CREAZIONE. Jean Fautrier

Solo, essere solo – disperatamente solo – trincerato, solo. Che cosa orrenda, insostenibile. Nessuno potrebbe controllare i suoi nervi in una così perfetta solitudine. Solo, essere solo al punto da sprofondare in una grigia mollezza per non crollare. Solo, solo! Quale parola esprimerebbe meglio questo vuoto, questo muro liscio senza la minima sporgenza a cui aggrapparsi, questo stato da cui si crede sempre di uscire ma non si esce mai.

Solo fino a invocare l’annientamento atroce e totale di ogni cosa – sensazione di grande violenza a cui ci presteremmo volentieri piuttosto che sopportare un istante di più quella solitudine.

Solo, l’angoscia di una vita – stato oscuro che non si osa toccare per paura di immettere qualche scintilla di luce.

Sì, solo, ben solo – ma giustamente perché dall’inasprimento di questa solitudine si potrà attingere una forza vera – quella che ci farà entrare in profondità dentro noi stessi per trovarvi la sorgente di una vita. Solo, ma dentro una tale ampiezza di sguardo che essere in questo stato di solitudine offrirà le soluzioni più assolute e più pure.

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*Il testo è tratto da una mostra sulla pittura di Fautrier e la scultura di Brancusi (Stoccolma, 1961), ora raccolto in: Jean Fautrier, La peinture doit se détruire por se réinventer. Textes, entretiens, propos et témoignages réunis, annotès et préfacés par Dieter Schwarz, edizioni l’Echoppe, Tusson 2023.

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Immagini di Jean Fautrier

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