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Prima di cominciare andiamo all’inizio. C’è un animale antico che raschia la corteccia degli alberi con le unghie. Ci sono strani disegni nella neve dopo il passaggio della grande migrazione. Bestie e dei. Dei e bestie. Mostrano i denti per mostrare ostilità o sottomissione. Un giorno imparano a ridere e il successivo iniziano a ricordare i sogni. Un mondo altro che evapora al risveglio e non torna. Vogliono ritornare l ma non possono. Non sanno. Non conoscono la porta e neppure comprendono quello che è una chiave. Vogliono stare lì con gli occhi aperti. Ma tutto si perde, anche quello che accade alla luce del giorno. Allora inventano le parole e la bocca si riempie di cose. Non direi che l’angoscia diminuisce, ma la trasforma in una pietra pulita e affilata. Parlare è utile. È come graffiare l’aria con la lingua. Come macchiare la neve del cammino senza toccarla. Questo va bene. Le parole possono toccarti e macchiarti. Ti possono cullare con una canzone di fronte al fuoco e ballare con le ombre tremanti dall’altro lato. L’animale che guarda dal bordo della luce non conosce parole e ci guarda con il mondo ardendo nelle pupille. Le parole servono per scongiurare la paura. Per dire: questo è il mondo, contemplalo. Questo sei tu. Ma la parola è anche piccola e poca, di fronte alla paura e al mondo. Parla. Dimmi. Che succede. Cosa rimane. Ti avevano raccontato storie che prima raccontarono ai tuoi genitori e che qualcuno disse la prima volta il giorno in cui si inventarono le parole. La vita. I racconti. La vita, anche, in quello che dicono le parole. Una ragnatela di senso che avvolge tutto quello che succede. Parli, e ogni parola è una vertigine che cade dalla lingua. Un niente che ritorna a lasciarti solo. Per questo possibilmente si è reso necessario scrivere. Scrivere è dire: questo fu il mondo, ricordalo. Scrivere è dire più in là della lingua e del tempo. Tentare la permanenza di fronte alla fugacità e al niente. Perché l’animale è breve e il falò si spegne e si porta le canzoni e i racconti della notte anteriore. Ma la scrittura è eterna. Non lo è. Lo è. Vuole esserlo. È la constatazione del desiderio di eternità. Di essere dio. Si scrive per dire senza stare. per dire senza parlare. Per enumerare le possibilità del mondo e lasciare memoria. Per comunicare con gli dei e con gli spiriti delle bestie. Contro la marea del tempo e il vento che porta tutto via. Contro la paura e la angoscia. Scrivere è dire: qui ci fu qualcuno e ti sta guardando negli occhi adesso. Si scrive per essere fuori del corpo e continuare là dopo essersene andati. Per parlare coi morti e con il futuro. Per parlare con i morti del futuro. Per potere capire quello che non si può capire e poter tacere per sempre. Da questa necessità potrebbe venire la scrittura. Forse. per poter stare in silenzio e parlare senza sosta nella grande conversazione senza nome. Una chiave per ritornare al luogo che c’è dall’altro lato. Per portare questo luogo qui. Chissà. Io non so nulla. In realtà nessuno sa nulla, e per questo scriviamo. Il primo animale, il primo dio e la prima bestia, non sapevano nulla e per questo scrissero. Tortuosamente, sul ghiaccio, fino a quando lo ruppero, e rimasero catturati dentro come un’ombra. Guarda bene queste parole, guarda bene l’oscurità di questo inchiostro: sono loro. Qui c’è un abisso. Un pozzo. Qualcosa che cade da sopra, verso il nero dello spazio infinito. L’universo è pieno di parole, di canzoni e storie perse, galleggiando come polvere cosmica alla deriva, senza massa atomica che la leghi a nessuna parte. Si dicono e se ne vanno. O non si dicono e non arrivano mai. Scrivere è tentare di rompere questa catena. Scrivere è contare le teste della mandria e il nome delle stelle. È una forma di sopravvivenza per un animale spaventato. Prima di cominciare dovremmo avere chiaro tutto questo. C’è un uomo che capta parole attraverso torri di elettricità invisibile. Un animale antico che graffia un muro con la fibbia della cintura del suo gilè. Sta scrivendo. Non può smettere. La porta è spalancata. E questa è la sua canzone (traduzione di Piero Dal Bon).
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Il testo è tratto da da: Raùl Quinto, La canciòn de NOF4, Jeckyll & Hill, 2021.
Raúl Quinto nasce nel 1978 a Cartagena (Spagna). Tra le sue opere narrative: Grietas (2002); Un autor en busca de personajes (2002); La piel del vigilante (2005); Idiotica (2010); Yosotros (2015); Hijo (2017); Sola (2020); La canción de NOF4 (2021).

Fernando “Oreste” Nannetti, Graffiti
