CARO ANIMALE. Albane Gellée

*I testi sono tratti da: Albane Gellée, Cher animal. Dessins Séverine Bérard. Postface Eric Baray, La Rumeur libre editions, Sainte-Colombe-sur-Gand 2019. Traduzione e cura di Lucetta Frisa

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Caro cane,

da pastore o da caccia, da guardia o da compagnia, dove intendi portarci tu, sempre a correre dritto davanti a te. Dimmi, tu che non ami la solitudine, cosa ti aspetti dalle passeggiate su strada, parchi, le spiagge, tu che vivresti libero senza collare. Accompagni, annusi, e a chi ti cammina vicino apri altri modi di conoscere il paesaggio. A volte mi sembra che tu sia un bambino che non crescerà.

Cane, celebre soccorritore, chi ti ha insegnato a dissotterrare gli imprudenti, se soltanto potessi risuscitare qualche infortunato.

Grande levriero, ti guardo sparire al limite della tua velocità, dove si trovano le antenne che ti prevengono dai danni, tu saresti della razza che si muove senza sosta.

Dove attingi di colpo la tua calma: ancora tremo dei miei spaventi.

Sappiamo moltiplicarti per delle bieche esperienze, anche abbandonarti, e peggio ancora.

Io ammiro la costanza del tuo amore incondizionato.

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Cara giraffa,

Nata così, in piedi, altrimenti è impossibile, nessuno avrà pazienza ai tuoi fianchi. La testa proprio lassù tra le cime, la lingua blu che acchiappa le foglie di acacia, grande creatura terrestre, chi crederebbe che sai andare più veloce del leone.

Potresti farti capire ma preferisci il silenzio, è giusto borbottare un po’ per parlare ai cuccioli, ma stai serena che noi non capiamo nulla.

Non sbadigli mai e dormi così poco, qual‘è il segreto del tuo sonno, a me piacerebbe come a te vegliare infinitamente, gli occhi spalancati su tutto quanto mi circonda.

È evidente che con quell’abito ti danno la caccia. E ti mangiano. Se sapessi tutto quello che si mangia. Ti si caccia, ti si fotografa, ti si protegge, ti si fa sparire, ci si ricorda di te, piccola Alice, guardiana di tutte le nostre infanzie.

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Caro leone,

Qualcuno ha deciso che sei un re perché la tua criniera assomiglia al sole. E’ vero che nel nobile spazio delle tue sieste, vegli sulle tue leonesse, vegli sul mondo; grugnisci e miagoli, soffi o gemi. I ruggiti si ascoltano da lontano e se ti fai mangiatore di uomini significa che se la sono cercata o che la preda scarseggia nella savana camaleontica.

Ci piace farti sedere su dei piccoli trespoli, farti piegare e dormire sotto la frusta dei domatori. Finiti i combattimenti sanguinari, le mode cambiano, i secoli passano, e noi si continua ad applaudire non sappiamo cosa.

Non rinunciare se ti piace restare libero e selvaggio. Non rinunciare mai alla sorveglianza del territorio.

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Caro cammello,

ti accade di abbassare la testa. In qualsiasi sonno ti abbandoni. Di fronte ai nostri, i tuoi occhi calmi sembrano dare risposte a domande che nessuno ti fa.

Gridi mentre ci occupiamo delle tue due gobbe. Potresti scappare, ribellarti; la violenza ti spaventa così tanto da non opporti ai fuochi artificiali dei nostri circhi.

Anche te, come l’asino, cammini e trasporti: si direbbe che balli il tango ma col piede sicuro. Senza turbante in testa sotto la coperta del cielo, i tuoi passi sono silenziosi, semplici, disinvolti, la sabbia ti va bene, colore e grana.

Guardandoti, mi ricordo di non cedere alle mie personali agitazioni.

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Caro lupo,

tante storie ti descrivono grande e cattivo, tu preferisci evitare l’uomo, vivere una vita selvaggia anche se organizzata a modo tuo.

Abbiamo ridotto i tuoi spazi di esistenza, tu ti avvicini a noi, ai nostri pascoli di prede, per tua sfortuna amiamo aprire sempre nuove cacce.

Da predatore di predatori gli uomini si sentono uomini, trasmettono ai figli e ancora ai figli dei figli una storia di uomini. Le donne in attesa – ma ti vedono? ..Corrono con te…

Per favore, trova montagne, trova foreste, e sàlvati da noi.

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Cara lepre,

delle tue grandi steppe asiatiche hai conservato il gusto delle corse allo scoperto, che seminano gli inseguitori. Non riuscendo sempre a sfuggire ai fucili, quelli che ti riducono, in parole povere, preda di caccia. Per forza, come preda ti fai sempre più rara.

Succede che una strada divida in due il tuo territorio, in tre, in dieci; e di nuovo cerchi punti di riferimento, fedele alle zone da te frequentate. La notte, il giorno, mangi quello che trovi, due fili d’erba qui, piccoli prelievi là che non sciupano il paesaggio. Certi appuntamenti ti reclamano in certe stagioni, dei piccoli si preparano a nascere mentre altri sono già nel tuo ventre, piccola lepre prodigio dov’è il signor libro. Se non cadono sotto le zampe di una volpe, se non sono afferrati dagli artigli di un rapace, allora sanno che devono crescere presto, prestissimo, come posso avvertirti. Sondatore dell’invisibile, che fa della superficie del pavimento il suo rifugio, come avvertirti quando arrivano quei nostri mostri ferrigni per schiacciarti.

Lepre-antilope, dai fianchi bianchi, dal collo nero, lepre artica del Tibet, dei cespugli, dell’Indocina, dell’Alaska, testarossa, orecchiuto, cappuccino, gobbo. Lista-poema.

Dürer ti ha dipinta addormentata, Flanagan ti ha scolpita, La Fontaine ti ha fatto perdere una corsa, con Carroll sei diventata lepre di mare, con Pasilina quella di Vaatanen; presso gli indigeni Algonquins eri già Nanabhozo.

E dire che, se ti fai ammaestrare, ti addormenti nelle nostre braccia e abbracci il nostro collo… Non dimenticare di respirare, di conservare la tua aria libera.

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Caro gatto,

selvatico o di fogna, persiano, europeo, africano, asiatico, meticcio, certosino e ancora tante altre razze, sei ovunque insieme a noi, vai e vieni come noi, cammini da solo.

Miagoli per parlarci, una modalità di traduzione: avrai notato che non abbiamo più il tuo organo di Jacobson, quello che percepisce i feromoni, quello che capta i segnali e comprende tutto senza spiegare nulla. Sei la spia dei crepuscoli forse perché percepisci quello che vibra o perché dietro ai suoni comprendi, resta sempre il fatto che ciò che tu guardi lo vedi. Dopo, forse ti slanci, salti e risalti ma non cadi mai.

Dio o diavolo sul filo dei secoli e dei continenti, hai finito per accettare di entrare nelle nostre case. Alcune senza giardino, nelle nostre città vastissime, sono adatte solo a te. Il tuo ripetere che sono anche degli animali lo capiscono male, ti spazientisci. Se talvolta rinunci ti scoraggi. Tornato selvatico, te ne vai ricordandoci che la libertà te la riprendi quando ti pare.

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Caro lama,

cugino d’America dei cammelli d’Africa e dei nostri asini, come loro sei servizievole e trasportatore, percorri chilometri piantando i tuoi occhi in altri occhi ad altezza umana.

Non smettere mai di guardare il mondo, davanti, dietro, di lato, sul fianco, hai collo di giraffa e non ti sfugge nulla.

Mastichi infinitamente senza sorridere, e poi, se non ne hai più voglia smetti di colpo. Eravamo prevenuti, non potevamo farne a meno, si resta spaventati dai loro sputi, non dai nostri. Da dove ti nasce questa specie di autorità naturale, è il cattivo umore?

Chiacchierone, parli dei tuoi modi di essere, delle tue emozioni, e noi tutti occupati dalle nostre interminabili confusioni sentimentali, non sentiamo nulla.

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Caro elefante,

tu vieni da un’era precedente alla nostra. Sulla punta dei piedi fai tremare, parlare il terreno con o senza difesa, con o senza parrucca, sulla pelle di dinosauro.

Fratelli divisi, luoghi di massacro, non dimentichi nulla né i visi che ti hanno parlato né l’odore dei loro gesti dove risale la tua memoria. Fino al verbo sentire tu hai ben compreso questo con la tromba, che è un naso, che è una mano.

I barbari che vi abbattono sanno che siete gli ultimi individui. Non conoscono Romain Gary. Dei vostri sentimenti non hanno la minima idea, hanno ucciso i loro.

Individui che vegliano i vostri morti e proteggono i vostri fragili. Commossi, se manca l’acqua, fabbricano vento con due orecchie a ventaglio.

Altri ti dipingono, ti mettono in ginocchio. Barrisci, ridacchi, non si capisce niente degli infrasuoni che emetti. A volte ti arrabbi anche.

Non sparire, ti prego.

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Caro montone,

Insieme al tuo nome è il vocabolo gregge che viene in mente; tu la conosci la solitudine? Si rinuncia a contarti, prima di addormentarti, accade di abbandonare i tuoi pastori. Nelle mie orecchie i tuoi belati sono rimasti conficcati e il panico, davanti a qualche ultimo secondo da vivere. Niente ti hanno detto e io preferisco quando ti smarrisci sulla montagna.

Con tutta la tua lana si può tessere tutto, e noi riusciamo a sbrogliare appena le matasse.

Tu che bruchi con la frenesia degli affamati hai già guardato le nuvole, almeno prenditi il tempo per respirare. Avresti fatto indubbiamente meglio a restare dentro la scatola accanto al tuo piccolo principe. Ti disegnano ti ricamano ti inventano in cotone, e io mi ci avvicino così poco.

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Cara mucca,

in piedi nella calma del tuo prato, oppure seduta a ruminare in mezzo al verde, senti i giorni passare, percepisci i loro problemi, gli slanci, i loro buchi neri. Sai già che non invecchierai, te l’hanno detto. Tu muggisci ma per che cosa.

Voi, tori, andate ancora più veloci al macello, regalandoci delle vostre energie, noi ne siamo privi.

Con le tue matricole di condannata alle orecchie, a latte, a carne, eri al bordo delle strade, in montagna, eri là dove andavamo: ti abbiamo guardato non troppo a lungo, adesso ti vediamo sempre un po’ meno. Nessuno ti aiuta a vivere la vita fino alla fine; dove è la fine, è il presente. Hai già inteso le nostre espressioni con il tuo nome. Ah se tu potessi partire per l’India, qui non si sa più nulla di quello che è sacro.

Nell’attesa le mie mani si innervosiscono sul volante quando la mia strada incrocia uno di quei camion dove siete troppo pigiate. Troppo numerose per essere pigiate così tutte insieme.

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Cara tartaruga,

piccola bussola tutta sola, senti le vibrazioni, i movimenti di tutto, sotto di te. Cinese o svedese. Non ti fanno portare lo stesso peso del mondo, poco t’importa di essere o no cosmogonica, lo sarai sempre più di noi.

Terrestre, marina o acquatica, iberni o migri, le distanze si ingrandiscono mentre il sole scalda il tuo sangue freddo, forse dormi sotto le tue tre palpebre.

Con la quella andatura di lumaca, il becco di uccello e la testa di serpente, chi sei tu, bel rettile a carapace!

Ma il tuo scudo su misura non ti protegge dai ladri di uova, neppure dai cacciatori, dagli inquinatori o dai collezionisti. Perché allora ti si impedisce di vivere la tua lunga vita di tartaruga.

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Cara volpe,

ricorda che un giorno ti hanno addomesticato. Un piccolo principe un po’ smarrito faceva delle domande, tu gli avevi spiegato tutto a proposito dell’amore, per favore non prenderti più di questi rischi, non si manca d’immaginazione quando si tratta di sterminare. Fai bene ad essere furba, a escogitare. Non tutti siamo dei piccoli principi.

Le spedizioni lontane non ti fanno sognare, tu preferisci vivere qui. Abitare sugli stessi territori, forse in due o anche completamente da sola.

Ti si accusa di essere rabbiosa, ti si definisce ladra di galline, tu resisti, tu ti nascondi, c’è chi crede ancora che sei stupida.

Quando attraversi la strada davanti ai miei fari io li spengo, sei tu che mi illumini. Grazie di dirmi senza un rumore, senza una parola, che la luce viene dalle nostre notti.

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Caro cigno,

sei diventato adulto dopo la storia del brutto anatroccolo. Uccello d’Apollo, oggetto ornamentale, ti sistemi dentro parchi impeccabili. Ma ti capita di abbandonare le grandi città, e sali in alto, da uccello,con la stessa cigna,forse per sempre.

Se non ti fidi dei nostri grandi gesti, del nostro silenzio davanti ai linguaggi alfabetici, hai ragione. Un giorno, con il becco e le ali spalancate, ti lanci sulle nostri grandi canoe, in piedi, sull’acqua; delle uova pronte a schiudersi, erano da proteggere.

A forza di guardarti, mi sembra che un personaggio sia scivolato sotto la tua pelle e così tu navighi tra due mondi.

A volte non vedi le linee d’alta tensione, a volte bevi acqua avvelenata, inghiottendo perfino i piombini della pesca senza sapere nulla di quanto intossica.

Tubercolotico, cantante, fischiatore, trombettista, bianco, nero,tu fili, sparisci, riemergi. Meravigliata, ti cerco spesso senza trovarti, per poi rivederti apparire un’altra volta.

Grazie per le sorprese, grazie per essere così libero.

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Cara formica,

sei quasi ovunque, ai quattro angoli del pianeta, dentro grotte, giungle, praterie, acquitrini, foreste, a volte anche dentro le nostre case, invadendole violentemente e con quanta cocciutaggine. Quanti milioni siete, miliardi di individui, tu sei come noi, mai veramente sola, organizzata in società, tranne che da te i re sono le regine. Tessitrice, calzolaia, mietitrice, schiavista,vasetto di miele, rosso, nero, tagliatrice di foglie, operaia o alata, cosa accadrebbe se foste più grandi…

Cara formica, sovente ti sento prima ancora di vederti, è forse il miracolo dei tuoi feromoni. Quante volte ti ho schiacciato tra due dita, chiudendo gli occhi, serrando i denti. Eppure, a guardarti di straforo, vedo bene che sei un piccolo bijou ma non si riesce a vivere sotto lo stesso tetto, e allora come fare, dimmi.

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Miei cari cavalli,

voi che accompagnate l’infanzia degli inconsolabili e riuscite a farli sorridere. Aspettatevi che a loro volta non siano loro ad asciugare le vostre lacrime perché ne sono capaci. La vostra compagnia guarisce tutto, dubbi e paure, buchi di memoria. Grazie a voi il presente non invecchia.

Scegliete voi la carriera di grandi sportivi, siete cosi tanti, perdonatemi se non so nulla dei vostri records. Mi innervosisco così in fretta, con la velocità. Vi interessa davvero questo gioco di vincere, correndo invece di galoppare? Io riesco a nascondermi gli occhi, a trattenere un grido, a pregare in silenzio che non vi accada nulla. Preferisco un ippodromo però, quando non ci siete.

Calessi, carrozze, roulottes, tutto quello che tirate con le vostre gambe sottili – dove tenete quella vostra forza?

Grazie per la presenza in città, il modo che hanno i vostri zoccoli di fare risuonare le strade, io approfitto delle svolte per passarvi accanto, mi date in un attimo tutta quell’aria che mi mancava.

Cari cavalli ferrati, bardati, che passate i vostri giorni a imparare a memoria degli itinerari per dei turisti stanchi, la vostra confidenza è grande nelle mani di colui o colei che ha la vita un po’ simile alla vostra. Sotto un sole troppo caldo o delle piogge diluviali, il meteo a volte è faticoso.

Grazie per le giornate vicino a voi nei prati, nelle foreste, grazie per l’evidenza delle carezze, per le nostre conversazioni senza parole, non lasciatemi.

Non mi rassegno alle spaventose destinazioni che troppo spesso sono le vostre. È una fortuna, non è vero, quando è la stessa voce che parla alle vostre orecchie, tutte le mattine e tutte le sere, per le quattro stagioni, per una vita intera. Vi rassicurano i legami che durano. Io sono come voi.

Immagini di Sèverine Bérard

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Albane Gellé nasce a Guérande il 7 dicembre 1971. Vive a Saumur. Crea nel 2014 “Petits chevaux et compagnie” che propone tempi e spazi, riservati ai bambini, per vivere i loro legami con il cavallo (www.petitschevauxetcompagnie.com). Ha creato atelier di scrittura per bambini e per adulti. Tra le sue opere: Abécédaire de vive gratitude, livre duo avec Patrick Dubost, éd. Lanskine 2024; Voir les merveilles, éd. L’atelier des Noyers, 2024; Derrière l’horizon, éd. Backland, 2023; Marche dans la nuit, éd.Esperluète, 2023; New-York City, Traverses, poèmes autour des photographies de Patricia Marais et Cyrille Derouineau, éd. Transphotographic, 2023; Cheval, Chevaux, éd. Jacques Brémond, octobre 2022; Pouvoir rêver, avec des images de Valérie Linder, éd. L’Ail des Ours, coll. Graines d’Ours, septembre 2022; Mille mercis, éd. Bod, septembre 2022; Equilibriste de passage, éd. Le Castor Astral, coll. Poche Poésie, mai 2022; Cher Arbre, avec des dessins de Séverine Bérard, éd. Esperluète, avril 2022; Sur les traces d’Antilope, avec des dessins de Martine Bourre, éd. La Nage de l’Ourse, 2021; D’îles en lune, éd. Contrejour, avec des photographies de Maia Flore, 2020; Eau, éd. Cheyne, coll. Poèmes pour grandir, avec des encres de Marion Le Pennec, 2020;; L’au-delà de nos âges, éd. Cheyne, avec une couverture de Anne-Laure H-Blanc, 2020; Cher animal, éd. La Rumeur libre, avec des dessins de Séverine Bérard, 2019; Pelotes, Averses, Miroirs, aux éd. L’atelier contemporain, avec des dessins de Patricia Cartereau, 2018; Où vont les mots, éd. Pneumatiques, 2018; Poisson dans l’eau, éd. Les carnets du dessert de lune, avec des dessins de Séverine Bérard, 2018; Nos abris, éd. Esperluète, avec des dessins d’Anne Leloup, 2018; Les éblouissants, éd. Petit Va – 2017; Poème-Hanneton, éd. du Petit Flou – 2017; Chevaux de guerre, éd. Esperluète, avec des dessins d’Alexandra Duprez, 2017; Sais-tu, éd.Faï Fioc, 2016; Souffler sur le vent, éd.La Dragonne, 2015; Où que j’aille, éd. Esperluète, avec des dessins d’Anne Leloup, 2014; A l’aveugle, avec Samuel Buckman, Ficelle n°119, éd. Vincent Rougier, 2014; Si je suis de ce monde, éd. Cheyne, Le Chambon-sur-Lignon, 2012; En toutes circonstances, éd. Le Dé Bleu (collection Farfadet bleu), Chaillé-sous-les-Ormeaux, 2001 – réédition à l’automne 2014 aux éd. Cadex avec des images de Valérie Linder et quelques nouveaux poèmes; De père en fille, éd. Le Chat qui Tousse, Cordemais, 2001.

Albane Gellée

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