UN PIANETA TACITURNO. Giampaolo De Pietro

Giampaolo De Pietro, Aurelia. Un pianeta taciturno, Edizioni Ponte del Sale, 2024.

**

Lui lo sa, è tutto scritto nel vento. Ma si scrive per respirare. Elias Canetti

*

Aurelia camminava. Camminare era come leggere, per il suo asciutto fisico da lettrice speciale di passi.

*

Uno dei due vola con le foglie, l’altro s’infittisce. Scale scatole che ha da fare.

*

Studiare in fare strati di sempre. Aurelia si preoccupa di questo, sembra ancora così. Mentre i suoi tre figli sciolgono dense le loro età alternate per fasi di crescita, strada osservata con presenza discreta materna, aggraziata per sua curiosa natura.

*

La strada incolonna vestiti come respiri, la luce vive sempre e dorme al buio, come noi. Deve accelerare resistere, mettere una misura di punti. Deve dire giallo al rosso e verde al blu, punto al piovere e neve al giorno d’inverno, che chiama sorde le rincorse dal pavimento al pavimento.

*

Bello è il suono che finisce nudo, e non piovere e pure lasciare che scorra un’’acqua di tempo, in verso.

*

Aurelia sta pensando ad altro. Non occorreva pensare niente, pensando ogni cosa.

*

Il quaderno dei disappunti lo aveva lasciato quella volta, a valle dopo la salita e il ritorno sul vulcano. Vita aperta. È tempo che registra suoni, suono che va avanti e verso, e sa incontrarsi con ieri e ancora più indietro, ravvicinandoli. E il cerchio che comunica in noi, kit per ripescarli i tratti di se stessi, quando ad esempio avevamo tredici anni, o sedici.

*

C’è sempre una frase che riserva un fondo di riprese, come per il cinema di ciascun occhio; c’è sempre qualcuno che siede in panchina solitaria lungo la via binaria della stazione sul mare, a dormire di solitudine, poco sonno beato per quella passeggera momentanea casa all’aperto senza freddo, un mattino di gennaio quasi finito.

Immagine di Francesco Balsamo

**

Giampaolo De Pietro sa di avere scritto un libro dove il lettore è destinato a smarrirsi, nonostante che la sua lingua sia una prosa neutra e semplice, talvolta narrativa. “La lingua di Aurelia è anch’essa pianeta a sé”: lingua così delicata e diafana da sparire mentre appare ma infrangibile come un cristallo dove solo certe immagini possono scorrere. Il poeta si nasconde nella storia che dipana e ci porta in viaggio. «Tutto Aurelia è attraversato da domande esistenziali, domande grandi, poste dai figli di Aurelia con la disarmante semplicità dei bambini (…) Per queste domande grandi Aurelia non ha risposta. Ma se c’è una mèta al suo tragitto e alla sua ricerca (meta non come fine, perché, come ogni viaggio che si rispetti, il viaggio di Aurelia non conosce destinazioni finali), questa è forse da ricercarsi in un ‘uscire fuori di sé’, ricercare un punto di vista ancora altro, imparare a essere animali, piante, nuvole, essere mondo…» (Pina Napolitano). E allora, di quale libro stiamo parlando? Di un libro poetico privo di versi, dove la sintassi sembra dissolversi e rinascere a ogni capoverso. “Guardi e fotografi insieme. È il mio corpo, il mondo”. “C’è stato lo spartivite, mare sopra sotto, cielo non c’era, stagione ottusa”. La lingua appare dettata, impulsiva, trasparente. Non forma costruzioni probabili ma edifici possibili, che crollano al prossimo giro di frase per poi rinascere al successivo intatti, visibili e invisibili insieme, raccontando e non raccontando una storia da quel “pianeta taciturno” che è Aurelia, madre segreta, probabile, sfuggente. “Leggo, faccio di mondo mondo. Legge, cammina, vive come vige il libero crederci. A misura e dismisura una danza passeggera su una linea ferma. A quanto pare, l’universo…” Molte sono state le definizioni del vivente ma questa, di De Pietro, “A quanto pare, l’universo” convince i passeggeri del libro a credere al “pianeta Aurelia”. (M. E.)

**

Giampaolo De Pietro (Catania, 1978). Ha pubblicato in poesia Tre righe di sole, La foglia è due metà, Abbonato al programma delle nuvole, Dal cane corallo (con disegni di Francesco Balsamo).

Lascia un commento