PER “SENTINELLA”. Mauro Germani

Il testo è tratto da Ai margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei, con postfazione di Sebastiano Aglieco, La Vita Felice, Milano, 2014.

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Come scrive Alberto Bertoni nella nota critica posta in appendice, questo libro di Marco Ercolani ha l’intento “di avvicinare fino a sovrapporli i domini della poesia e della filosofia (..) con un cortocircuito di verità e di invenzione”. Gli aforismi poetici che compongono il volume sembrano provenire da un silenzio originario e quasi attonito: essi si dispongono infatti sulla pagina in una sorta di necessaria obbedienza al loro stesso ambivalente destino di presenza e assenza. Ciò che ci viene consegnata pare essere una profonda instabilità ontologica, che forse potremmo definire la consapevolezza della soglia, la coscienza di un continuo mancare di presunte realtà che si sfaldano per assumere altre forme e altre sostanze, in un processo metamorfico sottile ma incessante (“ogni realtà rinvia a realtà ulteriori, tangibili come la polvere nell’aria”).

Polarità diverse si attraggono e si respingono in un gioco di chiaroscuri e di precipizi, che fa pensare alle interrogazioni e alle sovversioni del grande Jabès, il quale ebbe modo di scrivere: “Crediamo di vivere, crediamo di scrivere la nostra vita: scaviamo buchi”. Ma in questa generale atmosfera di incompiutezza esistenziale, che si respira nelle pagine del libro, nei suoi frammenti e nelle sue illuminazioni, emerge improvvisa l’interrogazione/ricerca intorno all’io: “Una fessura, nella pietra liscia. Un io, forse”, come ciò che resta dopo una scomparsa o una guerra devastante, a cui si deve in qualche modo rispondere (“Sentinella di un tempio che potrebbe essere luminoso, smisurato, incandescente, ma che sarà sempre elevato sulle rovine dell’io, in un campo disseminato di macerie”).

Ecco allora quella “lezione necessaria” che deve essere la scrittura, “il mistero di un sonno in cui restare svegli”, perché “in quel limite tra veglia e sonno si dibatte la necessità di tacere e la possibilità di dire, che si confrontano come due misteri. La scrittura poetica è la traccia fisica di questa esitazione. La lezione necessaria del vuoto”. In questa consapevolezza, che continuamente deve essere rinnovata, risiede la spinta di chi scrive “non cercando verità definitive nella proprie forme ma esponendosi, come stracci a folate di vento, a quell’ansia inguaribile”.

La lezione non riguarda solo l’atto dello scrivere, ma la nostra stessa esistenza. E a questo proposito vale la pena riportare per intero questo stupendo brano di Ercolani; un’esortazione alla fuga come pedagogia e vera appropriazione di sé, come avvicinamento all’ignoto che siamo.

“Ai miei allievi, se avessi degli allievi a cui insegnare qualcosa, direi: buttate via i miei quaderni di appunti, non trascrivete nulla delle mie osservazioni. Se il primo compito è ricordare ogni parola, ogni sillaba e ogni pausa del discorso, il compito successivo è dimenticarle e ricordare solo il tono. Nessuno di noi è perfetto o felice: nessuno ha ricevuto le giuste carezze o le giuste offese. Qualcosa di meno o qualcosa di più certamente. 81 In ognuno di noi c’è un punto nero. Il difetto o l’eccesso. Un punto che solo noi vediamo, a cui nessun altro deve accedere. Per difendere quel punto si usano mille strategie. Potreste uccidere o diventare pazzi, se lo profanassero. La filosofia lo circuisce con le idee, la scienza con i teoremi, la poesia con le parole. Avete vent’anni. Non restate fermi dentro un’aula. Ci sono nomadi in un deserto sterminato, gambe che marciano verso una meta sconosciuta, menti che pensano cose incomprensibili. Vi insegno che è necessario fuggire. Di quel punto, voi non sapete ancora nulla. E se restate qui ve lo nasconderanno e morrete, senza aver visto la vostra essenza”.

Durante la lettura del libro, allora, anche noi non possiamo che provare una nostalgia infinita per il nostro punto nero e segreto, che abbiamo perduto o dimenticato, o addirittura mai conosciuto. Ercolani ci apre alla nostra stessa erranza, alle diverse soglie dentro di noi e oltre noi, ci interroga sull’enigma della scrittura e dell’esistenza, in una dimensione che costantemente ci sdoppia: noi lettori di parole altrui, noi sentinelle della sentinella che ha scritto.

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