IL SENSO CUPO DELLO STRAPPO ANTICO. Danila Boggiano

**

20/3/22

Poi

il guizzo del fulmine

schiuse all’infinito la mia forma

scaturiva da lontano

era la lampada spenta di mia madre

il ladro notturno alla finestra,

tu avanzavi lieve

entravi nell’aria

come di velluto

portavi ampolle di miele

appese alle tue labbra

io ti venivo incontro

dalle strade antiche nude

di novembre,

avevo nello sguardo

i fiori di ciliegio

che fingevi tra le mani.

**

31/8/2023

Quante albe ho proclamato

nel tuo nome

e tenere le stagioni dell’uva

-il tuo nome dal suono oscuro-

cadeva a precipizio

dalle rocce aguzze dei monti

vanamente tentava

l’azzurro dei torrenti

mi portava la solitudine degli alberi

le erbe mute degli argini

il senso cupo

dello strappo antico

**

1/7/2023

Una quercia

al punto estremo del bosco di querce

si stava preparando a un incontro

accadevano danze da tempo tra i rami

e un filo dorato allegramente passava

tra le foglie e il muschio

disteso ai suoi piedi-

il cielo taceva e guardava

era intento alla trama consueta

ma dove più teneramente

lo richiamava la nuvola,

solo per lei cantava

e ancora cantava

le parole antiche di tutti gli inverni.

**

1/7/2023

Chissà se era stato il sogno…quell’albero dalle radici disperate vaganti nell’aria che imploravano l’accoglienza della terra, e lei che era costretta a cantare incessantemente per tenerle vive, anche mentre se ne andava per le strade banali, sorridendo alla sguardo sorpreso di chi incontrava. Benché nessuno le chiedesse perché se ne andasse cantando con quell’albero appeso al collo, come se tutti in qualche modo partecipassero di quella stravaganza.

Anche per una certa compiacenza nei confronti del sogno lo aveva deciso, come assecondando il suo suggerimento. I sogni sono ottimi amici, disinteressati, sanno tutto di noi e generosamente lo ricordano.

Non avrebbe mai più condiviso con nessuno il volto della sua innamorata interiore, lo avrebbe tenuto tutto per sé, per la pagina di sé, ben nascosto dentro il candore delle sue infinite possibilità e solo qualche volta, in una sera d’autunno, forse, avrebbe schiuso le righe che, pudicamente eppure senza ritegno, premevano al di sotto di quel bianco e si muovevano sfiorandosi l’un l’altra, eludendosi e cercandosi come orchestrate dal vento.

Dopo averlo deciso e aver stabilito la regola per disciplinare la sua decisione, si fermò a un angolo di strada, lasciò cadere il dolore e la fatica del suo canto e allungando le mani non trovò più l’albero, non sentì più l’aria inquietata dalla frenesia delle radici in cerca della loro terra.

Ma chissà quanto a lungo avrebbe cercato di comprendere se ancora si trattava del sogno antico o di uno nuovo in cui quello antico era confluito. O era forse il vento che incessantemente allestiva giochi di luce sul volto dell’innamorata interiore che la riguardava e appendeva tra ombra e ombra le radici strappate dopo averle mutate in palloncini azzurri e lanterne come, sulle righe della pagina, le parole.

**

Giovanni Castiglia, Fioritura

Lascia un commento