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20/3/22
Poi
il guizzo del fulmine
schiuse all’infinito la mia forma
scaturiva da lontano
era la lampada spenta di mia madre
il ladro notturno alla finestra,
tu avanzavi lieve
entravi nell’aria
come di velluto
portavi ampolle di miele
appese alle tue labbra
io ti venivo incontro
dalle strade antiche nude
di novembre,
avevo nello sguardo
i fiori di ciliegio
che fingevi tra le mani.
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31/8/2023
Quante albe ho proclamato
nel tuo nome
e tenere le stagioni dell’uva
-il tuo nome dal suono oscuro-
cadeva a precipizio
dalle rocce aguzze dei monti
vanamente tentava
l’azzurro dei torrenti
mi portava la solitudine degli alberi
le erbe mute degli argini
il senso cupo
dello strappo antico
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1/7/2023
Una quercia
al punto estremo del bosco di querce
si stava preparando a un incontro
accadevano danze da tempo tra i rami
e un filo dorato allegramente passava
tra le foglie e il muschio
disteso ai suoi piedi-
il cielo taceva e guardava
era intento alla trama consueta
ma dove più teneramente
lo richiamava la nuvola,
solo per lei cantava
e ancora cantava
le parole antiche di tutti gli inverni.
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1/7/2023
Chissà se era stato il sogno…quell’albero dalle radici disperate vaganti nell’aria che imploravano l’accoglienza della terra, e lei che era costretta a cantare incessantemente per tenerle vive, anche mentre se ne andava per le strade banali, sorridendo alla sguardo sorpreso di chi incontrava. Benché nessuno le chiedesse perché se ne andasse cantando con quell’albero appeso al collo, come se tutti in qualche modo partecipassero di quella stravaganza.
Anche per una certa compiacenza nei confronti del sogno lo aveva deciso, come assecondando il suo suggerimento. I sogni sono ottimi amici, disinteressati, sanno tutto di noi e generosamente lo ricordano.
Non avrebbe mai più condiviso con nessuno il volto della sua innamorata interiore, lo avrebbe tenuto tutto per sé, per la pagina di sé, ben nascosto dentro il candore delle sue infinite possibilità e solo qualche volta, in una sera d’autunno, forse, avrebbe schiuso le righe che, pudicamente eppure senza ritegno, premevano al di sotto di quel bianco e si muovevano sfiorandosi l’un l’altra, eludendosi e cercandosi come orchestrate dal vento.
Dopo averlo deciso e aver stabilito la regola per disciplinare la sua decisione, si fermò a un angolo di strada, lasciò cadere il dolore e la fatica del suo canto e allungando le mani non trovò più l’albero, non sentì più l’aria inquietata dalla frenesia delle radici in cerca della loro terra.
Ma chissà quanto a lungo avrebbe cercato di comprendere se ancora si trattava del sogno antico o di uno nuovo in cui quello antico era confluito. O era forse il vento che incessantemente allestiva giochi di luce sul volto dell’innamorata interiore che la riguardava e appendeva tra ombra e ombra le radici strappate dopo averle mutate in palloncini azzurri e lanterne come, sulle righe della pagina, le parole.
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Giovanni Castiglia, Fioritura
