Questa nota di lettura è apparsa sulla rivista Xenia, periodico trimestrale di letteratura e cultura, anno IX, n. 2, giugno 2024.

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L’altro dentro di noi (Anterem Edizioni, Verona 2024, pp.79, euro 12,00) si configura come una summa, tanto più efficace quanto più ridotta all’osso, di tutta la cospicua produzione di Ercolani, come se si riunisse motu proprio in una sola terra quell’arcipelago in cui si frammenta l’opera dell’autore nello sfrangiarsi dell’io tra saggistica, narrativa, aforisma, poesia… un io che declina nell’altro sia la necessità di un travestimento sia il ricorso all’escamotage privilegiato dell’apocrifo. Non che non sia possibile, come in un raggruppamento di isole, traghettare da una all’altra: nell’arcipelago Ercolani le distanze sono ravvicinate, proprio per la riconoscibilità di uno stesso “paesaggio”, che quando è poesia accenna a passi di prosa e quando è prosa, forma visibile prevalente, rivela una concentrazione di senso e una ricerca espressiva capace di sorprendere il lettore come solo la poesia sa fare, ma qui, in questo libriccino di una settantina di pagine, si addensano in una convergenza di scritture la pluralità e la versatilità di un’espressione artistica in cui forse potrebbe rintracciarsi l’idea aristotelica di un linguaggio che non sia né prosa né poesia, ma si collochi su una via mediana a filo dell’una e dell’altra. A stupirci, pressoché ad apertura di pagina, sono la densità e la concentrazione di pensiero, i tagli aforistici, gli affondi speculativi, le linee ermeneutiche di una sostanza filosofica che sconfina nella psichiatria. Che poi questo robusto apparato compositivo non vada in direzione della pesantezza, ma si risolva nella leggerezza di una scrittura che sembra uscita di getto dalla penna dell’autore, fa di questa “operina d’inchiostro” un piccolo capolavoro in formato tascabile. Certamente a determinarne fruibilità e scorrevolezza contribuisce non poco la formula montaliana dell’autointervista, dell’intervista immaginaria in cui, leggendo le risposte, si possa desumere il senso di domande non formulate. Domande sottaciute e risposte si estendono ad angolo giro in ogni direzione e la voce di Ercolani diventa la voce di altri io o di altri travestimenti dell’io. Come direbbe Pessoa: “Ognuno di noi è più di uno, è molti, è una prolissità di se stesso”, così anche nella “prolissità” dell’io di Ercolani riverberano imprescindibili punti di riferimento di una sua personale “segnaletica”: le voci dei suoi Kleist, Celan, Walser, Artaud, Bernhard, Novalis, Hölderlin, Sebald, Cechov, Blok, Kafka, Büchner… “Gli antichi maestri,” scrive Ercolani, “ci insegnano che la follia è passione dell’oltre, senza indulgenze”. Ed è la professione di psichiatra a mettere a fuoco il bersaglio, nel suo compito impossibile di “guarire la mente inguaribile”, una missione che si risolve in “una fatica senza senso”, anche se la fatica poi si riscatta e trova un senso nell’esercizio quotidiano della scrittura: “Per questo scrivo, irrefrenabilmente: almeno le parole non fuggono e possono, se non guarire, accompagnare e consolare, come quando leggiamo i versi di Alcmane che rimpiangono la luce del giorno”. La scrittura si muove come il vento che porta chissà dove, nel ricordo e nel non-ricordo, le divagazioni della memoria: “Ci sono porte rese invisibili dalla luce del tramonto; ci sono tramonti, da qualche parte del mondo, di cui non riesci nemmeno a immaginare la luce. Trasformare la paura. Munire la notte, come scriveva Paul Celan. Munire di armi lei, indifesa. Ecco il progetto di ogni scrittore: ricordare, creare. I ricordi non appartengono solo alla memoria: ti nascono dentro per una frenesia altra, per speranza, utopia, amore, perché ci smascheriamo leggendo. Viviamo liberi quando leggiamo, ipnotizzati dalla scrittura”. Anche da queste esigue citazioni, si può intuire di quale sostanza si alimenti questa sorta di essai, prezioso e utile come un vademecum, che ha l’aspetto di una frammentata, sincera confessione, nella quale riconosciamo in uno stile inconfondibile la vertigine di una scrittura che, svelando mondi reali e immaginari, si pone contro le tenebre e contro la morte in un processo di aggregazione che sembra attraversare e conciliare gli opposti: “nostalgia di cose che non sono mai state dette, desiderio che siano dette e scritte ora, inventando un passato gravido di futuro. Ogni passato è futuro. Ogni forma genera il suo opposto con un soprassalto, ne è traversata in un senso e nell’altro, si rispecchia ovunque”. Non è difficile cogliere nei mondi paralleli, o obliqui, evocati o inventati da Ercolani una rifrazione di vite sommerse o anche solo un riflesso degli altri dentro di noi. Ed è proprio in questi attraversamenti, in questi soprassalti, nello scardinamento dell’io e al contempo nella sua estensione la potenza e la bellezza di un’opera che si offre, in apertura di senso, come un coro di voci, voci che ne chiamano altre in un “movimento di fuga da un io monodico e insonoro a un io multiplo immerso in un arcipelago di risonanze”. Converrà delineare ora, in conclusione, ciò che avrei dovuto annunciare prima, in apertura, e cioè la partitura in quattro sezioni – Intervista, Sono e non sono, Un desiderio di cose inesistenti, Pensiero nomade – in cui si suddivide L’altro dentro di noi. Sezioni interconnesse e intercomunicanti, compiute e incompiute al tempo stesso, giacché “ogni opera autentica è costituzionalmente incompleta, perché invasa da tutti i libri possibili che l’autore ha pensato e sognato senza scriverli”. Tralasciando, infine, molto di ciò che avrebbe meritato attenzione, dalle incursioni nel mondo dell’arte all’incanto pietrificante della musica alle suggestioni del cinema, vorrei accennare soltanto all’idea di scrittura come pensiero nomade, fluttuante, che non può accasarsi in alcuna terra, ma solo lasciarsi attraversare da essa e “narrare all’infinito di esperienze al limite del possibile, aprendo sempre nuovi spazi”. È proprio in questi nuovi spazi di nomadismo che la parola, non solo in poesia ma nella sua circolarità anche in prosa, “germina come fiore, aforisma, lampo”.
