LA PAROLA DI SCEVE. Francesco Macciò

Si dice che i poeti o i sé dicenti tali non leggano poesie. Non so se ciò sia del tutto vero, ma a leggere certi prodotti dell’odierna scena poetica italiana viene il sospetto che sia proprio così. D’altra parte, chiudere le valvole diacroniche, ovverossia non fare i conti con i grandi del passato remoto (per esempio Dante, Tasso, Foscolo) o prossimo (Montale, Sereni, Caproni) evita di andare incontro, nella consapevolezza di esercitare lo stesso mestiere di un Leopardi o di un Rilke, a bordate di disistima tali da ‘far appendere le scarpe al chiodo’. Passo attraverso questa non secondaria porta di servizio per parlare di un libro quanto meno utile a riportare la Poesia nel suo alveo. Si tratta di una nuova traduzione di Délie. Oggetto di altissima virtù, di Maurice Scève, un’opera complessa del XVI secolo, che incrocia neopetrarchismo e neoplatonismo, costituita da ben 449 poesie dette dizaines, in quanto ciascuna di esse è strutturata in una strofa di dieci versi con un serrato gioco di rime, come se la dizaine fosse costituita da due nuclei pentastici contrapposti in ordine invertito: ABABB + CCDCD. Maurice Scève, il più illustre rappresentante della scuola lionese, dipana il suo “discorso amoroso” nella misura di una forma chiusa di tal fattura che chiama a rapporto i raffinati strumenti di una sicura acquisizione tecnica. Lucetta Frisa ha selezionato un centinaio circa di dizaines, restituendocele in una traduzione che mantiene nella nostra lingua quell’intreccio di concentrazione sintattica e espressiva drammaticità caratterizzante, nel coagulo di suono e senso, la poesia di Scève, una poesia di sorprendente attualità nella sua struggente tessitura filosofica di derivazione ficiniana, ma anche criptica, nel delineare l’inafferrabilità della condizione umana. Se poi l’opera poetica di Scève, nella sua sapiente orchestrazione, infarcita di obscure clarté e di intuizioni analogiche, valse nel XIX secolo al suo autore il titolo di precursore della poesia simbolista, non dovrebbe sorprenderci. Anche leggendo un solo verso della dizaine CLXIV: “J’errois flottant parmy ce Gouffre amer”, come non pensare alla stessa immagine filtrata ne L’albatros di Baudelaire? Questa edizione di Délie. Oggetto di altissima virtù, pubblicata con testo a fronte nella collana “I Libri dell’Arca” dai tipi di Joker nel dicembre 2023, reca una illuminante Nota introduttiva di Lucetta Frisa, la cui traduzione non ne ‘tradisce’ le intenzioni: “Confesso di aver provato, nel tradurre Scève, piacere e meraviglia, ma ci tenevo a rendere la lingua d’arrivo più italiana possibile, cioè a far sì che questa antica poesia francese sembrasse genuinamente composta in italiano, in quel particolare nodo enigmatico tra anima e mente, tra cuore e pensiero. Assolutamente desiderante. Come scrive Pascal Quignard proprio di Délie: “Una parola breve e cancellata nell’aria. Leggera -ma con tracce di sangue”.

La nota di lettura su Dèlie. Oggetto di altissima virtù è apparsa in: METAPHORICA 5. Semestrale di poesia, anno III, numero 5, gennaio-giugno 2024, a cura di Saverio Bafaro. La rivista di poesia (suddivisa in Ouverture, Editoriale, Inediti, Traduzioni, La poesia si racconta, Interventi, Saggi, Riedizioni, Intersezioni, Profili della memoria, Rhetorica, Recensioni) è pubblicata dalle Edizioni Efesto nella collana lumen.

http://www.edizioniefesto.it

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