I testi sono tratti da: Disturbi di luminosità, Gaffi, Roma, 2018.

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Odio il mio corpo.
Agli occhi degli altri sono bella, ma in questo specchio vedo solo deformità. Ho solchi nella pelle, sono come scavata. Al posto degli occhi ho due burroni. Un volto troppo magro rispetto al busto, le spalle larghe e il torace troppo ampio rispetto ai seni. Questi solchi che fa la mia pelle sono faglie e fori, depressioni e voragini. Ingrasso e dimagrisco ogni volta che mi guardo allo specchio. Ho dodici anni e ne ho cento.
Così devo tagliarla, questa pelle deformata, staccarla con la lama di un coltello, tirarla via.
Avrei voluto essere una regina, perché non lo sono e, credo, questo corpo così inadatto sia il frutto di certe cattive esperienze. Il Salento era la terra dell’estate. Era lì che si avveravano i miracoli e gli incubi. Non so quanto ci sia di vero e quanto di onirico, ricordo solo gli occhi del ragazzo delle altalene, occhi senza pupille.
Quanto al mio corpo, avrei preferito essere una di quelle povere cagne violentate per strada da uno sconosciuto, una di quelle che non hanno scelta. Quel che odio di me è che io di scelta ne avevo, l’ho sempre avuta, ho preferito però farmi mangiare dagli sciacalli. I loro denti sulla pelle sono sbarre di un’unica prigione che mi lascio crescere addosso. Quel che odio di me è l’aver concesso loro di dilaniarmi. Avevo scelta, stare nel mondo, seguire strade predefinite, non rivoltarmi così tanto contro certi insegnamenti. Avevo scelta, nell’acqua, nuotare lontano, andare via da quelle braccia e da quelle mani ficcate dentro il costume. Sarei potuta fuggire. Avevo scelta anche al parco giochi. Il cigolìo delle altalene.
Luci al neon. Dita nella vulva. Ratti. Un miliardo di ratti mi entrano dentro e mi dilaniano. Tutti a sproloquiare sulla mia intimità, violentata per la seconda volta.
È questo l’incipit, dice l’Oracolo. Da allora il corpo non ti appartiene.
E i farmaci che mi diedero, Tegretol, Tavor, Valium. Stabilizzatori del tono dell’umore, benzodiazepine, ansiolitici.
Sul mio corpo chiunque ha agito e disposto come meglio ha creduto. Ora questo corpo voglio spezzarlo, infrangerlo, dividermi ancora, essere oltre, indossare maschere mostruose, divenire regina. Questo corpo voglio renderlo totem, oggetto di adorazione, divino. Questo corpo vorrei darlo a tutti e poi sottrarlo a mio piacimento, ma non è mai abbastanza.
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Essere corpo è doloroso e sterile. Non ci sono elefanti neri in Danimarca – diceva quella strofa. Ritorno, lì dove si rompono i silenzi, nella cripta delle grida. Ho paura del tempo, che questo possa dissipare ingiustamente. Ingiustamente? Paura dell’uomo e del vuoto. Precipito. Non ci sono mareggiate sotto i grattacieli. La città è buio vivido o grigio stellare. Non ci sono riferimenti certi. Quale città? La mia? La tua? La loro? Potrebbe essere Roma, Dublino, Parigi, Berlino o Bari. A chi importerebbe?
Non ho pianto, non l’ho mai fatto. Mi sono divertita a ondeggiare funambolica sul filo di corda – corda spezzata, attimo ardente. Stavamo fuggendo. Da cosa? Fuggivamo dalla fuga.
Ci siamo spiate tra gli specchi, tra miliardi di frammenti nell’iride, mia doppelgänger, o forse sarebbe più corretto chiamarti Lei.
Lei era perfetta, con quella lacrima di mascara sotto gli occhi, arancia meccanica, distillato d’illusione.
Sei pazza? mi chiedeva, mentre sfilava i guanti in un palcobar di quart’ordine, prima di andare in scena. Quale scena? C’eravamo solo io e Lei, la città spettrale, l’attimo infinito, l’istante eterno, sputato fuori da miliardi di fotografie uguali l’una all’altra. Identiche. Identità e non contraddizione.
Poggio le gambe sul suo grembo, aspetto che Lei le accarezzi. Sentirò come schegge nelle ossa. Aspetto che la sua bocca deglutisca la voce. Aspetto che le parole mutilino tutta questa distesa di pelle che le giace sul grembo.
Ha succhiato la mia lingua, conosce a memoria il sapore della mia saliva. Io conosco il gusto del suo sguardo, sacrilego diniego.
Ho infilato la lingua tra le sue cosce. Stavo solo cercando di capire chi fosse. Abbiamo danzato a lungo, Lei, sugli assi cartesiani delle linee vertebrali. Penombra, nessun suono. Ascoltavamo la nenia di noi stesse. Dimenticanza arresa. Attesa di divenir farfalla. Le farfalle vivono un solo giorno, per questo io le brucerò le ali prima che possano spiccare il volo.
La prima volta che ho incontrato Lei è stato in pineta in Salento. Se ne stava sull’amaca a bere sangria. Ero piena di tagli sulle braccia. Saltò giù dall’amaca e disse: Diventa vendetta. Se non diventerai vendetta, loro ti faranno in brandelli.
Chi sono loro?, dissi.
I mostri, disse.
Come lo sai?, dissi.
Le cose che non si vedono decidono per noi. Ora infilzali. Immaginami dipinta di rosso in volto. Di blu le cosce. Di giallo l’addome. Di nero le braccia. Seconda pelle. Nel cerchio sacro entrano ed escono. E anche tu entri ed esci. Io e Lei ci passiamo bevande mistiche da una coppa di legno. Tieni, bevi, mi dice. Fuori il sole ferisce gli occhi.
Rientro nell’utero della notte e Lei è un disegno cancellato dalla bruma.
La prima performance è stata una rivolta. Un foulard nero sul viso. Dipinta di bianco, camminavo nel cortile del teatro India. Non volevo guardare. E non vidi.
Ti avevano insegnato a camminare con gli occhi, dice Lei. Ora devi farlo senza. Cammina senza occhi. Senti il gelo nelle ossa. La pelle si riempie di crepe. Aprila. Lascia entrare la luce. Il buio. La luce. Il buio. La luce.
Cammina sugli specchi e non guardare. Uno specchio sbrecciato è un corpo senza corpo. Non parlarmi di anima, l’abbiamo mangiata, l’abbiamo deglutita come zucchero a velo. Ora seguimi, sul bordo del grattacielo di qualunque luogo, le gambe penzoloni, a masticar menzogne, a masticar sussulti di ciglia spezzate dal vento, a deglutire i simulacri di noi stessi in un cannibalismo che non ha pari.
Aprimi, come un cuore vivisezionato da Dio. Prendi tutto quello che c’è in fondo al torace. Prendimi l’ombra e lasciami nell’evanescenza dell’ora, genuflessa miliardi di volte nel corpo. Alla vista del sangue persino la mania si trasforma in grido. Grido silenzioso levato da bocche che non dicono più.
Stammi lontana, amica di sempre, dico a Lei, ti vedo riflessa nello specchio, gli occhi azzurri, una ciocca di capelli miei tra le mani. Le forbici sono cadute frantumando i pavimenti. Sotto i pavimenti la notte dormono i mostri.
Li conosci, i mostri? Ecco, vieni, te li presento: i loro nomi sono Insonnia, Avidità e Paranoia. I mostri, amico mio, stanno aspettando che infili le dita nel fondo della terra. Stanno aspettando di sfilarti le dita come fossero collant.
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Non requiem
Questa prosa è un atto di salvezza, un “non requiem”. Descrivere il proprio disastro interno con tanta inflessibile chiarezza è il dovere che Ilaria Palomba ha decretato per sé: il suo ineluttabile mandato psichico. Restare immune dalla devastazione del dolore è l’utopia di questa scrittura, vero e proprio “rifugio della mente”: una mente intrisa di corpo che articola il suo ritorno dagli inferi costeggiando il precipizio di quella “scrittura del disastro” di cui ci parla Blanchot. Descrivere la personale catastrofe senza attuarla è il progetto necessario. La “pelle deformata”, da tirare via con il coltello, è già tutta contenuta nello scuoiamento di Marsia – il cuore della scrittura stessa. Apollo tornerà, ma dopo, come testimone della ferita aperta, come “testo”. (M.E.)

Ilaria Palomba

William Congdon
