PENSIERO SUL SUICIDIO. Alfonso Guida

San Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi: la croce è pervasiva come la peste ma per ogni croce c’è una via d’uscita e non perché Dio sia generoso ma perché questa è la legge. Di ogni verità anche il contrario è vero, dice Buddha citato da Hesse. Suicidarsi è il più impoetico dei gesti perché è l’uccisione del miracolo nel grembo della vita, il rifiuto del miracolo. Chi si suicida in profondità è portatore di questo specifico orgoglio demoniaco, luciferino. Amare la vita significa dare la possibilità di nascere, di accadere, di cadere – nel tempo. È un crimine l’uccisione delle possibilità. Ma sono favorevole all’eutanasia perché la stanchezza esistenziale esiste e si fa sentire come un macigno. Morire sì, ma sposando la morte. Suicidio (preparando il caffè) è uccisione del seme del miracolo. Il miracolo è il big bang delle possibilità. È non permettere più allo stupore di realizzarsi. Stupirsi del giardino, stupirsi del deserto. Miracolo come mira, mirare, miraggio, mirabilia. Suicidarsi più che un omicidio per me è un aborto (mi ossessiona ultimamente questo sentirmi io abortito). Io mi suicido tutte le volte che respingo una poesia.

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I suicidi sono eccezioni. Lorenzo (Pittaluga) a un certo punto ha eseguito il colpo di mannaia. Per lui vale il discorso contrario: viveva nella “bolla” o “palla” del miracolo. Poi al taglio di Fontana, che è imprevedibile per tutti, non ha retto. Ma gli psichiatri non fanno miracoli. I miracoli può farli solo la vita. Ecco, forse ciò che chiamo Dio, nei miei scritti, è semplicemente la Vita. L’Eros della psicoanalisi. La forza dell’individualità.

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Per anni sono entrato e uscito dall’ospedale. Non mi ricordo niente. In ospedale ho imparato a farmi la barba. Ogni venerdì veniva il barbiere, uno dei migliori di Policoro. Tipo anziano, dolce. Somigliava a Burt Lancaster. Ci si sbarbava il venerdì, in fila indiana, rispettando il turno. Prima le parti sotto il labbro inferiore gonfiando l’incavo con la lingua. Apprezzava molto il più bravo barbiere di San Mauro. Ah un amico! Era schizofrenico. Dipingeva. Scolpiva. Scriveva. Cose dannunziane. Quando arrivava il cambio di stagione tutto il paese si chiudeva in casa perché temevano il pazzo in giro col coltello. Sì, è vero. Mi stimava molto. Aveva un salone sotto la piazza coperta. Era stato deluso da una donna in giovinezza. Si diceva così. Una volta mi costrinse a bere una birra con latte e due chicchi di caffè. Io in quel periodo ero una spugna, Amelia sempre con me.

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Marco, io il pensiero sul suicidio come uccisione del miracolo è un’esegesi filosofica più che una mia opinione: interpretazione di un gesto, dell’essere della morte.

18/7/2024

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