio

e le gambe sono diventate lance al galoppo.

Si scrive per fare di questa vita una corsa luminosa

un tempo evaso

si vive per fare di questa pagina una voce.

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Ho perduto la grammatica del pensiero

l’ho perduta mentre vivevo.

La poesia, questa parete di luce

questo impianto di carne nell’universo

batte un dolore.

Non scrivo.

C’è tutto un peso che ancora impedisce

la circolazione viva del linguaggio.

Il sangue negli occhi.

Lascio che agisca secondo natura

senza atti né parole.

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Il silenzio passa nel chiaroscuro della pelle

s’infittisce nella notte sola

la notte fantasma

che abita gli specchi.

Nel buio dei respiri

e di questa stanza

ci si aggira col peso

di tutte le ossa del mondo

che fanno un gran buco nel petto.

Lì, in quel pieno centro

nella conta dei battiti

in quell’abisso senza protezione

sento solo mancanza di parole

una dispersione di fiati.

Non c’è verbo come non c’è volto

solo aria che annoda i capelli.

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Ogni volta che mi viene chiesto cosa penso della poesia di Vanna Carlucci, io rispondo con un secco: è la più brava poetessa vivente italiana. E questo non lo dico perché ho scelto di aprire la mia collana con un suo libro, ma perché ne sono convinto e lo penso davvero. Non ci si trova dinanzi a nessuna retorica e leggerezza, spesso presente nei testi di molte poetesse – e non me ne vogliate per la scorrettezza politica, perdonatemi. Ho conosciuto Vanna all’uscita del primo libro (Involucri, Lietocolle, 2017) durante una sua presentazione molto suggestiva e non convenzionale. Eravamo in una casa del centro storico di Martina Franca, seduti in cerchio tra candele e libri e mangiavamo pane di canapa. Ricordo benissimo che quello era un periodo in cui non stavo scrivendo, forse perché non avevo nulla da dire o perché impegnato a leggere molta poesia sgradevole da impaginare per una casa editrice con cui collaboravo.

Una volta tornato a casa lessi il libro in mezz’ora. Mi assorbì completamente la densità delle parole e delle cose dette in un certo modo. Era poesia pura, pulsante, carnea. Null’altro. La prova della bellezza di quel libro fu che mi venne subito una voglia matta di scrivere. Col tempo ho avuto modo di leggere degli inediti di Carlucci, e ne inserii uno nel primo libricino di Occhionudo (L’ovulo cercato, autoproduzione, 2019), una antologia poetica che già parlava chiaro di ciò che avevo in mente: aprire una casa editrice che pubblicasse solo roba di alto livello.

Purtroppo i sogni si scontrano con la realtà e, non potendolo più fare, ho deciso di fare il corsaro, ossia di stampare i libri in proprio, rilegarli, impaginarli, ecc. La particolarità era nell’intuizione visiva. Suddivisa in tre collane come i cerchi presenti nel logo che raffigura un occhio stilizzato, ogni parte del logo aveva un suo genere, nome e colore: il cerchio intermedio per la poesia, Sclere, di colore rosso; quello esterno per la prosa, Palpebre, di colore giallo; quello interno, Pupille, di azzurro. I colori erano ovviamente quelli primari, altri testi invece, avevano una sezione “fuori catalogo” chiamato Fuori Orbita.

Col tempo ho tolto i nomi delle collane lasciando solo i colori per i rispettivi generi. Fino a gennaio 2024 sono usciti otto opuscoli, uno dei quali in ebook gratuito e un altro per il quale è stato ripubblicato, ampliato e rivisto con l’editore Joker. Da febbraio, tutto è cambiato. Ho finalmente trovato un editore disponibile a ospitare il marchio Occhionudo che è diventato una collana di poesia, prose e rarità per Il Convivio Editore (Castiglione di Sicilia, CT) di Giuseppe Manitta.

Di qui sapevo per certo di pubblicare come primo volume La parola anfibia di Vanna Carlucci. Un libro di poesia lineare, poesia visiva, illustrazioni e QR Code che portano a contenuti interattivi. Era un matrimonio, questo, che si doveva fare. Per quanto riguarda le altre uscite, a giugno è stato pubblicato in versi Salvatore Leone, a ottobre uscirà Carmine Mangone in prosa, a gennaio 2025 Alida Airaghi ancora in poesia, e poi Marco Ercolani. Dimenticavo di dire una cosa: Occhionudo pubblica solo su mio invito. Pochi libri e molta qualità.

Paolo Castronuovo

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