Stefano Massari, Parlo ultimo, Industria & Letteratura, Poetica Reloaded, giugno 2024, postfazione di Gian Mario Villalta
Questo libro, seconda uscita della serie “Reloaded” della collana Poetica, raccoglie quelle che Gian Mario Villalta definisce tre opere prime – diario del pane (2003), libro dei vivi (2006), serie del ritorno (2009) oggi qui riunite a distanza di anni perché sono “perlopiù introvabili”. (S.M.)

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Frammenti per “Parlo ultimo”
Si può, per Stefano Massari, scrivere un saggio critico compiuto? Si può, per Parlo ultimo, arrivare a delle definizioni precise, benché si tratti di un libro che contiene opere consegnate alla storia della poesia e del loro autore? La risposta è “no”: occorre pedinare il poeta e donargli “frammenti di lettura”, capaci di commentare visioni come queste: “corre rumore scuro su numeri fratelli murati / sui portatori interi di dolore corre sui passeggeri obbedienti / sui canali tra case mercati treni tumori”.
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In Parlo ultimo tornano alla luce, ristampati con poche variazioni, i primi tre libri di Stefano: diario del pane (2003), libro dei vivi (2006), serie del ritorno (2009): tre libri diversi ma simili, modulati secondo il suo gesto consueto, caratterizzato da una drammatica tensione espressiva. Tre libri “espressionisti” che Stefano desidera riportare in luce dopo la pubblicazione del suo ultimo libro, Macchine del diluvio (2022), quasi per rivedere/ripensare i segni di una vita anteriore che non smette ancora di pulsare, un passato che è genesi del presente.
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Sprich auch du, / sprich als letzer, / sag deinen Spruch: “Parla anche tu, / parla come l’ultimo a parlare, / dì il tuo dire” (Paul Celan). Eccoci, con queste parole, all’inizio di ogni dire poetico, come testimonia Maurice Blanchot nel libro dedicato a Celan, L’ultimo a parlare. Ma, in Massari, “Parlo ultimo” non ha solo un accento tragico, da testimone definitivo, ma anche una tenerezza discreta, umanissima, commossa. Cantate voi, sembra dire il poeta, poi arrivo io e parlo ultimo. Sì, forse amo il fondo delle cose, ma sentirsi ultimo è una condizione speciale. Magari gli altri sono già andati via e io sono libero di parlare nel silenzio. Di dire la frase decisiva.
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Scrivevo, nel 2008, per il Libro dei vivi di Stefano, queste parole: “Ognuno di noi, più che sottostare alle sacre leggi di qualche esoterico Libro dei morti, non fa che scrivere, incessantemente e nei modi più diversi, il suo autentico Libro dei vivi, in una volontà disobbediente e mai placata di metamorfosi. Metamorfosi non come desiderio di forme originali ma come impulso a scavare in pareti impossibili, in gallerie murate”.
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Scrive Gian Mario Villalta nella postfazione a questo libro, Il dire ultimo di Stefano Massari. Un poema in tre libri: “Come tenerli vivi, il disagio e la rabbia che non sono personali, ma della vita quotidiana, l’angoscia e un senso di inutilità che non sono della propria vita ma di quella di tutti? Forse proprio così: creando un ordine che preservi il senso e l’energia di una materia magmatica, che erutta dal conscio e dall’inconscio, che trova immagini densissime, le ripete, le varia come in un mantra o in uno scongiuro. E come si può liberare un movimento tellurico se non ‘dal basso’?”.
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“non sono nato per obbedire o disobbedire / sono nato per dare e chiedere ascolto”: l’epigrafe a diario del pane è anche l’epigrafe di Parlo ultimo: qui è l’inizio di tutto.
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La punteggiatura, le spaziature, i tondi, i corsivi, caratterizzano la scrittura di Massari con una precisa indicazione agogica musicale, come se il poema (qui i tre poemi) fossero intonati da una voce superstite di qualche eccidio. Le analogie obbligate comprendono Il sopravvissuto di Varsavia di Schonberg, per voce sola e orchestra, o altre composizioni simili di Bartòk, Britten, Ligeti, Maderna, Berio, Sciarrino.
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Ma, al di là di evocazioni musicali specifiche, domina, nella poesia di Massari, in questi primi tre libri, un’aura da combattimento in corso, come se le parole galoppassero furiose verso qualche abisso o qualche risalita: “corre sul mio e tuo inizio sulla città che non saremo mai sull’odore culmine che non uniremo sulla fine dell’assedio che noi non vedremo”
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La non esattezza dei dettagli descrittivi, ben lontani da qualsiasi evocazione romanzesca, rende fisicamente percettibile questo “incessante addio” scavato nella carne dell’umano, che Stefano pronuncia e ripronuncia, testimone dolente di tutta un’umanità avviata verso una imprevedibile apocalisse: “come senti il taglio dei femori da nord sopravviverti ora / come nascondi l’interminabile ferita che ha sete / ha sete e non smette”
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Una parola-fiaccola, quella di Stefano, che “tocca le cose dall’altro lato” (Federico Garcia Lorca), nutrimento continuo fra morti e vivi, affinché i primi non siano mai del tutto rimossi, con il patrimonio delle loro emozioni e delle loro opere, e i secondi mai del tutto sicuri, benché provino emozioni simili e scrivano opere analoghe. La voce del poeta, circolando fra le macerie, considera il crollo dell’esistente come struttura fondante di un “io universo intero” ma ne pensa simultaneamente la resurrezione.
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Di Serie del ritorno scrivevo, in Fuochi complici (2019): “Come non ricordare, leggendo la poesia di Stefano, entrando nella sua sorda litania, nella sua lingua “anello di combattimento /senza verità senza suture”, le parole di Joe Bousquet: “Parlo di tutto questo non propriamente come un cieco, ma come un quasi cieco potrebbe parlare della luce”. Massari, con Foucault, approda alla conclusione che il corpo è un “nodo di linguaggio” e che il poeta non ha tanto il compito di snodare e riordinare quanto di mostrare le simultanee vibrazioni che mettono in cortocircuito la mente-pensiero con la carne-corpo che la ospita”.
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“Da un’esortazione, forse un’ingiunzione: ‘Parla per ultimo’, rivolta a un tu incerto che è un ossesso, passiamo a una dichiarazione, parlo ultimo, il titolo di questo libro di Stefano Massari dove l’io lega il parlare e la condizione di accettata (o sopportata, o dovuta) tardività senza far uso di preposizioni (…). Parlo l’ultimo, ciò che è ultimo, che non ci sarà più o ci sarà sempre, non importa: quello che importa è che viene da gridare, viene da piangere e da implorare, in una scena di gesti ultimi di mondi ultimi, di parole ultime”. Gian Mario Villalta
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La sensazione del lettore che vuole immergersi in questo libro (immergersi, non leggerlo), è quella di non trovare nessun appiglio. Le scene si susseguono, le angosce si moltiplicano, è come essere dentro una battaglia, dentro una guerra sanguinosa, ma non se ne scorge il filo, né logico né illogico; il linguaggio passa attraverso il dolore e lo coglie nell’urgenza, non del discorso ma del dolore stesso, inenarrabile, che ci riporta all’arrivo del Nunzio, nei Persiani, e al remoto urlo informe di un esercito sterminato, urlo che le sue parole cercano, vanamente, non di descrivere ma almeno di evocare.
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Il poema di cui parla Gian Mario Villalta descrivendo Parlo ultimo è davvero un poema tripartito (non una trilogia o un trittico) ma un universo dominato dalla stessa ossessione, declinata in tre volumi diversi e simili, non marchiati da una sostanziale differenza ma immersi nello stesso flusso. Scorrere, oggi, l’opera anteriore a Macchine del diluvio riunita in un solo volume, aiuta il lettore a vedere il paesaggio modellato da questi libri, a trovare la chiave giusta per entrare in un regno di “tragedia imminente” (De Angelis), dove il barbaro dolore dell’umano viene riscattato da una genesi-resurrezione attenta a sfuggire la retorica della poesia civile. Qui, il civile è l’umano assoluto, visto dall’ottica di un sopravvissuto il cui cuore continua a pulsare. Queste pagine, che non sono né prosa né poesia, sembrano il registro di una litania cantata di nascosto in un lager o in un treno per deportati: convogli dove il carattere tondo e corsivo del testo è già un dialogo sotterraneo dove il tumultuoso bianco del foglio è appena stato violato dalle parole e strappato al silenzio. Ma niente, in queste parole, si concilia con un senso definito, con una forma risolta.
Il poeta – scrive Stefano – “sa che il suo unico compito è il cammino . non conosce la direzione ma usa le ferite come una mappa imperfetta e capisce che solo nel cammino trova ogni volta la risposta . risposta che è sempre una e molteplice . e quel ‘cosa’ che tu domandi è immenso . ma non per questo inspiegabile . disseminarsi è il compito del custode . dopotutto la vita non è essa stessa ‘custode’ (anche..)”.
Ma cosa, in realtà, si custodisce? Il contenuto lo si è dimenticato. Nella mente e nelle orecchie resta un rituale di sacrificio, una lunga trenodia, un incubo senza limiti che tende l’arco del linguaggio fino allo spasimo. Il mandato a cui obbedire, “Parlo ultimo…”, è il desiderio che una fine risolva il dolore, che una rinascita finalmente si annunci.

Stefano Massari
