Forse qualcuno mi aspetterà, all’angolo della strada, oggi, uscendo, appena un passo. Forse un tempo ero morto e mi parlavano, senza fare del linguaggio uno specchio.
Ciò che si sé ogni uomo dona alla polvere mi attira, come il seme, come il seme delle cose umane, inverate. Il traduttore è un becchino che spala, disseppellisce, rimuove le zolle.
Come scende un artificio nel fuoco. Come un cercatore senza miniere. Rinviene dal torpore il terremoto. Lo sciame di api, il nugolo di nubi.
Le condizioni imposte schematizzano la rotta. Razionalizzare il sesso. Piantare confini entro il territorio. Nessun abbandono. Essere sinceri è essere ordinati.
Quanti anni dovrei leggere, scrivere, aderire al termine delle cose terrene, delle terre scoscese, impareggiabili, deserte? Gli anni muovono i passi del corriere che porta pacchi alle due.
La domanda ho smesso di farla. Attendo.
La risposta l’ho rivoltata in gola, ho impedito.
Dove sarebbe finita Euridice se non l’avessi persa? Teatro senza fondo. Con doppio speculare. Da attraversare. Artaud ha dato ascolto ad Alice. Sto nel buio del continuo bere latte irreale.
Piove a dirotto. Il vento sta impazzendo. Cipria di porpora e brandelli di stalattiti. Tu vai e vieni sul filo di un solstizio d’inverno. Bill Viola. David Sylvian. Tuoni. Ora. Tonfi. Tentacoli.
Leghi e sleghi la lingua come fosse una cosa magica. Come fossi dentro la vertigine dodecafonica, la campitura di musica irrelata della lingua triplice, trina, di Amelia Rosselli.
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Il terreno è instabile per tutti. Nessuno è immune dalla sofferenza.
Io credo che trincee e foibe siano costellazioni di pietra perché il dolore pietrifica. Vedi, il male della mente mi ha indurito come maschera vecchia, guastata da muffa e colonie di insetti.
Siamo come fatti ciechi da un grido e sordi da uno sguardo muto.
La psichiatria è il mondo medicalizzato dell’immaginazione perversa. La diagnosi è la punta di diamante dell’ago di sutura.
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Fotografia di Chiara Romanini
