Operette Morali / Dialogo della Moda e della Morte
“Moda: Dico che la nostra natura e usanza comune è di rinnovare continuamente il mondo, ma tu fino da principio ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali. Ben è vero che io non sono però mancata e non manco di fare parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli colle bazzecole che io v’appicco per li fori….”
Questa Operetta morale fu scritta da Giacomo Leopardi nel febbraio del 1824; si tratta di una satira mutevole e irrazionale; nel suo corso egli accosta la Morte, ugualmente instabile, nel cancellare ogni cosa alla Moda. La Morte si getta sulle persone, mentre la Moda è delle barbe e dei capelli e degli abiti. Possono sembrare due forze irreali che però sono state generate dallo stesso seme, e cioè la CADUCITÁ.
“e sa che l’una e l’altra tiriamo parimenti a disfare e a rimutare di continuo le cose di quaggiù, benché tu vada a questo oggetto per una strada e io per un’altra”
Poi la Moda vede come anch’essa “fa parecchi giochi da paragonare ai tuoi” fino ad arrivare a eccessi dove gli uomini, per amore di lei, fanno cose dolorosissime e sacrifici, fino ad arrivare alla Morte. Questo dialogo mette in evidenza come l’uomo preferisca vestirsi alla moda pur stando nel freddo e nel caldo. Diventano così la Morte e la Moda due sorelle che si muovono insieme e si aggirano contemplandosi vicendevolmente.
Leopardi arriva agli ultimi passaggi e la Moda dice a questo proposito: “Io per favoriti (Morte) ho mandato in disuso e in dimenticanza le fatiche e gli esercizi che giovano al benessere corporale , e introdottone o recato in pregio innumerabili che abbattono il corpo in mille modi che scorciano la vita.. oltre di questo ha messo nel mondo tali ordini e tali costumi, che la vita stessa, così per rispetto del corpo come dell’animo , è più morta che viva , tanto che questo secolo si può dire con verità che sia proprio il secolo della Morte”.
Leopardi arriva a un punto cruciale e fondamentale dicendo che la Morte è intesa come non essere ed è preferita alla vita. Questa Operetta morale fu considerata per molto tempo priva d’interessi e di valore nei suoi contenuti. La madre comune era la CADUCITÁ ed ecco che il tema eterno della vanitas vanitatum fa posto alla visione moderna dove diventano entrambe sorelle.
Non a caso al testo di Leopardi si sono rifatti diversi scrittori e filosofi. Walter Benjamin, nei “Passages” di Parigi sceglie come parte iniziale del libro, per le sue riflessioni sulla moda, come sex-appeal dell’inorganico, proprio la prima battuta della nostra operetta; Rainer Maria Rilke scrive nelle Elegie duinesi, dando il nome di Madame Lamorte a una modista.
Il legame tra la moda e la morte è sicuramente un archetipo filosofico che ha incuriosito molti e ponendo il dubbio di dove sparisce l’aspetto rappresentato per apparire quello concreto avulso da ogni effimera abbellimento. Quello che si aggiunge è perché qualcosa va tolto, non vi sono contrasti formali, le forme sono esplicate per quello che sono, nella vastità della loro carne nuda.
Nel saggio di Georg Simmel Die Mode, del 1905 si legge: “Ogni crescita la [la moda] conduce alla morte perché elimina la diversità. La moda appartiene perciò a quel tipo di fenomeni che tendono a un’estensione illimitata e a una realizzazione perfetta, ma che con il conseguimento di questa meta assoluta si contraddirebbero distruggendosi da sé” (G. Simmel, La moda, a cura di L. Perucchi, Milano, SE, 1996, pp. 26-27).
Il potere della Moda per Leopardi va al di là del semplice vestire: “Maraviglioso potere è quel della moda: la quale, laddove le nazioni e gli uomini sono tenacissimi delle usanze in ogni altra cosa, e ostinatissimi a giudicare, operare e procedere secondo la consuetudine, eziandio contro ragione e con loro danno; essa sempre che vuole, in un tratto li fa deporre, variare, assumere usi, modi e giudizi, quando pur quell’lo che abbandonano sia ragionevole, utile, bello e conveniente, e quello che abbracciano, il contrario” (Operette 283-84, cfr. )
L’incisione di Goya, Fino alla morte, che rientra nella produzione che l’artista svolse tra il 1795 e 1798, è un disegno antecedente all’Operetta morale di Leopardi. È presente l’ilarità della Vanità ad abbellirsi fino a raggiungere uno specchio della morte. Ridono tre giovani davanti all’anziana donna che si abbellisce ponendosi un copricapo per abbellirsi, dando una concretezza a quello che è invece l’avvicinarsi alla fine della vita. Goya raggiunge una mostruosità della ragione attraverso il suo disegno. In questo disegno tutti i madrileni riconosceranno le fattezze della regina Maria Luisa di Borbone-Parma.
Così anche in Leopardi ci si dimentica di essere corpo prima di apparire e mostrare il corpo vestito. Concludo con uno dei tanti illuminanti quadri di James Ensor, pittore della prima metà del ‘900. Artista classificato nella corrente espressionista surrealista, di cui lui però non si sentiva parte, è stato in grado di porre la sua visione della società come un sogno onirico infinito dove l’irrealtà avanza come una propaggine del pensiero che vorrebbe fuoriuscire dalla mente del pittore e concretizzarsi nelle strade e nelle stanze delle persone. La sua tecnica è collusa col tema trattato, le maschere apportate sui personaggi rappresentati sembrano liquefarsi ad ogni movimento, così la pennellata è carnosa e liquida nello stesso tempo. Sono figure grottesche ed emblematiche che si muovono con presenza sulla tela; gli scheletri si animano e si vestono di mille colori. Il colore è un impatto psicologico. Ensor li veste, gli scheletri, senza dubbi e tentennamenti e lo fa nel suo studio per porli poi sulla tela. Pennellata materica viva per descrivere la moda e la morte direttamente sulla tela in modo vorticoso e con gestualità energetica, ciò induce a pensare alla grazia del testo di Leopardi che vivifica il mondo della Moda e della Morte. Ensor realizza la materia visiva come se plasmasse il razionale in un onirico mondo virtuale che è quella CADUCITÁ di cui Leopardi ci parla.
La lettura di questo testo ha stimolato una riflessione di Alberto Madricardo: “La moda si incarica di proporre ripetitivamente la novitas, come il rito. A differenza del rito non comporta l’intersecazione di umano e divino e perciò non può fare conto sulla scintilla eterna, sul ‘surplus d’essere’ di cui il divino è dotato. Perciò la novità della moda è ripetizione dell’antico e il suo prodotto è l’effimero, che fa risaltare il senso nel trascorrere del tempo e dell’avvicinarsi della morte”.
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