PER MALÚ URRIOLA. Silvia Comoglio

POESIA, sei tornata. / Aspettarti è stata una sofferenza. // Mi sono accasciata nella vita senza senso. / Le strade senza di te, non sono strade. // I cieli diventano sordi.”

Con questi versi Malù Urriola apre la raccolta Cadavere squisito uscita in Cile nel 2014, e ora pubblicata dalla casa editrice Fili d’Aquilone a cura di Giorgio Mobili.

Malù Urriola, nata a Santiago del Cile nel 1967 e prematuramente scomparsa nel 2023, diventa fin dalla sua prima raccolta una delle protagoniste della letteratura cilena degli ultimi quarant’anni. Una voce che attrae per la sua imprescindibile capacità di oscillare tra oscurità e trasparenze, e per quel suo sguardo estremamente mobile, capace di racchiudere un’enorme porzione della realtà fisica e psicologica del mondo che la circonda. Filtrato attraverso la sua autocoscienza, ogni elemento, sia esso fisico o psichico, temporale o spaziale, si condensa, infatti, in materia poetica, meglio, in una forma di etica, e parimenti di estetica, che vede Malù Urriola avvitarsi ad ogni frammento di vita per poi precipitarlo, e con lui precipitarsi, in una topografia i cui assi coincidono con la fugacità del tempo e il dissolvimento del corpo.

Lucida e graffiante, Malù Urriola cammina “nel traffico, tra clacson e edifici che piangono le loro lacrime di edifici”, un pianto percepito da Urriola intimamente e che, in una sorta di metamorfosi ontologica, fa diventare questi edifici, per lei e per noi, quell’umanità sradicata e sofferente con cui fare quotidianamente i conti. Come, del resto, quotidianamente i conti devono essere fatti con il nostro corpo, con la sua caducità (“NON ho avuto che un corpo da scommettere con la vita. / E lo perderò in ogni caso”), con il suo essere pervaso sempre da un memento mori (“NON dimenticare neppure un giorno che la morte sarà l’ultima a baciarmi in bocca”) che, da un lato, ci dissocia ma, dall’altro, ci àncora alle profondità delle nostre essenze svelandoci la chiave per reggere il peso dell’esistere (“PER VIVERE bisogna avere ossa / che non temano di diventare polvere”).

Ma se è vero che la presenza della morte fin dal titolo è costantemente presente in questa raccolta (non dimentichiamo i versi a corollario del volto di un uomo che scruta con un binocolo il cielo o l’infinito: “Sapevi che viaggiamo / su una stella cadente? Per questo temiamo tanto la morte.” ) è anche vero, come scrive Giorgio Mobili nella sua introduzione, che “Urriola intreccia saldamente il memento mori al carpe diem. Se da un lato il corpo ci condanna alla dissoluzione (non essendo altro che un cadavere squisito in divenire), dall’altra ci consente di esperire infinite gradazioni di piacere: ed è con innegabile jouissance che la poesia di Urriola ci conduce nelle camere d’albergo, nelle balere di periferia e nei postriboli, allude a incontri torridi, fugaci o surreali, creando notturni di intensità cinematografica dove i repentini riferimenti al blues e al jazz (Bill Evans, Chet Baker, Billy Holiday, Nina Simone) attivano una vera e propria soundtrack mentale di ispirazione noir, sospesa tra David Lynch e Ascensore per il patibolo“.

Memento mori, dunque, e carpe diem che la poesia, la parola poetica, indissolubilmente lega. Una parola poetica, per Malù Urriola, fisiologicamente necessaria, unica luce/presenza in grado di innervare di linfa vitale il proprio io e la realtà circostante. La mancanza della parola poetica, come si evince dai versi in apertura di questa nota, sottrae senso e significato, depotenzia la materia al punto da annullarla (“le strade senza di te / non sono strade”), di farcene perdere forma colore e consistenza. Perché, come scrive ancora Giorgio Mobili nella sua introduzione, “la realtà stessa, per esistere completamente ha bisogno di essere tradotta in poesia. Ha bisogno di essere scritta. Una realtà che si smetta di scrivere perderà linfa, cesserà di essere creata. Perché la poesia è un atto demiurgico, è poiesis, emanazione: Sto scrivendo un libro che sembra essere. / Che comincia a scorrere come un fiume, un nuovo ramo di una pianta che impercettibilmente ti cresce in casa, / la foglia di un albero che cade, un cadavere sul tavolo dell’obitorio, una borsa che fluttua nel vuoto. La scrittura, insomma, ha la stessa funzione del ricamo nel famoso dipinto di Remedios Varo: come le giovani tessitrici nella torre anche Malù Urriola, nel suo spazio privato in cui è tutta dentro, ricama le luci e le ombre del manto terrestre, creando il suo difuori, scrivendo un libro che sembra essere e che non è, appunto, altro che il libro dell’essere”.

***

LA POESIA non è una donnina in attesa delle vostre pacche sul

sedere, né un coro di ubriaconi vociferanti

con immagini da barboni che non supererebbero Wilms Montt,

né versi pederasti che inneggiano alle minigonne delle ragazzine,

né proteste a squarciagola per un mondo che vi ha dimenticati in un bar.

Né l’essere osceni vi rende avanguardisti,

o l’essere nudi artisti di performance,

certamente,

quanto più misogini, tanto più servi,

quanto più dotti, tanto più docili.

L’io contro la vita

è stato inutilmente squarciato fino alla nausea.

Il futuro accade in modi imprevedibili.

Nessun controllo

dei fatti trascorsi o a venire

sul sentiero della poiesis.

Se non otterrai la gloria di una élite più triste di mille muti,

non accasciare i tuoi versi su cose destinate a ingiallire.

La funzione della poesia è l’emanazione.

Se si distrae, si toglie la vita una stella.

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SONO COME una stella. O meglio, sono come la luce di una stella

morta che può ancora viaggiare e toccarti e darti una luce che io

ormai non ho più.

Che cosa potrei offrirti di più reale del mio silenzio? Perché

quando ti parlo, ciò che ho sentito pensando quelle parole se n’è

già andato.

Per questo ti dò il mio silenzio. Il mio silenzio è tutto ciò che

sono stata. Ed è mio.

**

LA TESTA non è mai ben posizionata da nessuna parte.

Non c’è luogo in cui una testa ben posizionata poggi da qualche

parte.

Anche se la inclini come un uccello e anche se chiudi le

membrane, anche se le chiudi, se la avvicini, se cerchi riparo, se

sei attratto da una sfida, un pasticcio, una passione, un’idea, avrai

perso la testa per qualcosa, e allora dove dovrebbe stare la testa?

**

QUANDO scriviamo sappiamo che stiamo viaggiando, che non

sarà molto il tempo in cui resteremo nello stesso luogo o con le

stesse persone.

Quando scriviamo sappiamo che la nostra vita sarà solitaria ogni

volta che lo esige il tragitto.

Quando scriviamo sappiamo che un giorno smetteremo di

scrivere.

Allora le parole avranno il significato del polline.

**

E IO che pensavo che non avrei avuto nulla ed ebbi la poesia

che mi diede più vite che a un gatto,

più onde che ad una cornice dorata,

più cieli che a una finestra.

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LA VITA di un ombrello è leccare la pioggia.

Quella di una poetessa, la vita.

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