ANTICIRA. Marco Ercolani

Dai “Quaderni dell’attenzione”

*Alcuni dei frammenti, riscritti, sono tratti da Il demone accanto (Edizioni L’Obliquo, 2002).

Giovanni Castiglia, Spettro della carta

**

ANTICIRA

Forse esiste qualche altro modo di scrivere ma io conosco soltanto questo; di notte quando la paura non mi lascia dormire conosco soltanto questo. E il suo lato diabolico mi sembra molto chiaro. (Franz Kafka)

**

Non andare mai a capo

Scrivo perché la scrittura non mi appartenga, perché la mia vita non esista esistendo nella scrittura. Mi esproprio, secondo dopo secondo. Se esito a morire, è solo perché non ho ancora scritto la frase giusta, quella che mai scriverò e che annoto a matita, in un foglio lunghissimo, dove non andare mai a capo.

Tacere?

Tacere? Lascia il silenzio ai colpevoli, ai prigionieri. Parla, prima che accada l’irreparabile. Un assassino, parlando, non è più l’uomo che ha ficcato il coltello nel corpo di un altro. Pierre Rivière dimentica di essere Pierre Rivière, quando inizia a dire: «Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello…». Si confessa. Libera il mondo da quanto ha inferto al mondo. Si pente dei cadaveri. Racconta la vita dei morti. Chi narra, accenna al movimento della pietra, allo spostamento del ramo. Ogni racconto è una raffica che porta lontano, alla deriva. Chi, odiando la vita, ammazza di giorno, non conosce chi, sopraffatto dallo stesso odio, scrive di notte: i mestieri sono simili, ma le morti diverse. La scrittura notturna genera, nella vita presente, il sogno di un mondo nuovo, dove uccidere non serve più.

A torturarti sono le facce

A torturarti sono le facce degli uomini comuni, degli uomini classificabili, di quelli che non hanno segreti da mostrare o nevrosi da soffrire. Sono loro i tuoi nemici. Non ti faranno mai nulla di speciale. Ti sorrideranno, ti saluteranno, ti disprezzeranno, senza smettere di esistere. E se loro esistono, muori tu. Non ci sono alternative. Puoi ucciderli. Però, se li uccidi, la società ti definisce folle, e così ricominci da capo. Puoi farlo senza commettere delitti. Puoi.

È un problema di cibo. Nutrirsi, sì, ma di che cosa? Il mondo è un’immagine molto chiara: una forca, con nessuno appeso, e sotto, il mare liscio, senza cerchi nell’acqua, senza barche che lo traversano. Così è decretato. Nessun tuffo, nessun tonfo. Se sei poeta, provaci ancora: fa vibrare l’aria intorno alla forca, stimola venti, correnti, raffiche; fà che il mare riveli la presenza dell’annegato o dell’emerso. Ma chissà se avrai fortuna…

Chi sente tutto questo e non può reagire, si libera dell’angoscia con delitti inspiegabili. La donna annega la figlia nel bagno, la mette sul letto accanto al cucciolo di pelouche e si getta giù dalla finestra. La figlia quindicenne fa massacrare la madre a martellate dal fidanzato ventiquattrenne. Il necroforo assiste all’autopsia delle sue vittime, vecchie o prostitute, e poi si uccide con un’overdose di eroina.

Tu puoi reagire. Parla con pietà di queste solitarie rivolte. Dimostra perché esistono. Chiediti cosa sarebbero state, queste vite, se…

Il tempo di Donald Evans

Si chiama Donald Evans. Uccide donne e uomini, li decapita, mette le teste nel frigorifero, mangia i loro cuori. Lo chiamano serial killer: Durante le spedizioni artiche, quando il gelo toglieva la ragione, si poteva uccidere il compagno senza un secondo di rimorso, guardando la lama entrare nella schiena coperta di neve. Delitti che neppure la fame poteva spiegare interamente e che solo in quei momenti estremi erano possibili.

Ora è sempre così.

Sventri l’amico più caro per un insulto. Bastoni la moglie fino ad ammazzarla. Il figlio frigna, non ti fa dormire, gli spappoli il cervello. Sei sempre Donald Evans. Questo è il tempo di Donald Evans.

Chi non ha nulla di sognato, di favoloso, di felicemente falso a nutrire la sua eresia, semina di morti i drugstores, spara agli automobilisti sull’autostrada, scaglia sassi dai cavalcavia. Alla violenza di tutti i giorni, che soffoca il pensiero della rivolta, risponde il delitto. La vita erompe come principio elementare di sopravvivenza: la morte dell’altro. L’assassinio come rito semplice, come mangiare o cagare o sbarazzarsi della spazzatura ingombrante. Il figlio, un tempo, lasciava la casa dei genitori ed entrava nel mondo. Adesso ammazza i genitori e va in galera: accelera quella morte simbolica producendo due pesanti cadaveri.

A New York, come diversivo alla noia del sabato sera, i giovani teenagers salgono in cima ai grattacieli fra le undici e mezzanotte e, appena vedono passare qualcuno, scaricano sacchi di cemento sulla strada; precipitando veloci, i sacchi si trasformano in proiettili omicidi. A chi capita capita. La morte viene dall’alto, fortuita e crudele come sempre. Solo che, adesso, il Dio delle religioni può essere uno psicopatico.

A Olivehurst, in California, Eric Houston, vestito come Rambo, sequestra tre professori e dieci studenti e li massacra a fucilate. Erika squarcia la gola della mamma e del fratello in una palazzina biancastra di Novi Ligure. Nel motel di Killeca un uomo esausto uccide sedici persone. Marta Russo viene freddata per strada da un proiettile vagante sparato da un annoiato ricercatore universitario, fanatico di Dostoewskij. Tracey Korner fa morire d’inedia la figlia di sei mesi, senza nessun motivo apparente. Per sette giorni consecutivi guarda la televisione, il frigo colmo di lattine, la bimba urlante nel lettino, finché l’urlo finisce. I giornali mostrano la foto del cadavere, esibiscono le diagnosi psichiatriche. Tracey, gli occhi spalancati, chiede, nella sua cella di Newport, un sacchetto di chipsters e un televisore a colori.

Ma tu, oggi, chiediti come puoi non essere Donald Evans, Eric Houston, Tracey Korner. Quando arrivi alla soglia dell’orrore, quando stai per essere o Donald o Eric o Tracey, chiediti: e se potessi narrare tutto questo? E se, invece di uccidere, raccontassi con delle parole il mio possibile delitto? Se lo rimandassi ma lo descrivessi, ma sapendo che migliaia di persone, un giorno, leggendo quanto ho scritto, capirebbero quello di cui oggi non sono ancora consapevole?

Resti a casa anche oggi

Resti a casa anche oggi, naturalmente. Così potrai credere a una città gelata, fantastica, inaccessibile – una Praga traversata dall’apparizione del Golem, una Pietroburgo sopraffatta dal Cavaliere di bronzo. Una città del secolo scorso, di quelle che si formano dalla carta, che nascono nei sogni, fantomatiche e irreali, di cui puoi parlare non avendo visto neppure le sue strade; uno di quei luoghi che consentono alla disperazione di evocare volti grotteschi, bettole ripugnanti, delitti impossibili, narrazioni stregate, e cancellare il mondo. Tu sogni un’angoscia letteraria. Ti sfugge la tua vera angoscia: quando, nell’afa di luglio, un matto vuole spaccare le mura di casa e chiamano te, lo psichiatra di zona; vai, lo infiali, lo carichi sull’ambulanza, lo rinchiudi in corsia psichiatrica; poi torni a casa, ti getti a capofitto nella scrittura della visione, evochi viuzze fatiscenti, case vacillanti, magari descrivi un folle che vuole spaccare le mura di casa. Vergògnati. Indossi una maschera e metti il delirio in prigione; ne indossi un’altra e lo liberi nella carta. Sei una persona perversa, fedele al tuo tempo.

Ma questo lembo di secolo mescola i videoclip di Madonna e la teoria dei quanti, il Sommario di decomposizione di Cioran e Chiara Ferragni. Non dovresti stupirti della clamorosa efferatezza dei crimini attuali: io li chiamerei crimini silenziosi. Accadono nell’assoluta inspiegabilità, nel nulla delle famiglie, nel vuoto delle passioni, nel niente del mondo. Sono compiuti da esseri irreprensibili e miti, che esplodono in improvvise, concrete, irriducibili follie. Il vigile ammazza le prostitute, la bimba soffoca la madre, il figlio sventra il padre: delitti che nascono rapidi come fuochi, e i fuochi lo rivelano. La vita non ha né progetti né salvezze: la sua unica forma è un sibilo che spezzi il mediocre rumore di fondo. Che questo sibilo sia un delitto o un’opera, una psicosi o un poema, non lo decide un impulso incontrollato, una lettura fortuita: lo decidi tu, quando aspetti armato e ti accorgi che eliminare una vita è un atto idiota, perché domani sarai costretto ad eliminarne un’altra; ma, se trasformassi la pistola in penna e scrivessi, la lama in pennello e dipingessi…

Nera e bianca

Nera e bianca. Non credo che tu abbia mai alzato gli occhi dallo schermo. Hai visto sempre quella strada: nera e bianca, notturna, luccicante al bagliore dei lampioni, bagnata di pioggia, con pozzanghere grandi, insegne riflesse, vetri fosforescenti, e il suono del sax in sottofondo. Nera e bianca. Sì, un film noir. Una strada, all’incrocio con un vicolo. Senti una sgommata, uno stridìo di freni. Un corpo viene trascinato fuori dall’auto, due persone lo reggono in spalla, lo issano per una scaletta, raggiungono il ponte della ferrovia, lo scaraventano sotto all’arrivo del treno. Sembra un tronco inerte, il corpo. Vapori e fumo. La faccia di lei: gli occhi spalancati dal terrore, le guance bellissime sbiancate dalla luce. La faccia di lui: una fronte imperlata di sudore, un respiro ansimante. Li guardi, aspetti ansioso, temo la sirena della polizia. E lei, dalla stanza: «Vieni fuori, guarda, c’è la luce!». Quasi non la senti. Che cosa dovresti guardare, se già stai guardando?». «Vedi, ci sono i colori, gli alberi. C’è il verde e il rosso». È inutile che parli. Cosa vuole da te? Non ci sono colori. Il mondo è nero e bianco. Scorre dentro uno schermo. Come si permette di disturbarti? Il colore è una cosa evidente e sciocca, uno scherzo della luce. Tu non credi agli scherzi. Guardi la strada nera e bianca, senti il suono del sax – Coleman, Coltrane? -, vedi la paura dell’uomo e della donna. Chi ti dice che il corpo ucciso, scaraventato dal ponte, non sia un corpo più reale del tuo e del suo? E lei ti parla della luce, mentre scorrono queste immagini. Ti parla del colore. Che vergogna!

Ma il film si interrompe. Lo schermo diventa grigio, poi nero. Come finirà il film? Come puoi non saperlo? Cerchi un foglio, prendi la matita, la premi sul foglio, disegni una figura, la fai, la rifai, la completi, forse è il corpo del morto (ma come è venuto male!), lo cancelli con un tratto nero, poi riprendi, con la punta, a scolpire quello che è un profilo (che lavoro duro e strano, come portarsi un corpo sulle spalle!); dal profilo, che emerge fra neri e bianchi, scaturisce un colore invisibile, come d’oro chiaro, ma non è oro, potrei dire un soffuso, tenuissimo chiaro, da livida alba; vai ancora giù, nel foglio, col nero della matita, spingi, scavi, quasi lo strappi, una fessura ti mostra il legno del tavolo, ma quel legno non è nulla, tu vuoi la carta, il suo bianco fragile, friabile, sottile, questo bianco da cui trarre fantasmi, cenere di cose, polvere di monumenti – il tuo mondo, quel mondo che ami appena; ma non appare niente, nessun corpo, nessun colore, e sei ancora lì, con le frasi che si rincorrono, virgola dopo virgola, frenetiche e veloci, e descrivono quello che è nato: un profilo, un essere, tutto, cioè nulla; ti è già sfuggito dalla mente chi devi ricordare, chi avresti dovuto ricordare; riferisci, a casaccio, brandelli di scene, come un povero idiota, a voce bassa, in segreto, quasi senza pelle, con le ossa della mano troppo dure sul foglio, la faccia sbiancata; devi dire addio, ma quale addio? e a chi?, non c’è più nulla da dire, non c’è mai stato niente, tutte le leggi sono finite, le figure scomparse, riprendi il foglio, accenni, modelli, sgorbi, cancelli, trovi ancora; c’è della materia, fra occhio e carta (un alone, come polvere che gira attorno a uno schermo), ma è tutto grigio. I colori hai cominciato a sognarli, ma sono invisibili. E non ci sono occhi per vedere, hai le palpebre chiuse, la luce è nascosta. Non ci sono orecchie per sentire, il suono non è ancora affiorato. Ma il corpo sta già modellandosi una scena, una forma, scolpisce lo spazio in cui, se è possibile…

Torni a guardare lo schermo. Il film riprende a scorrere. Ecco l’incrocio, fra vicolo e strada. L’asfalto luccicante di pioggia, un fruscìo di vesti, il corpo di una donnatrascinato giù dall’auto, ancora una volta. Come si chiamava quel film? Non voglio perderti. Ma non vedi la testa, è tutta nel nero: corrughi la fronte, guardi più attentamente. E lì, sul selciato, con le pozzanghere che rispecchiano i vetri illuminati, mentre il sax risuona vicino, sempre più vicino, tu vedi, fra le commessure, nell’angolo col marciapiede, per un attimo appena, pervaso da un riflesso chiarissimo, il colore – un filo scuro e denso, rosso e sottile, di sangue…

Riprendi fiato

Riprendi fiato e presta ascolto alle voci. A quelle, acute, di uccelli che conversano con brevi frasi musicali mentre i primi raggi di sole rischiarano i rami. A quelle, basse, che bisbigliano le vite di persone scomparse, elencano date, nomi, cognomi, professioni, numero di figli, età della morte. E non c’è mai silenzio. Come può esistere il silenzio? Le voci parlano di case, di muri che non hai mai visto. Di pietre, soprattutto. Pietre che i suoni riescono a sciogliere, a polverizzare. Non ci si può astenere dalle voci. Loro sussurrano sempre. E il tuo tavolo si accende o si spegne, a seconda dell’intensità delle voci, diventa forte come un ponte d’acciaio o fragile come un velo di polvere. E le voci continuano a risuonare. Tieni la testa alta sul cuscino. La luce accesa, le orecchie aperte. È bello, il cuscino. Ti comunica il senso di una cosa soffice, che ospita la tua testa, quando la tua testa non ha più niente a che fare col mondo. Ti fa sentire che, non appena ti sveglierai, tutto ti sembrerà spinoso, abbagliante, sgradevole, se lo confronterai con questa morbida superficie su cui appoggiare la tempia e non sapere più nulla. Finalmente! Non sapere.

Venti

Il vento ustiona la pelle, fa sanguinare naso e labbra. Feh. Nasim. Bai. Helm. Rammento i nomi arabi dei venti. Il vento accartoccia i libri, copre le cose di polvere, frantuma i bicchieri. Yuh. Landlash. Biliku. Haboob. Arifi. E Hu-ka-vi è il richiamo aspro, a Trieste, che mette in guardia dall’arrivo della bora…

Ma ci sono suoni più dolci. Metti l’orecchio al ramo che sussurra e sentirai il fruscìo delle querce secche, il respiro del ginepro, il soffio dei cedri, il mormorìo dell’acero, il bisbiglio del salice. Gli alberi sono straordinari strumenti. Il salice flauto, l’arpa cipresso, il melo violoncello; e, mentre il vento li fa vibrare con quei suoni, niente è più simile a prima…

Quando soffia il vento, riprendi ad amare la verità. Comprendi che non é un concetto, ma una forza vivente, un’energia, un errore. La maschera consueta della pelle è il rifiuto della verità, la negazione del vento. Ma, quando dormi, tutto muta. Il sonno, nella costanza del suo silenzio, garantisce che l’uomo, anche se stupido o malvagio, domani, come un paesaggio sabbioso sotto la tormenta, potrebbe mutare…

Vorresti rappresentare il vento ma i colori non servono. Basta l’inchiostro per dire i segni del fumo, della nebbia. La carta restituisce, nella violenza delle cancellature, la violenza impressa dal vento alle cose. Per dire che le pietre sono le ossa delle montagne e nulla è più forte della presenza del vento, che trasforma e dissemina. Senza vento la montagna è un osso morto, mangiato dagli animali. La pietra, sferzata dalle raffiche, è la radice della nuvola. Il vento crea le nuvole da picchi e precipizi. Le nuvole scorrono, mandano ombre sulla neve, come abissi. E le ombre appaiono e scompaiono. Il piede affonda nella nuvola, come nella terra. E la tormenta ritorna…

Il suono dell’acqua

Piove. Una pioggia sporca, che cancella dall’asfalto i segni delle scarpe e del sangue. Il gommista chiude il garage. La saracinesca cigola. Il sottopassaggio inondato da fiotti d’acqua, che spaccano la vetrina della tabaccheria; sigarette e accendini, rovesciati nelle pozzanghere, per un po’ galleggiano, poi sono travolti da altre correnti. La stecca di un ombrello salta dalla mano del passante. Le vetture, bloccate dalla pioggia torrenziale, affondano nell’acqua. L’aria precipita, trasformata in pioggia, e al posto del cielo resta uno spazio senza colori. La materia dei tetti – lo vedi? – si scolla. I vicoli inondati dall’acqua delle grondaie, i tombini ostruiti da masse di fango: una pioggia scrosciante picchia sul ferro, batte sui vetri, rimbomba alle porte.

Spalanca le finestre. È arrivato il momento. Respira. Lascia i libri aperti sulla scrivania: che la pioggia entri e l’acqua muti le pagine, trasformi i contenuti, rinnovi gli scopi. Non preoccuparti della tua vita: ti salverai. I cani, fradici, cercano riparo dalle raffiche. I passanti si afferrano ai muri, sollevano il capo, alzano le braccia. Guarda bene. I volti mutano come la sabbia sotto il diluvio. Nessun corpo resta integro. Tutti, a loro modo, cambiano. Chi si accorge di essere occhi, o teste, o capelli. Chi si illude di tradurre il terrore della pioggia e cerca di parlare. Ma il fragore copre le parole. Molti restano muti, pur aprendo la bocca. La pioggia continua a scrosciare.

Tu resta tranquillo. Condannato al destino del gorgo, potresti precipitare, assordato dal suono dell’acqua. Invece no. Punto fisso nel maellstrom, piccola pietra, uccello ipnotizzato che non osa né scendere né salire, ti annidi silenzioso nelle pareti del gorgo, chiudendo gli occhi. L’acqua mescola, corrode, devasta, straripa, muta pelli, paesaggi, voci. Ma tu non senti nulla. Dopo molto, moltissimo tempo, ritornerai a guardare. Del pianeta, allora, resterà solo un bosco scancellato dalla nebbia, nell’affresco del soffitto – ricordi? – nel convento di San Paolo, a Parma; accanto al bosco, dove una vela, un ponte, un arco si rivelano verdi e scialbe rovine, emerge la città purpurea, sommersa dall’acqua, le tre chiese, un cielo liquido, e quella magica costruzione rossa, composta di sedici celle o fori, che termina in alto con un magico otto. E al centro dell’otto c’è, ancora integro, il vangelo miniato del canonico Zollner, aperto alla pagina della Resurrezione, la figura di Cristo, rossa e oro, incisa sulla prima R del capitolo.

Anticira

Ha sempre avuto molti nomi Anticira: Terra di Giles, arcipelago Frawley, terra di Bering, passaggio Franklin, penisola Sjoberg. Anticira, l’isola pensata come ultimo approdo del mondo conosciuto. Ma i nomi sono tutti falsi. Anticira non è l’isola desiderata, non è l’approdo finale: esiste quando la morsa del ghiaccio sparisce e il navigante può pensare, vedendo la costa, mentre i blocchi scricchiolano, al sollievo dal freddo, al nascere del vento, alla ripresa della rotta, e la vede, lontana. Poi, subito dopo, Anticira sparisce.

Di lei si raccontano leggende: che nessuno la ami perché le sue pietre sono buie. Ma, quando le guardi a lungo, si liberano del buio e tornano a risplendere in un modo particolare, come solo le pietre di Anticira possono risplendere. Sembra che, dopo alcune ore di cammino nell’isola, i viaggiatori restino con i piedi sollevati da terra, imbarazzati e disorientati, vittime delle correnti. Inoltre ad Anti Cira, isola dal doppio nome, si invecchia di giorno e si ringiovanisce di notte, non mutando mai età.

Costruire una nave che possa resistere alla pressione dei ghiacci, che sia sollevata e non schiacciata dagli icebergs. Farsi trasportare dalle correnti alla deriva verso l’arcipelago di cui non sappiamo ancora il nome: questa è la navigazione per Anticira. Scegliere la nave giusta, con il legno liscio come pelle. Legno dolce e chiaro, morbido al tatto, che sfugge alla presa del ghiaccio e scivola bene nel pack, lentamente, con movimenti sicuri, aiutato dalla voce dei marinai, da alcune sillabe speciali, da una cantilena in grado di incrinare la crosta più gelata e più spessa, trasformando la nave nel morbido approdo a cui tende. Morbido e improvviso, come ogni approdo ad Anticira. Un minuto prima e la nave beccheggia fra i marosi: un minuto dopo e l’isola lo accoglie. Nave o isola, risveglia una nausea invincibile per le celle, le case, i cimiteri, le stanze. Per chi conosce Anticira, stare è corrompersi, dimenticare il proprio nome, tradirsi. Diventare, lentamente, chi avresti odiato essere, fino a qualche anno fa. E non ammetterlo a te stesso ma continuare a guardarti in uno specchio un po’ sporco, rimuginando menzogne.

Quindi riparti per Anticira, non appena la raggiungi.

Quando pensi il mondo

Quando pensi il mondo, durante la notte, il mondo non può che dissolversi, come il foglio su cui scrivi, quando spegni la luce e si fa buio e, pur continuando a scriverci sopra, non riesci a veder niente, la tua scrittura si confonde, si cancella. Nella tua mente si confondono le immagini del mondo e ti sembra che, a leggerla attentamente, la vita, non abbia niente di essenziale. La vita non ha senso in sé ma aiuta a sognare meglio, a sognare contro di lei. Non trovi straordinario che ti venga data, per caso, una cosa che non vale molto, e nello stesso istante ti vengano concessi i mezzi per annullarla o esaltarla? La vita permette di esistere fuori dalla vita. Come quando, prima di ricoverare quella donna, notasti, sulla parete di legno, un’illustrazione del Piccolo Principe. Dicesti, a voce alta: «È straordinaria la poesia di quel libro». Lei sorrise. Benché delirasse, benché amasse solo la lingua degli angeli e invitasse i bambini della sua classe a lasciare il mondo agitando le ali, si fidò di te. Non c’era più bisogno di portarla via con la polizia. Ti guardò negli occhi. Si sarebbe curata.

Ricordi quel tuo vecchio racconto? Un uomo vuole morire e si getta nel vuoto. Un altro uomo passa di sotto, per caso. Raggiunto dal corpo in volo, il passante si accascia. Risultato: il suicida si salva, l’altro resta paralizzato e muto. Il racconto nasce da qui: dalla casuale paralisi dello sconosciuto, dal folle desiderio di vendicarsi di quell’inconcepibile sopruso. Ora non hai più bisogno di quella vendetta. Non sei né paralitico né muto. Tu cammini da solo. Non dovrai più correggere quel racconto. Lascialo lì, fra le cose incompiute.

Casseurs

Ti viene in mente Genova saccheggiata dai casseurs, i black bloc, le marce rituali, gli sventolamenti delle bandiere nere, la guerriglia consentita dalla polizia, I roghi, i lacrimogeni, le molotov. E vedi alla televisione la piazza dove i tuoi genitori si sono sposati, dove tua madre vedova passa in autobus piangendo, trasformata nella piazza di Carlo G., ucciso dal carabiniere con una pallottola nell’occhio. Sai solo questo: devi testimoniare, descrivere, non tacere. Ma testimoniare con la testa rovesciata sul cuscino, come se non potessi vedere. Ricordi il canto di Chiara (morta suicida da un dirupo di S.Giacomo di Roburent): «se sei felice tu lo sai / batti i piedi batti le mani!». E proprio ora, guardando le macerie dei negozi e le facce costernate dei passanti, rileggi le parole di un artista matto, nato nei dintorni di Chiavari: «Tu andrai a finire nella casa delle mummie: il manicomio. Sopra la televisione ho sentito una voce molto chiara, ma l’hanno trasmessa a Buenos Aires… città delle mummie: lo chiamano così il manicomio, l’isola dai tetti rossi».

Tetti? Quali tetti? Le Twin Towers, frantumate dai due aerei kamikaze, crollano con uno schianto fotografato e inquadrato migliaia di volte. Tutto diventa la stessa, bassa, densa. irrespirabile nuvola di fumo. Nuvola reale che intossica te, le strategie del mondo, gli inganni, i sogni, le forme viventi. Il fumo lo vedi in diretta, dentro lo schermo. I morti sono spellati dal fuoco, oltre le macerie. Senti sempre di più – lo hai sempre sentito – che la tua penna, quaderno dopo quaderno, frase dopo frase, è stata suddita di quel fumo soffocante, basso, inarrestabile. Il fumo ci eguaglia e riflette tutti, come i mille riflessi di uno specchio in frantumi. Ma tu fa’ quello che dico: prendi un pezzo di specchio, anche il più piccolo, e mettitelo sulla faccia. Respingi il mondo così. Respira dietro lo scudo. Respira a lungo. Ora sei opaco, sei vivo. Qui, ad Anticira.

Lascia un commento