PREFERISCO SPARIRE. Marco Ercolani

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Robert Walser

Prefazione

Questo libro raccoglie i colloqui tra Robert Walser, degente dell’ospedale psichiatrico di Herisau, e il giovane medico Karl Weiss, allora tirocinante di quell’istituto, negli anni fra il giugno del 1954 e il dicembre del 1956. I colloqui, inediti fino ad oggi per esplicita volontà di mio nonno, adesso vedono la luce per le edizioni Ernst Marti a Lugano, in un volume che non potrà che arricchire la conoscenza del “fenomeno Walser” in tutta Europa. Dopo Passeggiate con Robert Walser di Carl Seelig, questo libro è quanto più ci avvicina al segreto degli ultimi anni vissuti a Herisau dal grande scrittore di Biel. Il titolo delle conversazioni deriva da una frase ripetuta da Walser come ossessivo refrain nei momenti di estrema malinconia.

Hermann Weiss, 10 ottobre 2012

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PREFERISCO SPARIRE Colloqui con Robert Walser 1954-1956 (ZiBook Lontananze, 2014)

Non andare a caccia di pensieri, sono loro a venire incessantemente da te. R. W.

Hölderlin giudicò conveniente, anzi riguardoso, rinunciare a 40 anni d’età al proprio intelletto: con ciò offrì a molti l’occasione di compiangerlo nel modo più dilettevole e gradevole. R. W.

Se un uomo sano scrive male, allora è malato in qualità di poeta. Se un uomo malato scrive bene, allora appartiene in qualità di uomo a coloro che sono sani. R. W.

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Etica

Mio giovane amico, mi sono fatto aprire io le porte di questo luogo: è proprio per un insopprimibile bisogno etico che ci sono entrato dentro, quasi senza accorgermene. Sì, mia sorella era d’accordo. Ma io più di lei. Etico è sparire. Non esserci più in mezzo alle persone che credono di essere vive. E quale luogo migliore di questo per affermarlo in modo definitivo, con la complicità della vostra inutile scienza? Ora posso intrecciare canestri e legare pacchi. Guardare scorrere le stagioni. Scrivere poesie e godermi la loro inesistenza. Il tempo in cui dovevo dire chi sono (ma sono pentito dei monologhi di Simon nei Fratelli Tanner, tante, troppe parole, che sequenza di pagine uguali!) è passato da un pezzo. Ho anche avuto troppo tempo per dirlo, ma allora i pianeti giravano con orbite graziose e io li assecondavo. Oggi li sento immobili e li guardo come un solo punto, non mi vanto di loro, e certo non loro di me. Mi guardo le dita, c’è aria che le separa, tanta, troppa aria, e vibra fastidiosa nelle orecchie!

Ridere?

Ho nostalgia di quando copiavo inviti a cena e biglietti da visita di dottori, allora ero felice come un bambino, immaginavo che la mia scrittura producesse cibi deliziosi o curasse malati inguaribili: cose che la mia calligrafia certificava con arabescata precisione. Oggi non lo credo più. Oggi non so dove andrà il mondo, anche se qui a Herisau è facile prevederlo. Guardàti sempre da facce attonite, si affonda in occhi che vanno non so dove. Un lungo alone, un rumore di voci, un’eco, e poi il sonno. Però niente lacrime. Al contrario, bisognerebbe ridere e non smettere. Qui, in tutto il manicomio, ci sono tali palcoscenici che potrei scrivere farse in un atto se solo avessi voglia di intrecciare ancora meraviglie su carta.

Imminenza

Sei nato in Italia, Weiss, anche se hai un nome svizzero. Allora ti risponderò con le parole di Dante: “Io dirò cosa incredibile e vera”. Ho motivo di contraddire proprio io il grande regista delle cosmogonie, il perplesso uomo che sviene negli inferni freddi e roventi? Lo scrittore ha il compito di accostarsi all’incredibile e di mostrarcelo come vero. Ho amato molto i romanzi d’avventura per questo, i loro eroi e i loro autori, da Dumas a London, da Aramis a Martin Eden. Accadeva qualcosa di nuovo nella vita senza senso del lettore: leggeva di moschettieri e di dirigibili, di mirabolanti avventure nel centro della terra e di vagabondi che vagano fra le stelle vivendo tante vite. Non sapevo mai cosa sarebbe accaduto nel prossimo capitolo. Forse la rivelazione di qualcosa che non si sa se avverrà è la vera magia: è l’estetica di cui parlano gli eruditi. Una cosa imminente ha questo potere: ti affonda nel sonno, ti calma, ti aspetta oltre ogni sogno. Chi rinuncia al mondo è nella condizione giusta per comprenderlo. Solo così tutto ciò che esiste ritorna vero.

Amore

Amo i briganti, quelli che arrivano di notte, ti rubano tutto e ti lasciano vivo perché tu possa ricordarti di loro. Morto, non potresti. I masnadieri sono furbi, sono bandìti dell’arte, ti bandiscono dal mondo. Assomigliano a un dio. La somiglianza fra dio e uomo è singolare: l’uomo non capisce qualcosa che lo spaventa o lo innamora, e lo chiama dio. E allora… Oh dio brigante!

Impenetrabile

Difficile risponderti. Non sono impenetrabile. Sono docile alle domande degli altri, ma devono essere le domande giuste. Non posso essere io a chiedermi qualcosa: saprei già tutte le risposte. Qui, a Herisau, nessuno mi chiede nulla. È tutto un leggiadro silenzio. Nessuno sa che io scrivevo, nessuno nomina i miei libri. Dovessi consigliare qualcosa a qualcuno gli direi: scrivi per te, e per nessun altro. Mostra le tua pagina a qualcuno, poi cancellala, dimenticala. Cosa significa, questa funebre immortalità dei libri, poveri oggetti a volte lasciati soli per anni, nelle biblioteche, coperti di polvere come scrigni senza tesori? Gli scrigni vanno aperti e la polvere d’oro sparsa sui sentieri! Non è vero che detesto gli scrittori vincenti, solo che mi disinteresso a loro. Non mi sento né padre né figlio di quello che scrivono. Vivo una sindrome della fuga? Non so. È una questione di musica, più che di innocenza. I vincenti non mi parlano, sono bronzi sordi. Dentro il paesaggio temporalesco della città in bilico sono gli inutili archi di trionfo. Cosa vuoi che dica? Sotto gli archi pisciano i poeti e passano i girovaghi: io sono lì. Vedi tu a che punto sono superbo.

Schubert

La tua piccola scienza, dottor Weiss…Piccola, troppo piccola, e pensare che potrebbe diventare così grande. Vasta come un panorama che nessuna terra può contenere. Ma voi vi ingegnate solo a descrivere le vostre paure. Cercate soluzioni, non vi fate allibire. Molto brutto, questo, e spiritualmente povero. Il dolcissimo Schubert ci faceva allibire sempre. Così ingenua, la sua musica si snoda prolissa e sublime per valli e sentieri, le sue frasi hanno sempre lo stupore melodioso del wanderer che si ferma in una radura incantata e luminosissima: sono ciò che voi non avete mai avuto e che io non dimentico. Passeggio felice, nonostante l’età. Mi commuovono i cieli temporaleschi. Credo che scrivere derivi dalla paura di guardarli veramente.

Descrivere?

Obbedisco. Servo il mio sogno di servire. Lo faccio perché i servi scelgono i padroni, non i padroni i servi. E così sono libero. Ma ho descritto troppe volte i dettagli del mio sogno, e in troppi libri. Questo è male. Mi disturba che mie parole troppo chiare esistano ancora, che vadano sempre in giro. Sono stato un millantatore. Il sogno ha bisogno di bambini taciturni. Io ero un taciturno superbo di parole, gonfio come un pavone di tante, tante, tantissime parole.

Preferirei di no

Tutta la mia vita deriva da una frase di Melville: Preferirei di no. Così ho perso la mia vita. In quel “preferirei”. Non ho mai detto “preferisco”. Sono stato nel no come nel sì. Se mi obbligavano, copiavo lettere ossequiose nella mia camera. Se non mi dicevano niente, fissavo il muro, come tanti Meravigliosi Scrittori che mai scrissero nulla.

Autobiografia

Certo, io non sono uno scrittore che scriverà la sua autobiografia. In un libro in prima persona l’io è un modesto personaggio, e non l’autore. Cominciassi mai a parlare di me, mi fermerei dopo cinque minuti. Quel passero che cinguetta conta di più. Il fatto che noi non contiamo nulla, a me non causa nessun dolore. Proprio nessuno. Il fatto che io valga meno del lavacessi di un manicomio non mi fa male. Qui sono protetto. Pensa: nessuno potrebbe più rinchiudermi qui dentro perché mi ci sono già rinchiuso io per mia esplicita volontà. Il resto degli uomini non baderà ai nomi degli alienati di Herisau, cancellando con decisione le nostre vite. Bene. Mi deluderebbe essere ricordato. Ho sempre amato i Lotofagi: mangiano la dolce pianta di loto e smettono di ricordare gli affanni del mondo. Beati bambini, sulle rive di qualche oceano remoto. Loro non andranno mai a quei tristi funerali dove vecchie zie, dietro a piccole bare bianche, si chiedono ancora quale vita avrebbero vissuto quei corpicini che non respirano più. Perché pensarci? Perché seppellire i morti? Basta restare bambini e la vita non sfugge più, come una bella sciarpa calda. Imparate dai Lotofagi, come non imparò Ulisse, troppo astuto navigatore, e restate nelle isole senza memoria.

Eroi

Non leggo più, perché ormai ricordo tutto quello che ho letto. Non leggo più perché mi troverei nella condizione di quando leggevo La loggia invisibile di Jean Paul e mi entusiasmavo per certe frasi e poi mi imbattevo in foreste di stranezze e interrompevo la lettura: mi sembrava che l’autore mi parlasse in una lingua segreta che non ero in grado di poter decifrare. Ma ogni libro fa parte del disegno della natura. Io ne ho scritto tanti e ora mi chiedo perché. Non sarebbe stato più giusto evitare di farlo? Tanti trattati sul non-essere, perché ho voluto farli essere? A mia discolpa posso dire che, in quegli anni, avevo molto tempo a disposizione e il miglior modo di perderlo era annotare storie non destinate a nessuno. Sapessi quanto invidiavo i grandi narratori, da Dickens a Balzac. Tutti quei personaggi così veri, così ricchi di vita, che facevano sognare i ragazzi. Io, al massimo, tratteggiavo dei saltimbanchi, dei clowns. Esseri di passaggio. Il mondo ha perso i suoi eroi. Da troppo tempo. Rimane gente come me a sorridere da un angolo della strada, quando passano persone buffe, donne deliziose, esseri da circo. E adesso, non passa più nessuno. Come avrei voluto da sempre che accadesse. Se mi hai veramente letto, quando comincio a gorgheggiare frasi senti anche i miei silenzi, le mie vertigini. Non sembra, ma ho letto Rimbaud.

Le cose?

Chissà se tu lo sai, ma gli occhi mi scivolano tra le cose. Ciò che non mi piace nelle scienze mentali è che vogliono farsi nomenclatura dell’invisibile. Perché? Quanto vale il monumento al canto di un uccello? E, quando ho decifrato i traumi di un assassino, quello è meno assassino, la sua vittima è meno morta, e io ho forse più pietà di lui? La scienza dovrebbe essere come un fiore, che si schiude quando serve. Poi torni a chiudere i suoi petali. A cosa mi serve leggere delle spiegazioni? Voglio capire mentre respiro.

Inappariscenti

No, non ne sono io il padrone. Le cose inappariscenti, se anche le si percepisce, sfuggono all’attenzione. Ieri ho letto un libriccino di Gotthelf, a mezza voce tra me e me (qualcuno se lo sarà dimenticato fra le vecchie riviste del manicomio, aveva qualche pagina strappata). Lo scrittore si serve di parole che nessun altro ha mai trovato: così particolari, così rischiarate da una luce proveniente da qualche parte, che di quando in quando ci si meraviglia dell’arte dell’autore di essere completamente se stesso nel pensiero e nella sua formulazione. Bisogna leggere quello che dice. Nessun altro è capace di dirlo con la sua delicatezza. Nel suo racconto c’è un uomo vecchio che non deplora la mancanza di lacrime attorno a lui. Intorno a lui ridono molti bambini. La figlia è seria, impassibile. Il vecchio desidera essere portato fuori e siede al sole, di fronte alla casa. Esala l’ultimo respiro con lo sguardo rivolto al paesaggio, in mezzo alle risa infantili. Mentre Gotthelf parla in maniera così bella di questa morte, ho l’impressione che tenga tra le proprie mani tutto – il vecchio, la casa, il mondo, i bambini – così come si osserva un giocattolo, con tenera e bonaria attenzione. Molti veri libri sono meccanismi perfetti. In tanti non leggeranno un libro così “piccolo” con la mia stessa ammirazione, affascinati da opere vaste e morali, che intimidiscono e inibiscono. Ma qui c’è uno scrittore di nobile sentire e di cose inappariscenti che, con il suo racconto, ci risveglia e ci lusinga.

Invisibile

Naturalmente. Come persona cambiavo spesso indirizzo (quindici volte Berna dal 1921 al 1929). Sfuggivo, per quanto possibile, ai meccanismi della società: lavoro, identità, matrimonio. Adesso sono dentro questi conventi moderni: le cliniche psichiatriche – Waldau, dal 1929 al 1933, e Herisau, nel Cantone di Appenzell, dal 1933. E come scrittore? Sì, anche nella mia opera cambiavo luogo! Invisibilità! Invisibilità! Ero le maschere dei miei personaggi. Ero viandanti e vagabondi, uomini marginali, come Joseph Marti, che svolgono lavori umili e non sono responsabili di nulla, nauseati dal potere e dal successo. Ma ero anche la maschera di grandi scrittori del passato con i quali mi sentivo affine: Hölderlin, ma anche Büchner, Brentano, Kleist, Lenau e altri ancora. Benché su un piano esclusivamente letterario, sempre nascondimento e invisibilità. D’altronde, nessuno ha il diritto di comportarsi con l’altro come se lo conoscesse. E, dulcis in fundo, mi nascondo “nella scrittura” e “all’interno della scrittura”. Chiudermi nella scrittura con uno stile gaio e cerimoniale, e richiamarmi ad un lettore ovviamente immaginario, che in questo modo tengo a debita distanza, è così bello e dolce. E non solo: nascondermi quando accenno a svolgere un tema o un argomento e puntualmente non lo svolgo; quando mi propongo di tener fede a qualche assunto che mi sembra decisivo e cambio discorso e parlo di qualcosa di completamente diverso. Questo procedimento mi rende invisibile: mi sottrae all’imperativo di dover dire qualcosa, alla falsificazione implicita nel dover dire qualcosa. “È lungo le vie traverse, e non sulla strada maestra, che si trova la vita”, ho scritto in una delle mie scritture minuscole, non lineari! Come potrebbero essere lineari, mio giovane amico? Tòccati la faccia, non la trovi che ti sfugge, è complesso il naso, e le orecchie e le labbra… Sì, mi sono rintanato in fogli fitti fitti, scritti a matita e con grafia piccolissima, tra il 1924 e il 1936. Poi, fine. Oltre il limite estremo del nascondimento c’è solo il silenzio. (Ma chi può impedirti di pensare che io non abbia scritto migliaia di appunti proprio ad Herisau, esercitando con maniacale attenzione la virtù di nasconderli?)

Nomenon

Ah la cascata! La cascata di Nomenon! La mia, la mia cascata! Ero piccolo, giocavo, misuravo la mia altezza sui tronchi di ogni faggio. Ritornai ventisei anni dopo nello stesso luogo e mi misurai di nuovo, poggiando la testa sullo stesso albero. La nuca corrispondeva alla stessa tacca nello stesso punto. Non ero affatto cresciuto. Come immaginavo. Come volevo. Ah la magia di Nomenon! Perché è così necessario crescere? Per ricordare il giorno esatto in cui Karl si sposò e io vissi la rovina di me stesso? Per ricordare Ernst, che agonizza dopo vent’anni di manicomio? Per ricordare Hermann, che si uccide a 49 anni? O Lisa e Karl, spariti pochi anni fa? Si cresce per contare il numero dei morti. Bambini, siamo sempre avvolti dai vivi. È bello esserlo come osservare un tramonto dove il sole, massa rossa e scura, non scende mai all’orizzonte ma si trasforma in un astro rosa e chiaro, e così ricomincia il mondo, ignorando del tutto il regno cupo della notte e dei vivi.

Guardare

Guardare veramente un uomo è trovare i suoi punti ciechi. Da lì senti che è possibile vederlo. Sempre il doppio, sempre la maschera. Senza maschere il mondo è un inferno invisibile. A Herisau ce ne sono molte, ma non le posso staccare dai visi. (Weiss, hai delle caramelle al miele? Sulla carta stagnola che le avvolge si potrebbero scrivere, a caratteri minuscoli, cattedrali di parole. Io non ho mai smesso, cosa credi? di prendere appunti, non sai quanti), ma qui c’è troppo vento, si fa fatica a parlare. Carl è così ingenuo da credere sempre a quello che gli dico (“da quando sono qui, Carl, non ho più scritto una riga”); d’altronde né a te né a lui mostrerò nulla, molto meglio bere del vino e guardare felicemente il cielo, scuciti da ogni pensiero.

Farfalle

Ieri passeggiavo e ho visto una donna, Weiss; veniva su dal sentiero, non era più giovane, ma no, mi sbaglio, sale giovanissima dal sentiero, la vedo passare, le sono accanto, sento quello che potrebbe pensare, è felice; intanto mi si posa una farfalla sul dorso della mano e poi sulla scarpa, è come se stringesse un patto con me, vivo, e io le bisbiglio: lascia stare quella donna, non deve morire, prendi me, sono un vecchio vagabondo, un matto senza futuro, vengo volentieri io, salgo felice le tue colline, farfalla bruna e nera, ma tu lasciala sorridere, camminare, làsciala a lungo sulla terra, ci sono ombre così dolci e foglie ampie e radure in luce, se tutto avrà fine non sia ora, non ora mentre la guardo, lascia che cammini e si ritrovi, che dorma e sogni di essere protetta da un povero vagabondo e allora mi sveglierò nel cuore della notte sognandola apparire dal sentiero e penserò che da quel giorno saremo compagni dello stesso pensiero, ci terremo stretta la mano: noi sappiamo di amarci da molto, molto tempo. Vedi, Weiss, è sempre colpa delle farfalle, si innamorano di me: un amore costante, bellissimo. Mi volteggiano attorno, mi carezzano, si fermano sui miei capelli, mi sfiorano le tempie. Sono rosse, brune, silenziose. Non importa dove mi portino. Mi accontento di seguirle e di essere lì, nella radura con lei, davanti alla bottega, mentre gusto un buon gelato al miele e loro continuano a volarmi attorno. Ma non sono così importante: volano anche attorno ad altri viaggiatori. Non sembra siano veri, tanto avanzano delicati, una nebbia sottile fra le mani, che scaturisce dalle loro dita come un magico fumo. Le farfalle li sfiorano, pulviscolo rosso e bruno, e loro ridono e ridono e sono vivi! Oh deliziosi volatili! Farebbero sorridere anche un condannato a morte nella sua piccola cella di pietra.

Mito

Non voglio diventare un mito, dottor Weiss. Tu, che puoi uscire da queste mura, sa come regolarti. Non voglio essere un mito. Tanto meno un mito letterario. Io me ne fotto della letteratura, se mi concedi un’espressione che non prediligo. Non mi interessa che il tuo primario mi metta a disposizione una stanza, un tavolo, della carta, una penna. Cosa me ne faccio? Io sono un matto chiuso in manicomio. Leggi Cechov, lui sì. Leggilo e ti accorgerai che Cechov non esiste mai. Alla fine, ci sono le sue storie. Solo le sue storie. Senza isterismi, pettegolezzi, ideologie. Storie, ed è sufficiente. Se vuoi parlare di me, dì che non smetto di passeggiare. Seelig lo sa. Tutta Herisau lo sa. Posso confessartelo? Ho orrore che la letteratura prosegua, e non abbia l’intensità di quelle pagine assolute. Io voglio La corsia n. 13, e poi che tutto finisca. Preferisco sparire.

Signore cattivo

“Signore cattivo, sei morto” – mentre nuotavo nel lago dello Wansee, qualche anno fa, un bambino mi puntò il dito e mi disse così: “Signore cattivo, sei morto”. E il mio destino mi fu rivelato, in quell’attimo, con più decisione di quanto non possa farlo Stavrogin nei Demoni, quando ricorda l’indice puntato della piccola Marja, quell’indice contro di lui, contro Nikolaj. Siamo tutti colpevoli. Siamo tutti abissi. Ma i bambini no. Loro sono altri abissi. Quando ero fuori da queste mura, durante le mie passeggiate, salutavo qualche bambino e lui rispondeva sempre con un sorriso. Nessun fanciullo pensa io possa fargli del male. Quel sorriso silenzioso, senza pensieri, senza paura, è tutto. Quel sorriso rivolto a te, sconosciuto, da un’anima innocente, sconosciuta, è la vita. Però può sempre dirti, quando vuole: “Signore cattivo, sei morto”.

Gli altri

Il mio lungo sperimentare la lontananza dal mondo mi ha reso immune dal dolore della sua fine. Trovo insopportabile, anche fossi schizofrenico, imporre le mie tragedie personali con la violenza. Insopportabile e stupido. Lasciare dei biglietti sotto la neve è molto più magico. Lasciarli bianchi è un vezzo, uno scherzo, ma ci ho pensato. Per scrivere mi sono sempre appoggiato agli altri. No, non li ho usati come specchi. Riflettere me, che senso avrebbe? Io mi riflettevo negli altri e cambiavo me stesso e guardavo finalmente il sole dalla finestra della mia stanza, leggendo le storie degli eroi romanzeschi, o guardando le ragazze che passeggiavano nei viali e ogni giardino era il folto e ombroso giardino, con le foglie armoniose sulla chioma ondeggiante dei platani come bellissime maschere verdi, che avevo sognato adolescente per dormirvi estasiato, libero dal corpo.

Fiducia

Sono realmente libero. Voi psichiatri mi avete capito. Avete capito che non voglio fuggire, e la porta di Herisau è sempre aperta, per me. Mi piace questa fiducia, mi consola: è la vita perfetta. Confidare nell’altro, sapendo che non ti accoltellerà. Non chiudere mai la propria casa, perché nessuno ti deruberà. Qui non ci facciamo del male: avendolo subìto, ci teniamo vicini, ognuno come può, chi cucina, chi pulisce, chi annoda pacchi. Ci siamo riconciliati. Nessun male può essere più grande di quello che ricordiamo. E la morte non la temiamo perché, a modo nostro, siamo già morti a vivere alla luce flebile di questa postuma esistenza di prigionieri.

Hugo Wolf

Mi commuove il Winterreise di Schubert, quante volte ho ascoltato quel ciclo di lieder! C’è un bel giradischi, a Herisau, nella stanza delle visite, e io quante volte mi fermo a far girare un microsolco, con il permesso dei dottori: gli altri malati non sembrano soffrirne, accettano a testa bassa, qualcuno mugola, qualcuno fissa il vuoto o si gratta la testa, nient’altro. Lì ho ascoltato tanti lieder, ma amavo soprattutto Hugo Wolf. Su quel matto musicista, oh come mi piace scrivere! Ho negli occhi la scena. Neve ovunque, fitta e lenta. Nessun dolore. Come si può soffrire, quando il bianco copre la pelle e costringe il corpo a poggiarsi sui tronchi freddi, a piombare in un sonno senza sogni? Wolf vede corpi distesi, supini sopra l’ultimo strato ghiacciato, precipitati o caduti da poche ore. Vicino a lui un uomo smania, si toglie gli abiti nella bufera. Hugo si spoglia, li indossa. Ora sono suoi. La stoffa è morbida. Calza scarpe trovate sulla roccia, aderiscono perfettamente al suo piede. La suola è ancora calda. Scavalca cancelli, oltrepassa siepi. La tormenta ritorna. Wolf appoggia l’orecchio a terra. Il rombo della frana è remoto come un flauto. La valanga trascina tetti, case, muri. Timbro basso, clarinetto. Dall’albero cadono pezzi di neve – accordi di viole. Solleva la testa e turbina il vento. Hugo non può andare oltre. Fiocchi freddi, su ciglia e mani. Non vede che un velo, più grigio che bianco. Tasta aria gelata, un pulviscolo. È sempre più immobile. I piedi non avanzano, non creano orme. Le raffiche sorde, nell’aria, e vortici, vortici di punti bianchi: gli entrano nella gola, gli bloccano il respiro. Wolf è fermo nella terra ghiacciata, estraneo ai movimenti del mondo. I fiocchi sibilano fra cielo e rami. Lascia il bastone, si sdraia terra, vinto da un sonno assoluto. Gli occhi si chiudono, le ciglia non battono, il cuore rallenta. Lascia che la neve gli congeli le labbra, penetri nelle narici. Lentissimamente prepara la bocca a tacere, il cuore a non pulsare più. Il sonno entra nelle gambe, nelle mani, nel petto. Né stanchezza né freddo. Gira appena il collo, guarda all’indietro il mondo. Hugo Wolf vede un’unica forma bianca, senza rilievi e contorni, coperta da un velo, e ascolta – ma solo adesso – un fa diesis di acuta dolcezza.

Lettura

Leggo spesso a Herisau, non importa cosa. Talvolta ci sono frasi che mi appaiono dentro un romanzo brutto, oh sono bellissime. Durante la lettura la testa diventa un’arena di pensieri stranieri: le storie degli altri vanno e vengono. Non si è più se stessi, ed è così bello. Quasi si potrebbe dire che leggendo moriamo, e qualcosa di nuovo ci germoglia dentro, come una nuova vita. A volte non leggo, ricordo quello che ho letto. Thomas Mann, ad esempio. Tonio Kroger e Disordine e dolore precoce (la prima edizione, quella con i disegni di Karl). Norina, cinque anni, che balla con Max, il suo primo turbamento, quel dolore assoluto e senza rimedio. Tutto un nastro di sfumature, di trasalimenti, di rossori, come brividi nella pelle. Tonio che guarda il mondo vivere e ballare, là fuori, bello e felice; lo guarda dai vetri, con struggimento. Non ho mai capito il suo struggimento. Avrebbe dovuto essere orgoglioso di stare di là, di non mescolarsi a loro. Cosa significa essere giovani e belli, sposarsi, avere dei figli? Puntellare un’illusione con travi spesse un millimetro. Condannarsi a sconfitte dolorose o a inutili infedeltà. Servire un ingranaggio che sembra avere un senso. Vedere chi ami malato. Piangere per la sua morte. Commuoversi per la sua gioia. Fatica su fatica! Hans Castorp, in fondo, era orgoglioso di vivere nel suo mondo sospeso di malato a sentire le imperiose parole di Settembrini. Ecco, se proprio vuoi saperlo, lì nella Montagna magica c’è il mio segreto. Forse anche il tuo, dottore, quando si parla di malattia e di salute. La malattia è uno stato magico, che annulla il dolore del tempo e consente di guardare il proprio dissolversi senza doverlo descrivere con la scrittura. Herisau non è forse lo stesso luogo? Certo, senza il bello stile di Mann, senza le sue riflessioni sapienti. Ma pensaci bene. Siamo tutti dentro qualche libro, poi ci dimentichiamo il titolo, e così crediamo alla vita che scorre.

Un fatto buffo

Dovresti capire, Weiss, che la letteratura è solo un fatto buffo e non merita troppa attenzione. Il fatto che, a Herisau, io non scriva più (o scriva di meno, non fidarti mai delle mie parole), è fisiologico. Ho altro da fare. Sentire il volo degli uccelli. E soprattutto captare i fruscii dei corpi degli altri. Quando uno si alza o si siede o mangia o respira. Tutti suoni diversi, molto più espressivi delle lunghe descrizioni di un romanzo psicologico. Perché dovrei perdere tempo con le lente parole? Ricordo che quando smettevo di scrivere una pagina, l’emozione era già evaporata. Comunque una gioia ce l’ho, oggi: uso la matita. Anche mi capitasse di scrivere lo faccio a matita, cancellare è più facile che non tirare un brutto sgorbio sulle parole scritte con il duro, indelebile inchiostro. Non mi piace la bruttezza. Ha mai visto, dottore, come i fogli sono belli, se lumeggiati da qualche tratto di matita? Sono già disegni di nuvole e di monti. Ah i pittori giapponesi!

Rispetto

Adesso ho meno rispetto dell’obbedienza, anche se mi vedi obbedire, disciplinato come un delinquente nel perimetro del carcere. Ho meno rispetto. Sono più violento. Il corpo mi si muove a strappi, brusco. Non so più dove mettermi. Dovrei avere pace, pace. Ma non è così. L’idiota che mi guarda intrecciare canestri e annodare pacchi è solo un idiota, e mi guarda come se io fossi simile a lui. Vorrei picchiarlo, dirgli che no, non è vero. Ma, se lo picchiassi, voi capireste che fingo, mi dichiarereste sano di mente, mi direste: Vai a Berna, vivi libero, ti daremo una pensione, ma cosa me ne faccio della libertà, di Berna, della pensione, io non voglio uscire, non devo. Allora mi fingo l’idiota che mi guarda, per non essere smascherato. Non è difficile. Rendo i miei lavori sempre più ripetitivi, più stupidi (anche se in realtà nel minuto intreccio delle fibre camuffo lettere dell’alfabeto). Poi, quando non ne posso più, cammino con Carl e lo ascolto blaterare le belle cose positive, no, non gli rido in faccia, almeno c’è la neve o l’erba sotto i miei passi, e così giro e giro per la terra consentita come un giovane possidente del nulla. Lo sai, tutti quelli che possiedono il nulla hanno il dono della giovinezza…

Piacere

Se si ha il coraggio di osare qualcosa, ci si può anche divertire. Occorre spesso ballare un minuetto per procurarsi un effetto gradevole, in vita e in scrittura. Il bello è più bello, se ci si ride e si balla in mezzo, e non si brontola seriosi e arruffati, arenati nella mancanza del proprio profumo, sepolti in una inodore, sciatta esistenza. Essere eternamente uomini seri e grandi è ridicola superbia. Ognuno di noi ha la sua bella tomba collocata in un prato ombroso o luminoso e lì, nessuno, dopo che il tempo è scaduto, lo importunerà con insulti, chiacchiere, premi, calunnie: lo imbarazzeranno solo i ricordi dei vivi. Chissà se, bello chiuso nella terra, avrà la gioia di essere ricordato come scrittore di libri brutti! Sarebbe così piacevole. D’altronde, non c’è idea di brutto o di bello che abbia un valore. Io scrivo per mio piacere e già sono una pianta rara. Non mi illudo che tutti lo condividano: sarebbe come esigere che tutti siano golosi di Sachertorte. Molti sì, tutti no, e quei bellissimi bimbi che detestano il cioccolato, il loro dio non li manderà certo all’inferno! L’unica cosa che difendo di me è che io sono un uomo semplice, e chi afferma che la mia prosa è un modo di infiorettare il mondo, mente e mi fa male. Il mio “scriver grazioso” è un coltello piantato al centro dello sterno. È l’invito a leggere oltre. Ovvio, Weiss, anche oltre di me.

Acrobata

Vedi, Weiss, ieri ho ricordato un mio antico racconto (forse troppo sentimentale), un uomo si apposta sempre nei luoghi da cui passa una donna, lascia che lei vada oltre, attende un minuto, poi la segue ritmando i passi sui suoi. Questo per cinque, sette secondi, un’eternità. E infine, con un breve saltello (che acrobata!), la supera, cammina svelto svelto per essere notato, anche solo di schiena, per un attimo. La precede di pochi secondi. Poi tira un respiro, si ferma, la lascia passare. Ecco: sta passando. Profumo di capelli, suono di passi. Quando è ormai lontana, lui si ferma su una panchina, scrive rattristato una lettera, la poggia sul legno perché sia visibile. Domani, se non ci sarà vento, lei potrebbe passare e leggerla, innamorarsi di un giovane come lui, che non ha altro pensiero che rivederla. Sorride, pensando a come sarà straordinario il suo domani. Se anche non legge, lei potrebbe. Una donna intelligente e luminosa, i larici, le radure. Basterebbe mi sfiorasse il braccio. E continua a danzare fra le panchine ormai buie, sopraffatto dalla magia del pensiero. Sì, forse ci vorrebbe un altro finale, meno timido e incerto, ma in quegli anni mi capitò di vivere un’indolenza strana, una voglia meravigliosa di non fare nulla, e così non finii il racconto.

Come te

Tanti me lo dicevano (forse erano le mie voci): devi entrare in manicomio. Ma non erano le voci persecutorie che mi tuonavano dentro: “Lavora! Véstiti! Làvati! Spòsati!”. Queste non mi affliggevano affatto, erano persuasive e tenere, capivano tutto della mia vita di girovago e di copista, sapevano come fosse inconciliabile con la vita adulta, e mi suggerivano di trovare un sollievo. Il manicomio come asilo, come silenzio. Dolce cosa. E poi ti ho conosciuto! Ah, essere come te! Sapere i destini che tu conosci: sarebbe bellissimo. Troppa è l’insignificanza del mio. E se lo scambiassi col tuo, mio caro scienziato? Quando ti parlo penso che sia possibile. Il capolavoro della mia vita sarebbe arrivare, dopo una lunga passeggiata fra i faggi, all’ora esatta in cui i miei compagni cominciano a mangiare la minestra. Per non turbare il ritmo della cena non vengo ammesso al mio posto vuoto e, per quella volta, mangio insieme ai dottori. Mangio in tua compagnia, Weiss, senza guardarti negli occhi.

A matita

Weiss, caro dottore, da quasi trent’anni ho cominciato ad abbozzare con la matita tutto quello che scrivo, timidamente ma religiosamente, la scrittura è diventata un processo di languida e colossale lentezza, tanto che fra le parole che scrivo e dove girovago col pensiero mi si disfa il senso delle cose, come se scucissi un arazzo: e allora, scrivo una cosa a matita e un attimo dopo posso cancellarla, perché non è accaduto nulla… Oh, mio giovane amico, se scrivo ancora? Non saprei dirti. Forse sì. Forse no. E se tutto il manicomio fosse pieno, dalla cucina al dormitorio, dei miei mozziconi di matita, della mia carta tagliata in foglietti fitti di parole? Io amo le pagine, la loro forma. Credo che il libro migliore, il più bello, sia quello che ti fa uscire dal mondo in cui vegeti fisicamente per farti vivere e respirare nel mondo che lui solo sprigiona. Ogni libro mi interessa se è un universo nuovo che mette questo fra parentesi (e per il tempo della lettura lo polverizza, letteralmente). E poi, gli ultimi libri sono esattamente come i primi, nessuna differenza: solo che le ossa sono in rilievo e la pelle si è assottigliata.

Anestesia

Vedi, Weiss, non sopporto nulla che mi renda io. Ho cercato un’anestesia sensoriale che mi permettesse di esistere bene solo nella mia mente. Ho passato la vita in compagnia di morti che non smettevano di parlarmi. Perché avrei dovuto fare il contrario?

Camminare

Non voglio dire più niente. Sono quasi le sette. Aiutami a spegnere il sole, perché devo cominciare la mia passeggiata. No, non farà troppo buio. Non ci sarà bisogno di nessuna luce. Con me ho sempre una piccola torcia nella tasca del giaccone, ma non la userò. Conosco tutti i sentieri a memoria. Magari camminerò in compagnia di gatti selvatici. Sono rari, in Svizzera, ma fascinosi, e soprattutto non ti chiedono nulla. O meglio, ti chiedono di essere chi sei. Lo esigono. E, se menti, soffiano come forsennati.

L’ho inventato io

Tutto è possibile, se io ho inventato Herisau. Herisau è il mio Istituto Benjamenta, che avevo già immaginato cinquant’anni fa nel mio Jacob von Gunten. Non sono più il Walser che l’ha descritto. Sono un vecchio, ora, ma Herisau è mia, l’ho proprio inventata per me, stanza dopo stanza, con gli odori, le ombre, le sedie, le serrature, i bagni, i canestri, le voci, le porte, le scale. Posso uscire quando voglio e tornare quando voglio. Non devo andare da nessuna parte. Non ho vestiti da indossare, non ho pensieri da pensare, non ho parole da scrivere. Sono esattamente uno zero, come mi consigliava il severo Benjamenta. E se parlo con te, mio giovane Weiss, è perché nessuno leggerà i tuoi appunti di giovane e inesperto tirocinante. Comprends-tu bien?

Famiglia

Si può amare solo con la fantasia. Fare figli è una cosa incivile. Aggiungere al mondo esseri che domani si uccideranno con nuove guerre, è uno schifo. Il mio solo progetto, Weiss, è non fare nulla. Non procreare. Non aggiungere disordine a disordine accumulando sul pianeta altri esseri piangenti e desideranti (anche se gli occhi dei bimbi-cuccioli mi sgomentano per l’inerme dolcezza). Non credo alle idee progressive e positive, perché non sono mie. Rileggo Leopardi, il Dialogo della Natura e dell’Islandese, ma vorrei essere come te: bilingue, e leggere le Operette morali in originale. Ma mi accontento del mio umile tedesco. Quando un pensiero è necessario e forte, se ne fotte delle lingue che traversa. È un fulmine. E chi lo vede ne parlerà con parole spaccate dal fulmine. Nietzsche adorava Leopardi, anche se conosceva poco l’italiano.

La lingua degli uccelli

Ieri ho fatto un sogno. Tu non mi chiedevi nulla, io non ti rispondevo nulla. Eravamo così tranquilli, così sereni. Io sentivo che, tacendo, imparavo la lingua degli uccelli. Ma, per fortuna, non dovendo volare, non l’avrei mai usata. Che bello! Finalmente ricordo un sogno. Da mesi, ormai, faccio sonni brevi, mi sveglio nel cuore della notte e ogni volta sogno racconti perfetti senza ricordare nessun dettaglio. Saranno tutte bugie, le mie bugie. Quelle che (spero) accompagneranno il mio funerale come l’adagio per pianoforte, opera postuma, di Franz Schubert.

Nuotando

Tanti anni fa, nuotando in un lago, mi accorsi di tenere ferme le braccia e di muovere i piedi a mulinello, come per camminare dentro l’acqua. Mi muovevo. Piano, impercettibilmente. Ma mi muovevo. Progettai di andare lontanissimo. Se avessi tenuto quel ritmo per sedici ore consecutive, chissà dove mi sarei trovato. Certamente in un mondo remoto, liquido, immenso. Non muovevo le braccia come i nuotatori ma camminando come i camminatori, solo che lo facevo sott’acqua. Il peso di tanto liquido non mi infastidiva. Era tutto bellissimo, e non mi aspettavo di incontrare ciclopi o sirene. Continuavo a ruotare i piedi a mulinello, vedevo persino la faccia triste e bella di mia madre, finché mi spaventai perché stavo addormentandomi nell’acqua. Oh come sarebbe bello se la morte mi raggiungesse mentre corro nel mare, affannandomi fino all’orizzonte, oltre l’orizzonte, verso nessuna meta.

Essere opaco

Una cascata di personalità. Non saperle distinguere. Un grappolo di mani. E donne e ancora donne, e universi di innamorati, domestiche, briganti. Ma questo sogno non va bene. Io devo essere opaco, più opaco. Che nessuno sappia proprio più nulla di me. Voglio il fumo sul vetro, se io sono il vetro. Chi distingue me che intreccio pacchi da quel matto che raccoglie paglia? La sua maschera è la mia. Dottore, si vive sul filo. Ci associamo, dissociamo, disintrecciamo. Inevitabile. Inevitabile. Uno fra un milione sarà migliore degli altri, di questa nostra razza. Ma quello non sono io. Protesto da questo manicomio gentile. Protesto. Oscuratemi! Oscuratemi!

Per il tempo di una storia

Weiss, confessalo, Herisau è un cimitero. Tu non hai nessun parente sepolto nelle sue tombe? Nel campo A o nel campo B? Nella corsia C o nella corsia D? Ci sono tombe con tante epigrafi, con anamnesi accurate. Tombe senza nome, fogli bianchi. E le vite vere dove stanno? I morti, lo sai, aspettano, hanno tutto il tempo. Ma loro? Gli stravaganti e i balordi, i nati storti, vissuti storti, morti storti? Quelle vite eccezionali e sibilline di idioti e assassini, di falliti e violenti? Tu vivi nel cimitero di Herisau. Ne sei il custode, ora. Ma vuoi sapere di più. Vuoi vivere per il tempo di una storia. E mi parli perché io ho tante storie da raccontare. Sei interessato ai miei fogli non ancora scritti, non ancora volati via, alle molte vite ancora bianche nella mia mente. Ma io sono il matto, io sono il muto. Scrivile tu, quelle vite. È già il tramonto. Non hai nessun appuntamento, solo questo con me. Via da questo cimitero. Via, fuori di qui! Sono stufo di parlare con i morti. Camminiamo. Sarai tu a parlarmi, adesso. Sarò io ad ascoltarti.

Cambiare il mondo

Certo, potevo scegliere un convento per chiudermici dentro e pregare, rispettato dalla chiesa e dai potenti. Ma è meglio il manicomio. Ci sono meno idee su Dio qui dentro, meno preghiere incomprensibili, meno riti da accettare. Qui si sopravvive calmi. Qui si è sicuramente malati. Certificazioni, esami, firme, diagnosi. L’unica cosa che non sopporto sono gli “agitati”, quelli come me, tanti anni fa, che si sentivano strozzare da mani oscure. Perché bisogna avere sempre la testa inquieta? Il mondo non è già abbastanza agitato? Almeno opponiamoci al furore. Qui deve esserci la quiete. Ma i giovani non sono mai tranquilli. E qui ci sono molti giovani che volevano cambiare il mondo. Volevano. Ma il mondo cambierà solo se loro saranno leali e silenziosi.

Mongolfiera

Sono pazzo perché sono vergine? Sono vergine perché sono pazzo? Essere vergini non è il peccato peggiore, è la difesa migliore. Lascio che il mondo proceda tranquillo. Io gli cammino a fianco. Passeggio, passeggio, è il mio modo per amarlo. Si può amare con violenza? No, no, con la violenza si può solo ferire e squarciare. L’amore è morbido, lento. È traversare la terra colorata guardandola da una mongolfiera. Da così tanto tempo le parole mi sembrano sciocche e sorde. Ma i canti degli uccelli, quelli che senti quando sei in alto, in cima al pallone, oh sì, come sono acuti proprio lassù! E qualche volta (ma non dirlo a nessuno, magari è un sintomo) mi sembra di sentire le voci dei cavalli. Come mi bisbigliò, lo ricordo appena, un’amica furiosa, di nome Greta, che avrebbe voluto sovvertire il mondo con lo stile logico e barbaro dei suoi occhi chiari. Forse Gulliver aveva ragione quando creò il regno razionale e perfetto degli Houyhnhnm. Io non creo regni, io accarezzo la carta stagnola che manda i riflessi di uno specchio, ma come luccica…

Utile o amabile

Vorrei sapere in che modo intendi controllare le anime di Herisau. Essere timoniere dei furori è un atto magico e una terapia. Ma stai tranquillo, non ti consiglierò, non ti contesterò. Sarò un niente. Io devo stare qui dentro. Fuori sarei pericoloso. Potrei anche essere utile, o amabile. Talvolta, qui, piaccio a qualcuno. Questo non mi va, e mi offende. Mi si allontani. Mi si dimentichi. Tutte le mie vite sono state la costruzione di questo rifugio presente: sono la mia graziosa, apparente invisibilità. Nessun altro sentimento che questo: sparire continuando a respirare. Come se il corpo, almeno per un po’, si staccasse dalla pelle. Una burla. Una beffa. Ma parlo a chi può capirmi? Dottor Weiss, tu sai cosa sto dicendo? La follia salva la vita quando non è ghigno, smorfia di dolore, quando invita a tacere. Come il perfetto silenzio, lei è soltanto simile al sonno. O è un grido puntato negli occhi, come una spada. Non illudetevi, dottori. Vorreste essere i nostri controllori. Ma controllare chi? E come? In che modo? Esiste un sedativo per certe collere metafisiche? Devo contraddirvi. Siamo noi a controllarvi, siamo solo noi la musica su cui potete tentare le vostre esecuzioni. Voi, dottori di Herisau, avete dimenticato che vi abbiamo concesso la parola su di noi. Concesso. Solo concesso. Un prestito. E ve la ritireremo quando vogliamo.

Inafferrabile

Già, con te non posso fare come il mio editore (qual era il suo nome?) quando venne a trovarmi. Lui non mi conosceva e io lo ricevetti compunto, offrendogli una tazza di tè, spacciandomi per il servo di Walser. Poi feci un inchino e sparii nella stanza accanto. Per ritornare qualche minuto dopo, senza l’uniforme del servo, sorridente, un po’ stordito dal sonno, e presentarmi: “Piacere. Sono Robert Walser”. L’editore si inquietò, il mio scherzo lo offese, uscì a rotta di collo dalla mia stanzetta, non volle pubblicare il mio bellissimo libro. Poverino! Qui, a Herisau, non posso fare lo stesso. Tu sai che io sono Robert Walser. Ma questo non ti aiuterà. Pronunciare il mio nome potrebbe rendermi ancora più inafferrabile. Certi innocui vecchini senza nome passeggiano per ripidi sentieri svizzeri e canticchiano felici: ma, se li scontri, possono agitare il bastone e romperti un osso del piede come se tu fossi un arcaico nemico. O d’improvviso smettere di mangiare la minestra e piantarti un cucchiaio in gola.

Lottare

Non ho nessuna voglia di lottare. Avessi una malattia incurabile, non seguirei nessun protocollo medico. Mi denuderei, durante un passeggiata, e mi farei sferzare dal vento freddo. Vorrei aiutarla, la morte. Perché avere con lei, che comunque vincerà, un rapporto di opposizione, di innaturale dilazione? Io sarei dell’idea di facilitarle il compito, una volta che so di essere diventato il suo bersaglio. Seguire, con semplicità, le sette regole del Silenzio: prudenza, segretezza, simulazione, sogno, fantasticheria, metamorfosi, malinconia.

Estraneo

Una bella dose di misconoscimento è utile. Aiuta a respirare meglio. Ti fa sentire un estraneo perfetto. Quando ti addormenti sei più libero. Nessuno si aspetta niente da te. Domani, sei libero di scrivere, di dipingere, di tacere. Una fortuna insperata non essere in balìa del mondo. Se poi, alla fine di tutto, riuscirai a perdere il nome, dovrai ringraziare (non so chi) e sorridere (non so a chi). Anche scrivere, caro Weiss, è utile quando la parola scorre come acqua fra le dita, non quando è mattone che aggiungi a mattone per costruire chissà quale casa. Le case crollano. Poi, certo, ogni acqua vuole il suo alveo, il suo ruscello. (Domani, sì. Domani leggerai. Guarda sotto il mio cuscino alle cinque del pomeriggio, io sarò a camminare con Carl).

Burattini

Cosa potevi trovare? Nulla. Ieri non ho lasciato nulla sotto il cuscino. Ieri ho pensato ai burattini di Klee, al Fantasma Spaventapasseri, al Signore a alla Signora Morte, al Poeta Coronato. Li aveva fatti con la stoffa, il grande pittore, per il figlio Felix. Oh, come avrei desiderato per te il bello spettacolo delle mie prosette gentili e dei suoi ironici pupazzi! Ma Klee è così lontano da me. Abita nell’elevato mondo dell’arte dove le mie piccole frasi sono inutili pantomime, sciocche buffonerie. Ah, caro Weiss, se fossi Cenerentola non andrei a nessun ballo e sognerei le sue magiche luci lì, accano alla cenere, serva silenziosa, sapendo che i sogni non devono esaudirsi. La mia cenere è personale, la reggia del principe un luogo pubblico, una carriera di felicità, una vana sazietà. Meglio avere sempre fame. Se avessi gli Stivali delle Sette Leghe, me ne starei gioiosamente fermo. Fossi Cappuccetto Rosso, incontrerei il Lupo con un sorriso. Fossi la Bella Addormentata, mi sveglierei al bacio del principe ma senza aprire gli occhi, simulando il sonno, lasciando che il banale desiderio, la logica vita si allontani nel suo pianto inconsolabile.

Se ci ami

Trattare con noi è difficile, se ci ami. Se ci detesti, semplicissimo: docce fredde, farmaci, corde, chiavi, porte chiuse. E percosse, quando nessuno ti vede. O, a notte alta, il bavaglio stretto sulle nostre bocche, stupri silenziosi. Se non ci ami tutto va bene, il manicomio funziona, e la tua vita fila liscia, verso l’irreparabile disastro delle tue anime. Vedi, non le nostre. Le tue. Ci sono viaggi che non puoi ancora immaginare. Lo possono i bambini, i vecchi, quelli che non riparano la loro mente. Oh le vite! Sono solo ombrelli contro gli acquazzoni! Ma ci sono mancanze che non posso colmare. Elisa, mia madre, non mi guardava mai. Oh mi avesse guardato! Forse avrei buttato via tutti gli ombrelli esplodendo in risa felici!

Oleg

Io lo ricordo bene, quel sogno. L’ho sognato per tre notti di seguito. Un uomo enorme volteggiava fra le panchine del parco, come se avesse scambiato il giardino per il ponte di una nave e le panchine per scialuppe. Diceva di chiamarsi Oleg, di essere stato un baleniere, ma tutti pensavano fosse solo un matto stravagante che contava storie. Oleg gridava spesso: “Io sì, mi sono salvato”. E volava di panchina in panchina, come un orso delicato. Io lo vidi e piansi. Perché nessuno gli diceva una parola buona? Oleg si voltò verso di me, era immenso. “Quanti anni hai?” mi domandò. Io balbettai, non ricordavo. “Sette, forse otto”. Il gigante fece un enorme sorriso. “L’hai mai vista la coda di una balena?” gridò. Io scossi la testa. Allora Oleg, con la punta di un coltello, scavò un rametto d’albero e vi incise con forza qualcosa. Io, non so perché, chiusi gli occhi di colpo. Quando li riaprii, Oleg non c’era più e molti bambini ridevano di me, mi buttavano addosso pezzetti di carta, barattoli, spaghi. E anche un ramo secco di faggio, dove distinsi, snella come una lancia, la coda di un pesce. Afferrai quel ramo, lo strinsi, scappai via. In quel momento mi svegliai, nel mio letto, la mano vuota. Ma vedi, Weiss, no. Non completamente vuota. Nel mio palmo c’era un piccolo segno.

Sopore

Se essere adulti è rinunciare a questo bel sopore, nel mezzo della giornata, allora ci rinuncio: io voglio un mondo fatto tutto di bambini che mi accolgano a braccia aperte, bello addormentato, senza farmi del male, senza badare alla mia faccia vecchia e ai miei abiti stropicciati. Essere adulti è una stupida rigidità, uno spasmo dei muscoli e della mente, una polizia delle emozioni. Non un bel bazar o una colorata drogheria, con le spezie e le caramelle che attirano i bimbi meravigliati nel loro universo infinito. Io resto qui, tu lo sai, perché non c’è niente di più bello che rinunciare alla corruzione dei sentimenti.

Bisogno

Ho bisogno solo di due piedi e di due mani. Ho bisogno di coricarmi nella neve per morire di freddo come un bambino. Solo tu sai che potrei passeggiare per un interminabile numero di giorni senza mai muovermi. Ma preferisco spostare anche il corpo: è più naturale, da’ meno sospetti di viaggi interiori. Capisci la mia incredibile felicità? Io non possiedo il terreno dove appoggio le scarpe perché non ho bisogno di lui come lui non ha bisogno di me: mi ospita, preferibilmente nei giorni di pioggia, quando con le scarpe inzaccherate affondo i piedi nella terra e apro l’ombrello per ripararmi la testa. Ma una stecca è sempre rotta e mi sbatte sulla faccia, come una carezza eccessiva. Ah quella carezza! È come un segno del mondo. Mi schiaffeggiano appena ma vorrebbero uccidermi. Sono salvo per miracolo. Io non sono fatto per il mondo. Lui non è fatto per me. Ci sopportiamo appena, io sono un bottone scucito, lui è la Grande Giacca. Poi però facciamo pace. Di solito mentre cantano degli uccelli, vicino a un ruscello. Mentre tutto scorre.

Quasi

Non mi allontano mai troppo a lungo. Non voglio fare la parte del privilegiato. Io devo tornare agli orari prefissati. Mangiare e dormire tutti insieme. Alla stessa ora. È questo il contratto con Herisau. Tu avrai letto la mia cartella clinica. Io immagino che non ci sia scritto quasi nulla. Tipo: “R.W. Passeggiatore. Sente le voci. Vorrebbe essere meno visibile”. Quasi è il termine giusto. Appartiene a due regni diversi. È quasi bello, quasi brutto, quasi sano, quasi folle. Ma non è mai o l’una o l’altra cosa. Vedi, le favole sono finite. Cammino per i boschi ma è come se non ci fossero più gli alberi. Neppure gli uccelli cantano più. I sentieri sono vuoti. Mi sento libero. Non quasi libero. Ma libero.

Achàb

Ah stravaganti destini! Adoro Bartleby lo scrivano, che fa deflagrare Moby Dick! La Balena è il sogno che Bartleby non si permette più di sognare. Raggiungere il bianco irraggiungibile, il Grande Mostro, perdere la vita per arpionarlo. Bartleby lo ha sostituito con una stanza bianca dove agire è solo copiare, dove l’arpione rimane la povera penna sul minuscolo foglio, ma poi anche la penna tace, si nega, non vuole confrontare le copie, non copia più. Bartleby, immobile negli uffici come un’ostrica attaccata ai muri, viene accusato di vagabondaggio e muore in carcere, dove preferisce non mangiare. Lui, un vagabondo. Lui, l’uomo più immobile della terra. Ma il suo no è devastante come una traversata oceanica della mente. Disperato, esile, inflessibile. Disperso in tutti i punti dell’aria. Rimpiango di non scrivere più solo quando c’è una certa luce di ottobre che viene dai boschi e non scotta la pelle; soffia un vento delicato e scriverei senza sapere neppure cosa e il mio segreto sarebbe il vuoto perfetto della pagina, fitta di parole come un alveare. Passeggiata

Gli psicotici sognano, Weiss? Te lo sei mai chiesto? Io sì, da quando sono a Herisau. Ricordo che, tre notti fa, mi sentivo in mare aperto, aggrappato a un’asse di legno. L’aria era tiepida. Nessuna nave all’orizzonte. Avevo le gambe gelate. Vidi avvicinarsi uno scafo, una scala di corda si sporse dalla fiancata. Mi aggrappai, salii sui gradini di corda, sentii una voce: “Cosa vuole, signore, dello zucchero?” Ero in un negozio di Reinerstrasse e acquistavo delle caramelle. Il mare sembrava sparito. Sopra il giardino di Hessel, sotto il bianco monumento a Goethe, appaiono e scompaiono ombre di nubi. Il sole è coperto, biancastro. Gli uccellini cinguettano fra gli alberi, una signora sorrideva. Ma d’improvviso vedo una stiva aperta, un pozzo nero. Sono sul ponte di una nave grande, di legno scuro, che luccica al sole, con vele altissime. Al timone un uomo barbuto, le braccia sui raggi di legno. A prua un secondo uomo: osserva la bussola senza muovere un muscolo. Un terzo scruta le stelle con la stessa fissità. Un quarto è curvo a lavare la tolda. Il parco di Hessel non c’è più, quel bellissimo giardino è diventato una nave stregata; eppure i marinai non mostrano volti cadaverici o corpi sinistri; sono esseri normali, con la caratteristica di starsene perfettamente immobili. Come certe signore che, nel parco, mangiano il gelato e fissano i loro bimbi con indolenza. Io entro di soppiatto nella cabina del capitano: straborda di strumenti e di carte, abbandonati in un disordine inverosimile. Chi sarà il capitano, tra gli uomini che ho visto rigidi sul ponte? Forse il più vecchio, il più alto, quello con le braccia impietrite sul timone? Il diario di bordo è spalancato sul tavolo, sotto la bussola. Lo apro, lo sfoglio. “Ehi, signore, perché sta leggendo il mio libro? Come si permette?”. E lo schiaffo di una giovane donna mi colpisce in piena faccia. Resto costernato sulla panchina, la guancia mi fa male, tremo tutto. Il sole comincia a tramontare. Alcuni ragazzini prendono a sassate la testa di Goethe. A quei colpi mi sveglio spaventato. Oh, Weiss, Weiss, come si fa a smettere di sognare?

Abbronzatura

Sì, mi sei simpatico. Tu non sei abbronzato. Non sopporto i medici con la pelle bella scura, perfettamente sani nel loro camice bianco, reduci da viaggi in isole lussuose, che si aggirano tra di noi, straccioni e sporchi, come signori eleganti, come padroni. Quell’eleganza è disgustosa, sgradevole. Auguro a ogni medico di essere sempre pallido. Di avere un’aria smagrita e sciocca come me. Questione di pudore. Ma anche di terapia. Come fanno, quei totem di carne scura, a curare delle pelli scadenti, scheletriche, le nostre, senza provare un nauseante senso di superiorità?

Voci

Non ho più il tempo per scrivere. Devo occuparmi prevalentemente delle mie voci: hanno un bell’andamento ipnotico, una loro musica segreta, e io devo percepirle in profondità, devo farlo o finisco in loro balìa. Se mi distraggo, se scrivo, mi sento colpevole di non averle curate e ascoltate, e loro tornano, tornano ancora, e questa volta per farmi male, molto male, come un tuono dentro un tronco cavo…

Nomade e alcolista

Copista, commesso, bibliotecario, impiegato in una fabbrica di elastici, fattorino di banche commerciali. Ma ciò che ricordo non sono questi lavori, che duravano tre o quattro mesi. Ricordo la faccia di mio padre, fallito rilegatore di libri, che guardava me e non sapeva che sarei diventato un perdigiorno, un nomade innamorato del vino, un autore di libri per rari lettori (di uno ho venduto, credo, 47 copie). I libri dei falliti sono ossessioni stampate su carta. Per questo, adesso, non faccio più nulla. Preferisco il silenzio. Preferisco sparire.

Bell’impulso

Proprio il rischio delle tenebre è la maggiore chiarezza, caro il mio Weiss. Sono certo che hai letto Montaigne quando parla del Tasso e afferma che la sua sottile saggezza l’ha portato alla più letale follia. Che vuoi farci? Spiriti stravaganti. Libri eccellenti. Ma la lettura dei libri non è così importante. Cosa ci trovi, in normali trattati sulla morale e romanzi sul sentimento, che ti dia quel bell’impulso, sensuale e profondo, di avvicinarsi alla pelle dell’altro, di sentirla respirare? Quando la letteratura non è questo palpito, questo lungo odore vellutato, quando non ti accarezza le dita, è meglio tacere, essere vecchi e calmi, distribuire il miglio agli uccelli che si accostano alla panchina, in attesa del cibo che li nutrirà qualche giorno ancora, ingenuamente fiduciosi nella vita, amorosamente presenti. Sai, a Herisau io amo la vita perché nessuno si affanna a costruire lussuosi ideali, artificiosi progetti, macchine belliche con cui distruggere la terra. Nessuno vuole uccidere nessun Mortale Nemico. Perché non esistono nemici ma anime sottili e oscure che ci ispirano angosciosi e pesanti pensieri.

Il superstite

Ieri ho sognato di essere Ismaele, Weiss (ma perché devo sognare tanto?). Galleggiavo nell’oceano, ormai salvo, e mi raccoglieva una nave. Diversi marinai mi issavano, mi nutrivano, mi rivestivano. Venivo messo a letto. La fronte mi scottava. Ero in quello stato febbricitante, dentro una delle cuccette, quando di colpo non sentii più nessun rumore venire dalla nave. Mi alzo dal giaciglio, salgo sul ponte. C’è qualcosa di strano, nell’aria. Si va, ma lo scafo è come fosse fermo. La nave fende l’oceano con penosa lentezza. Le correnti sono scomparse. Le vele flosce e inutili. Vedo un foglietto sul ponte, lo raccolgo, lo leggo: “Tutto è cominciato da quando lo abbiamo preso a bordo. Dobbiamo sbarcare l’intruso. Dargli un po’ di viveri e il mare se lo inghiotta. Ma non possiamo. Troppo, troppo stanchi. Nessuno ha la forza di un solo movimento. Non abbiamo scampo finché quell’uomo è con noi”. Ruoto la nuca e vedo l’equipaggio tutto immobile. Che angoscia! Mi getto subito in acqua, per salvare la nave. Ma attorno a me non c’è nessuna acqua, solo un lungo mare d’erba. Comincio ad annaspare, poi mi rialzo e cammino in un grande giardino. Gli alberi si muovono, scossi dal vento. Ogni panchina è una tavola che sembra andasse alla deriva. Poi tutto si acqueta. Mi trovo seduto accanto a una donna stupita, che mi fa cadere il gelato sulla barba. Devo avere un aspetto terribile e selvaggio, da lurido marinaio. Vorrei dirle “Non sono pericoloso, mi chiamano Ismaele, ho fatto un viaggio lunghissimo, fra balene e tempeste!”. Ma lei è già lontana, è lontana, grida aiuto. Sciocca avventata! Scervellata signorina! Di cosa avrà avuto paura? E mi sveglio di colpo.

Sentenze

Senza abissi un artista è una pianta senza profumo. Perché vieni a trovarmi, quando la foresta è più interessante di me? Perché? Io ho degli abissi? E quali? Dimmi numero, forma, consistenza. Ogni pozzo nero non ha forse delle misure, dei gradini, dei chiodi? E poi, il nero, non fa paura a nessuno. È il bianco a essere realmente terribile, quando il sangue fluisce dal viso e lo lascia scolorato, terreo.

Nutrimento

Non è che tu ne stai bello allineato nella terra di nessuno, né normale né folle, a fingere di giudicare noi, e invece in realtà ti nutri di noi, non sai far altro che starci ad ascoltare, che fermarti a vederci? Tu vuoi vederci tutti perché, dopo, sei più potente. Più sicuro. Sappi che non sarai mai sicuro da solo. Avrai bisogno dei bambini o dei folli, per esserlo. E i presidenti e i direttori rideranno di te, povero Weiss, che vivrai dopo di me, contro la vita. Chi mi ascolta è un mio simile. Chi non mi ascolta ha grandi affari in banca e molte donne nel suo letto. Non prova ciò che prova un matto. Ah, quello che prova il matto è ben diverso, io sì che lo so, oh come lo so…

Anima

Un farmaco con cui cancellarmi il volto e addolcirmi i lineamenti non ce l’hai, dottor Weiss? Il naso è troppo tozzo, la bocca troppo sottile. Una bella pomata che renda la mia faccia un pezzo uniforme di carne proprio non ce l’hai? Vergògnati. Se io fossi stato Dio, avrei inventato una specie diversa da quella umana, un essere nuovo che nascesse nell’estrema vecchiaia, saggio e stanco, e poi, col passare del tempo, diventasse sempre più giovane e forte, poi bambino, infine neonato, quindi un vapore e poi nulla, così, naturalmente, ritornando a non esistere. Perché Dio non ci ha concesso questa semplice grazia? Io non sono né il matto che pungete né il demente che custodite ma lo specchio che vi riflette. Non il vetro di un cristallo, Weiss, ma l’acciaio di una lama. Lama che non vibrerà nessun colpo. Le basta specchiare le vostre bocche e sconfiggere il loro silenzio con le parole. Parlerò, senza smettere. Dovrete seppellirmi per farmi tacere. Perseguitato o persecutore: la vita è una scelta.

Orecchio

Io sono solo un orecchio e voi mi versate mondo dentro – voci, giudizi, pensieri. Il caos. E con voce troppo alta! Vi prego – parlate più piano. Questo non è un ospedale. È il libro dei vivi che si preparano a non esserlo. […] I volti, Weiss? Non li amo. Ai volti preferisco le unghie. Le unghie sono anonime: non hanno né bellezza né espressione. Crescono dopo la morte. Spesso le guardo come se non fossero parti di me.

Guardiani o balie

Guardiani o balie? Ridicolo. Io sono libero. io devo ridere. Rido dal fondo di un pozzo, non ho altro che questo. Rido dal buio. Mi manca tutto. Persino il nome. Ora so la verità. Sono senza legami. Io, che trabocco nel mondo degli spiriti, col regno dei morti vivi sono legato solo dai miei spaghi, dai miei canestri. E la testa abita giù, nello stomaco. Da sette mesi mi mangia il pensiero. Guarda la mia cacca, Weiss: là ci sono secoli di categorie e di concetti. Se la mangiassi sarebbe come diventare servo della chiesa e cibarmi del corpo di Cristo, offerto per te e per tutti in remissione dei peccati. Ma i preti sono sordi e ciechi. Ubbidiscono a troppo spirito e lo spirito li intossica. Tristi e curvi, tutti vestiti di nero. Oh come vorrei sparpagliarli con tanti inni alla gioia!

Recinto

No, Weiss! Férmati! A cinque centimetri da me. È questo il recinto. Se lo varcherai, allora sia io che te sapremo come la mia identità deriva direttamente da un dio. È solo un’ipotesi, ma oltrepassa questa linea e diventerà reale, come reale è il cacciatore che scortica la preda. Io so chi sono. Tu sai cosa significhi saperlo? Non conosci le parole di nessuna ninnananna? Peccato, avresti risolto il dramma della mia follia. Elisa non mi cullò mai, e il suo occhio, mente mi guardava, mentiva: guardava un altro mondo dietro di me. Qualcosa di bianco. I suoi occhi erano neri, con tanto bianco dentro. Come potevo cullarmi da solo? Ah, la scrittura-ninna, la scrittura-nanna…

Induzione

Non convincermi a prendere farmaci. Non ce n’è alcun bisogno. Sai che osservo con scrupolo ogni forma di terapia. Ma nessuna scienza medica o chimica mi trasformerà. Nessuna. Può farmi qualcosa, una pillola, o anche galassie di terapie? Al massimo contribuiranno ad accentuare quel senso di sopore che da solo, con tutta la mente, cerco di indurre nel corpo. Potessi uscirne, anche solo per un attimo! Ah questa stupida, stupida gabbia! D’altronde non sono certo io ad annientare il mondo: è così abile da farlo da sé. Io lo assecondo, con l’orgoglio di camminare diritto nei campi, l’occhio fisso alla luce. Non avendo nulla da perdere, mi perdo con molta fierezza.

Macchia grigia

Un impiego sicuro, un posto d’ufficio, uno stipendio regolare? Avrebbe significato la distruzione della mia vita fisica e spirituale. Io, homme à tout faire? Io, che devo scrivere Theodora? Io non voglio essere una piccola macchia grigia, un abisso di noia. Io, tu lo sai, preferisco sparire.

Non mi va

Dire di no è facilissimo. Detto una sola volta, ti guida veloce fin qui, all’interno del manicomio. Non voglio mangiare, non voglio bere, non voglio muovermi, non voglio imparare. O meglio, non mi va di mangiare, bere, muovermi, imparare. Il mondo intero è sovvertito da quel lieve bisbiglio: non mi va. Alla fine i nodi vengono al pettine, i canestri si intrecciano con fibre indissolubili, e non c’è più nulla da fare se non decorare di parole il muro. Arabeschi, ragnatele, sillabe. Non hai mai la sensazione, dottore, che la vita sia soltanto una cripta e che tu sia tanto ignorante da non sapere neppure quanto durerà il buio? (Però, nella notte, la carta stagnola luccica come lume di lucciola, come riflesso di specchio, sembra tenere dentro di sé tutte le scritture…)

Poesia

Io scrivo poesie, dottor Weiss. Chi scrive poesie lo fa rarefacendo la vita. Si trasfondono emozioni, pensieri, tutto va nel foglio, il foglio si fa sonoro, bello, ricco, intenso, sensuale, felice, e il mondo, anche quelle belle ragazze francesi che si scattano fotografie in mezzo ai profumi del caffè e delle foglie, diventa delicata, friabile ombra. C’est tout. Nei casi più fortunati non resta proprio più nulla, magari un po’ di cenere. Con i fogli, a Herisau, si accende il fuoco nei camini, e tira che è un piacere.

Hölderlin

O dolce Hölderlin, alla fine entro nel tuo regno. Preferisco di sì. Entro, anche se non riesco a scrivere neppure l’ombra di un tuo inno. Ti prego, fammi entrare nella tua torre. Io sono stanco di camminare per boschi e vorrei stare un po’ con te. Potremmo anche ridere insieme, lo permettessero i secoli. Ma noi ce ne intendiamo di fantasmi. Noi, poeti ostriche che non si accontentano del piccolo fondale in cui sono sepolti. Noi, che nessuno sterminato poema, nessuna Mitica Battaglia di Alberi e di Uccelli appaga con le sue stupefatte strofe.

Uomo di terra

In mare gli oggetti si muovono e si nascondono, mai nulla di sicuro, io amo molto il mare, immenso e mutevole, ma ci frequentiamo poco, preferisco l’erba di un campo grande, almeno quella posso percorrerla con umiltà, non sono un grande nuotatore, non mi misuro con l’infinito, sono un povero, piccolo uomo di terra. Un passeggiante. Uno che sta bene nella sua Camera di Scrittura per Inoperosi. La mia camera vera. La vita di ogni scrittore ha posti a sedere e posti in piedi. Io ho scelto di stare seduto e, quando cammino, fingo di essere in piedi. È bello essere dove nessuno ti vede. Gli Inoperosi hanno una grande qualità: rendere invisibile la loro opera scrivendola in grandi e fitti quaderni.

Sogno

Ieri ho sognato che celebravano un mio amico, scrittore e filosofo, morto da pochi mesi, nella città di Balan. Era il primo convegno importante su di lui. Si svolgeva in un piccolo anfiteatro, a pochi metri da una spiaggia, dove si sentiva la risacca del mare. E io, di colpo, stupito, lo vedevo fisicamente presente, proprio accanto a me. Sorrideva e diceva che non sarebbe mai potuto mancare: a Balan facevano dei dolci così buoni che era impossibile non gustarli. Io mi stupivo che un morto mangiasse. Ma lui era così vivo e felice che alla fine non ero più stupito ma soltanto contento. Restammo insieme, io e lui, con la sua faccia adolescente, la bella barba scura, la gran fame. Vidi che si stava divorando una fetta di Sacher, fingendo di leggere un libro. Professori e filosofi parlavano di lui, dell’importante defunto scrittore e filosofo. Ma noi ridevamo di gusto fra i banchi. Intanto, il mare continuava a infrangersi sotto l’anfiteatro, vicinissimo. Io pensavo che non si è mai abbastanza morti quando qualcosa ci rende felici.

Passeggiate

Sul lago di Biel prima di me ha passeggiato Rousseau: ne sono orgoglioso. Ma lui, non lo trafiggevano le mie spine. Lui era un filosofo. Anche se il mondo non smetteva di perseguitarlo. Ci sono filosofi che fanno pensare con leggerezza e filosofi che ti attaccano pietre alla mente. Oh come li detesto, questi asini! Io, di fronte a pensieri che non sono colorati come tulipani nell’erba, sbadiglio.

Chiesa

Spesso, di giorno, entravo in chiesa. Per trovare le parole del mio prossimo poema. Solo in quel grande silenzio cominciavo a capire cosa è magico e cosa non lo è. E le volte alte mi rimandavano l’eco delle parole che bisbigliavo dentro di me. Se le sento pesanti, le cancello. Se le sento adeguate, le userò. Ogni poeta ha le sue strategie. Non prega nulla e nessuno. Serve ciò che vuole servire, non un Dio senza colore e senza faccia, ma delicate, vibranti musiche. Le chiese riposano, inducono a capire i suoni giusti delle parole. L’acustica è favolosa. Io sentivo le parole che avrei scritto, ma in silenzio, senza scriverle. Ci sono strumenti che, anche a non suonarli, sono bellissimi. E talvolta si cammina con tutti quei suoni dentro la testa e si sogna di restare così, muti ma pieni di musica, come è giusto, senza sfiorare il mondo. Qualcuno mi dice (una voce!): sei un vile, devi entrare con forza nelle cose per cambiarle. Ma perché, penso, chi sono io per farlo? Il mio posto è appena oltre il mistero del sonno. Politici e condottieri facciano quello che devono, coprano la terra di città, di sangue, di stupri. Io amo troppo la bellissima natura per essere uno di loro. Io resto chi sono. Qualcuno dice un’eco. Bello, bello! Meglio un’eco che un’ombra. L’eco ha una tinta delicata e dolce, l’ombra è tetra e scura.

Carta usata

Che non si scomodi carta nuova, per me. Bianca, troppo bianca, buona per gli avvocati e i poeti di grido. Voglio carta di seconda mano, unta di pane, di focaccia. Bella solo così. Carta usata dai golosi, non dai filosofi. Qualcosa che abbia fasciato e carezzato il cibo. Una meraviglia scrivere lì dentro. C’è ancora il sapore della farina, l’olio della pasta, tutta la fragranza. Lì vorrei posare la mia scrittura. O nella carta stropicciata dei telegrammi, dove le parole si mettono a fianco degli indirizzi e dei nomi, inadeguate, amorose, ambigue, supplicanti, colleriche.

Nient’altro

Il canto sfrenato degli uccelli. La perfetta luce del giorno. E sapere che non verrà la notte, perché esigo che non venga. Altro non saprei dirti oggi, Weiss, se non questo: odio le buie cartolerie, le buie librerie, i bui negozi, i bui uffici, voglio cose che splendano come specchi d’acqua nei boschi, voglio perdermi nel verde, voglio trovare la radura dove essere me stesso, dove qualche dea bianca si accorga di me e qualche reale divinità dei boschi sorrida all’uomo che veramente sono, oltre la maschera terrena. Büchner diceva, di Lenz: “Egli era un sogno a se stesso!”.

Melville

Talvolta vorrei sapere qualcosa di più degli ultimi giorni di Melville. Chi ha scritto Moby Dick e Bartleby lo scrivano deve avere un potente segreto dentro di sé. Il Pesce Gigantesco, il minuscolo copista. Chi può tenere dentro di sé queste due realtà opposte, ma chissà se così opposte, porta in sé una bella e aspra follia, che vorrei condividere. Una sua claustrale lontananza dal mondo. Lo immagino dentro un doppio vento, che soffia o di notte o di giorno. Uno potente, l’altro sottile. Come sono stati i suoi ultimi anni di vita? Vorrei leggere una biografia di Melville. Dicono fosse vissuto fra missionari e cannibali, ma detestava i primi e prediligeva i secondi. E poi, il dramma di suo figlio, suicida a diciotto anni. Un colpo di pistola nella casa del padre. Se devo essere sincero, il suo linguaggio enfatico e potente mi stordisce, talvolta mi irrita, come la faccia severa e biblica di Achab. Ma, quando parla delle torri d’albero e dei giovani assorti in vedetta a scrutare le balene, di quei giovani sprofondati nella fantasticheria di vedere scivolare e sfiatare quei pesci immensi nell’oceano incantato, il mio desiderio più grande è imbarcarmi a bordo del Pequod, far sì che la nave giri per anni e anni alla ricerca di un mite e innocente capodoglio e nessuno sappia dov’è e sorridergli da lassù, dalla torre di vedetta, la testa nelle nuvole, come a un lontano amico, convincendo il capitano a sospendere la sua ridicola vendetta, a stare accanto a me, Quicqueg e Stubb, solo con noi, a bere e cantare mentre le belle balene soffiano e nuotano, sollevando altissimi spruzzi complici..

I disegni di Karl

No, non conservo libri, qui. Neppure i miei Cosa me ne farei, in un manicomio? Leggo quello che trovo, vecchie riviste, Dostoevskij, Melville. Sì, mio fratello viene a trovarmi raramente. È molto impegnato. E un grande artista riconosciuto dal mondo. Sì, mi piacerebbe avere tanti disegni di Karl con me. Adoro i suoi uomini e le sue donne. Sono tutti Robert. Sono tutti me. Li amo. Non occorre corpo per amare. La fantasia, il flusso che pervade le cose, è energia d’amore, senza il sospiro della passione.

Ridere

Ieri ho riferito a Carl Seelig dei nostri colloqui. Ne era felice. È un uomo disinteressato e puro. Talvolta, se ho parlato con te, rinuncia ad accompagnarmi nelle mie passeggiate. “Non voglio frastornarti” mi dice. E io rido della sua precauzione, gli stringo la mano, gli tocco la spalla. Beviamo una birra insieme in qualche malga isolata. Fa così bene bere e mangiare. Ma se il mondo fuori di noi fosse solo un gioco ironico di ombre che esistono per turbarci, per ingannarci? Il mondo è la nostra lanterna magica. Fingere di crederlo vivo è commovente, è uno scherzo. Tutti ci si adattano perché non sanno che la varietà della metamorfosi è infinita e basta che un bimbo guardi la malga, l’erba, i faggi, e la colori a suo modo perché sparisca ciò che vediamo noi e appaia solo ciò che vede lui.

Foglio segreto

Che il mondo intero mi consideri insignificante, oh che realtà bellissima! Tante volte invidiavo i miei colleghi scrittori per la loro bravura nell’incastonare temi e parole ma poi mi sono accorto che sbagliavo, a cosa serve essere virtuosi? Io mi accontento del mio pensiero segreto. Io voglio il mio pensiero segreto. Devo, in quanto lo voglio. Tutti possono ridere del mio foglio scritto ma nessuno può togliermi la penna dalla carta, tutti vogliono farlo, ma non possono, soprattutto quando non ho ancora scritto nulla, ed è tutto lì nella mia testa, e io sono piccolo, molto piccolo, e la mia storia è tutta lì, dentro la penna, la storia di me che sono uno zero, numero tondo, uovo nudo, senza ghirlande, e rido come un bambino guardando la carta stagnola, il foglio bianco, bel rettangolo di neve versato al centro della mia scrivania scura. (Mia? Scrivania? È solo un tavolo, un tavolo! Legno scuro, pieno delle briciole dei pasti dei matti).

Invito

Ieri ho invitato un pazzo di Herisau, un tipo alto e laconico, a leggere le frasi di un libro. Dopo un’ora, era felice. Diceva di sentirsi come uno che ripete una frase di cui non capisce nulla, della quale non è responsabile. Una frase importante, decisiva. Ma si sentiva sollevato a non averla scritta lui. “Leggendo mi sentivo libero da ogni peso”. Chi legge non è pericoloso, è calmo. I nostri funzionari potrebbero sedare sanguinose rivoluzioni con una normale educazione letteraria. Ma l’ignoranza dei potenti genera evitabili orrori.

Saffo

“profondo…Gorgo” (Un vecchio che intreccia canestri e ricorda versi di Saffo. Strano, strano…)

Dostoevskij

Hai mai letto Dostoevskij? Il suo problema: che il sacrificio di un bambino non vale la salvezza dell’umanità. I bambini vanno sempre salvati perché sono ciò che gli adulti non sono. Difenderli è difendere la nostra salute, che è bella, matta, dolce. Loro, i bimbi, sono mine nella pelle sana dei potenti. Loro, i bimbi, sono mine nella pelle sana dei potenti. Tutte le umanità sono sigle astratte, esistono gli uomini: la fame, l’ansia, il sonno, il ridere forte.

Il grido

Ecco, Weiss, un giorno, avrò avuto sei o sette anni, un tizio – un folle, forse un ubriaco – passò gridando nel parco e mia madre mi tenne la testa stretta, mi coprì gli occhi, mi chiuse le orecchie, perché non vedessi e non sentissi. “È uno scandalo. Non dovrebbero permetterlo…” bisbigliò. Ecco, Weiss, da allora non penso che a quel suono. Ho appena intravisto quell’uomo prima che mia madre mi imponesse di non vederlo e lo penso da allora, benché non lo abbia guardato in faccia, benché non lo abbia sentito urlare, immagino l’energia di quel grido che disubbidisce al mondo e so che devo venire a patti con lui e solo con lui. Io scrivo per sentire quel grido. Per vivere dopo che tanti ordini obbedienti e crudeli hanno causato guerre, sangue, fosse, silenzi. Non si può dimenticare. Si deve testimoniare. E lo si fa esistendo, parlando a qualcuno. Chi testimonia vuole, da sempre, non aderire alla sorda morte che ammutolisce. Traccia un progetto di immortalità. Io cerco la faccia di quel barbone allucinato. Chi non ha mai provato il desiderio di dare forma reale a cose proibite? e, se questi desideri esistono, perché non fornire loro un corpo, come fa il bambino con i giocattoli che lo attraggono? perché non inventare nuove vite? Tracciando la mappa di un altro universo la mia scrittura si imbatte in me, non sostituisce niente, mi restituisce ciò che è mi stato negato allora: quell’uomo e quel grido, il preciso dolore che mi è passato accanto…

Senza rassegnazione

Io non mi rassegno a toccare una pelle già fredda, Weiss. Detesto gli obitori, non sopporto le autopsie. Le vite vanno e vengono: ma, se descrivi su un taccuino gli istanti forti e vivi di un uomo, alla fine lui esisterà ancora. C’è un piccolo incantesimo che nega il silenzio, una cerimonia sciamanica che esorcizza la morte: l’arte, Weiss, l’arte! Un’immagine aiuta a comprenderla: un occhio aperto nel cuore del tifone. L’occhio vede, anche se la nebbia di schiuma lo avvolge tutto. Resta fermo. Una giovane donna disse di me che sono un corridore paralizzato. A distanza di anni quella frase è calzante. Non corro e neppure sto fermo. Passeggio all’infinito. Divago, dottore. È dalla percezione di una paralisi che nasce la mia scrittura, non da una teoria dell’impotenza. Io descrivo gli effetti vitali di un blocco. Come quando un cuore si ferma ma continua a battere grazie alle arterie libere dall’occlusione, che si ingrossano e lo cullano con fiotti di sangue vivo, in un bellissimo momento di calda comunione, di viscerale intimità.

Domanda

Weiss, la mia voce ti arriva bene? Oggi è un gran giorno. Si possono sentire le voci dei cavalli e degli angeli. Ascoltami: ti ho mai detto quanto sia bello dormire camminando, come sia incredibilmente dolce essere un Don Chisciotte senza Sancho e senza i mulini a vento. Io obbedisco a mille Dulcinee del Toboso che tutte mi amano, tutte insieme, senza avermi mai visto, credendo solo al fluire delle mie storie. Oh magnifica noia di narrare e di amare! Le gambe camminano, camminano. La mia società è il mondo del giorno e della notte. Quando fermarsi? Sempre e mai. Ogni parola è una sosta. E io preferisco sparire.

Scrivere e riscrivere

Scrivere e riscrivere non è solo arte di citazione, dottor Weiss, non è un semplice gioco, è l’ossessione da cui non si può sfuggire. Anche inconsapevolmente lo scrittore ritraduce le emozioni di un individuo vissuto prima o dopo di lui. Anche quando una nota ricorda un tema e una parola ne porta altri alla luce, non si cerca di imitare, ma di evocare. Ci sono delicate, viscerali corrispondenze tra vivi e morti, tra chi ha sognato ieri e chi sogna oggi o sognerà domani. Risonanze. Potrei considerarmi un rabdomante di risonanze. In ascolto del ritmo di altri cuori che mi aiutino a sopportare con minore solitudine il battito del mio. Una questione di musica, ancora e sempre. La scrittura è l’ossessiva obbedienza a un numero inverosimile di ricordi e di sensazioni che soffocano e stordiscono e poi, con la parola, faticosamente si ricuciono insieme. Io mi sento degno di me mentre mi vivo traghettato dall’opera che ho trovato, che mi ha trovato, divento suo strumento, e lei mi convince ad andare in un luogo o nell’altro, a cercare questa o quella parola, e io, viandante sorpreso, non posso che acconsentire. Qui, in questo preciso attimo, provo stupore e orgoglio insieme. Il mio desiderio sarebbe trovare ombre, nel passato o nel presente, da evocare, nominare, descrivere. Ma tante, un numero inverosimile. Il compito è e resterà sempre impossibile. Probabilmente, se scrivessi un racconto in un decimilionesimo di secondo, non riuscirei a realizzare neppure in minima parte tutti i sogni e le possibilità che può raffigurarsi un prigioniero chiuso nella più tetra baracca di un campo di concentramento nel tempo di un’ora, dentro il palcoscenico della sua mente.

Lager

Li chiamano lager quei campi, lo so. C’è stato una lunga guerra mentre io passeggiavo nei viottoli di Herisau. Quei lager hanno soppresso vite. Dicono, ma forse è una favola, che abbiano incenerito corpi di zingari e di ebrei. La natura dell’uomo è immutabile e crudele, come scrivono tanti libri. Io, avendo scelto di esprimermi e non di tacere, so che fallirò. Il racconto si dipana, e in tutte le parole e tutte le frasi vibra lo struggimento per risonanze non udite, pensieri non capiti, vite non vissute, parole non dette: dietro ogni immagine si agita il fantasma di un’altra che potrebbe germinare, oggi o domani o mai, riportando in vita storie mai nate, paesaggi mai visti. Anche se li ho tutti ben saldi nel cranio: non scapperanno.

Salvare

Desidero correre, vedere, sentire, ma resto fermo, stupito. Ho la sensazione che, intorno a me, siano tutti prigionieri, prigionieri con volti che gridano. Traversando le belle vie della fantasia arrivo a questo: il desiderio di correre libero, raccontando storie. Cos’è che mantiene vivi? Raccontare la storia di una vita, e non della propria. Si dice che, alla morte di un individuo, gli angeli lo aspettino, in cielo, per sentirlo narrare il suo destino. Io non mi preparo a questo, perché a me manca un vero destino, o forse non credo negli angeli (a me interessano solo i demoni). Sono un pianista che suona nel buio di una casa, curvo sulla tastiera, quasi appeso al pianoforte, e sembra cascare dal sonno ma non riesce a dormire e continua a muovere le braccia e le dita, cercando di mantenere intatto il filo della melodia. Non potendo sentire il grido di quel folle (Mamma, perché me lo hai proibito?), ho trasformato la scrittura in un’architettura instabile e favolosa che mi precipitasse verso quel grido. Sono diventato matto per ascoltarlo. L’io è un’emozione beffarda, una bella distorsione da cui si generano mondi. Scrivere è cercare amici, alibi, complici, che condividano con me questo demone.

Fuori tono

Sono sempre stato fuori tono. Ma cosa significa essere fuori tono? Mi spiegherò con un esempio molto semplice: quando qualcuno parla del più e del meno in una conversazione normale, io non sono con lui. Chi sono io veramente? Il ramponiere Samuel Calpas che ammazza tre uomini della ciurma, a bordo del Whiteland, il 1 gennaio del 1807, gridando di avere obbedito alla legge di Dio? Hermann Baum che confessa alla moglie di averla tradita sette volte per essere odiato da lei come marito spregevole? Tony Chamder che scaglia una gragnuola di sassi contro il suo unico figlio credendo sia uno spettro? Jeffrey Foster che legge un racconto in cui si racconta che Jeffrey Foster è morto nel naufragio del Tikeli? Ecco cosa significa essere fuori tono. Una nota che non sta mai bene con le altre. Io non sono mai chi vorrei essere: non seguo un’idea, non combatto per essa. Mi tengo sempre nascosto, come hai fatto tu, quando speravo ancora che il mondo esterno fosse un’ombra passeggera nella tua vita. Per essere eretico ho desiderato e sognato, e basta. Ho vissuto la mia stupida trascendenza. Ma anche a sognare, il lavoro è duro: non lo si fa mai a metà. Chi vive mentre gli tolgono la vita, deve riconquistarla tutta con un sogno bello, forte e smisurato. Se vive da mediocre, il suo sogno dovrà essere eccezionale.

Uomo sociale

Anche adesso che non scrivo quasi più nulla e sono qui a Herisau e tutti mi considerano un matto mite, sono un uomo sociale. Mi dico: “Parla per i sopraffatti, per i cancellati. Non hai altra potenza se non questa: parlare per loro. Se lo farai, parlerai di te”. Mi dico ancora: “Ti hanno sopraffatto, sì, ma non totalmente. Hai una bocca. Puoi far risuonare le corde vocali e gridare. Ecco l’utopia. Non dovresti esistere, ma esisti. Per un secondo e oltre quel secondo: l’immortalità”. Credimi, Weiss. Io non sopporto i morti, io che ho preso su di me tutti i mali del mondo. E tu? Mi sembri pallido. Non te ne accorgi? Hai la barba troppo lunga, sei coperto di stracci, e gridi, gridi. No, silenzio, silenzio! Non va bene gridare, per uno psichiatra. Ti pago io il biglietto ferroviario per Biel. Torna a casa mia (alla mia casa natale) finché non sarai completamente, felicemente, meravigliosamente guarito. Herisau non ha più bisogno di te.

Cani e padroni

Scherzavo, Weiss, scherzavo. Leggo su una vecchia carta geografica nomi fascinosi come Chamois e Planaval, luoghi bellissimi della val d’Aosta dove forse non andrò mai (ma chissà, se guarisco, se vinco alla lotteria, potrebbero spalancarsi le porte dell’ospedale e io, ricco gentiluomo, villeggerò in alta montagna, vicino a La Thuile, ed entrerò nel sentiero delle farfalle come un cane fedele segue l’ombra del suo padrone). Ma chi è il mio padrone? Hai mai notato, Weiss, che non siamo noi a portare a spasso i cani ma loro noi? Fingono di essere servi emettendo grida di giubilo. Ma sono loro i veri padroni, spensierati e potenti, loro, che ci portano per campi dove il verde brilla come fosse argento. Ah quel verde-argento che avrei voluto dipingere! Ma è un colore straniero ai colori e io non sono neppure un pittore. Sono uno scrittore. Straniero, per sempre, a tutto. Fossi un pesce, sdegnerei l’acqua. E, come tutti gli scrittori, sono straniero alla mia stessa lingua. Le parole sono solo cerimonie, per urlare di meno. Ma, di questo, dopo.

Autori

Non ricordo molti nomi degli autori del passato. Ricordo opere prodigiose, insostituibili, ma che mi importa sapere se sono di Omero, di Goethe, di Tolstoj? Al lettore non interessa chi si sia consumato la vita a scriverle. Loro esistono. Per chi, nel futuro, le renderà presenti leggendole ancora. Ecco, Weiss, il passato non esiste. Non è mai esistito. Posso dirtelo io che, a Herisau, ho incontrato un uomo depresso e antipatico, si chiama Alessandro Magno e parla a scatti, arrabbiato, stupidamente arrabbiato. Ha il nome di chi conquistò terre e sgominò eserciti, ed è lì che piange, depresso, per una donna sciocca. Ah la misera beffa dei nomi!

In Svizzera

Qui, in Svizzera, i matti li capiscono. I dottori sono buoni con loro, con noi. Sembra un regno da favola, dove i fragili non sono percossi dalle bastonate dei potenti ma possono sprofondare in sonni lunghissimi (cosa sarebbe la vita senza il piacere del sonno? Vale la pena vivere soltanto per la gioia di dormire…) In Svizzera gli adulti e i potenti stanno dentro le loro gabbie e blaterano e blaterano, prigionieri di parlamenti, leggi, scuole, ricatti. Noi no. Noi siamo liberi qui, dentro i manicomi. E i dottori sanno che parlano con esseri liberi, ma troppo addolorati per essere soddisfatti. Tu, Weiss, passeggi con me. Mi sei amico. Ma – perdona la domanda troppo intima – sei sicuro di non aver mai sentito le voci? Io, con la punta dell’ombrello, scavo volentieri nella neve e le trovo: palpitano, mandano suoni.

Arte nuda

L’arte? Deve essere nuda. Niente letteratura. Ieri camminavo per i sentieri di Herisau ed era bellissimo. Fiori, alberi, sole. I campi erano pieni di persone che ridevano. Volevo togliermi i vestiti e declamare i miei versi. Ma poi mi sono ricordato di quando lo feci a trent’anni, in mezzo a tanti bei giovani, e proprio loro, che prima erano così felici, inorridirono, cominciarono a urlare, chiamarono la polizia, e io fui costretto a rivestirmi da un agente zelante, e poi tutte quelle domande, il pudore offeso, come avevo potuto, se non mi vergognavo davanti ai bambini, che rischiavo tre mesi di prigione, e io a dire, a dirvi: “Ero felice. Voi lo siete mai stati? E poi, sono bello. Chi mi ha visto avrebbe dovuto godere della mia bellezza e non gridare come se avesse visto una brutta bestia! Va bene, va bene, non lo farò più. Corro a casa, signore, e scriverò il racconto di un uomo felice che si denuda. Ma mi lasci libero, ora! E rifletta: il racconto che scriverò non farà forse più paura ai bambini del piccolo e gaio gesto di oggi”?

Sorgente

Oggi non ho né il tempo né la voglia di parlare, Weiss. Hanno portato via un uomo che ha spaccato la porta del direttore a colpi di scure (la scure l’aveva rubata dalla cucina). Pover’uomo. Devo salvarlo. Dirgli di sotterrare l’arma, di non affilare le lame ma i segni. Di lavorare la carta con scarabocchi che la taglino, la forino, la spacchino. Ma solo la carta. La tua mente è una sorgente, gli direi, ma tu dirigi bene i getti d’acqua. Uccidere non serve. Continua a far morire i nemici nella mente. Resta vivo. Dura di più la tua rivolta, se loro non sanno chi sei. Un poeta si traveste per colpire meglio l’avversario al cuore, come uno spadaccino funesto. Lo so, lo so, non serve neppure questo. Ma scorre meno sangue. A me il sangue fa paura, come a tutti i lettori di libri, perché sporca le dita, i fogli. E poi non si toglie più dalle unghie, il rosso. Ci vuole acqua, acqua, ma non serve. Lady, dove sei? Lady Macbeth? La tua bella, rossa spugna dov’è?

Morgenthaler

Tu mi parli di Morgenthaler? Dello psichiatra che ha curato mio fratello? E che adesso cura un altro svizzero, un pittore osceno e violento che mi ha pestato a sangue a Waldau, uno pseudoartista che conosce solo lui, un certo Wölffli? Nome altisonante Morgenthaler, laureato nell’Arte dei Matti. Si fregerà di molte glorie. Io preferisco il più banale Weiss. Mite nome di un ragazzo che mi ascolta. I dottori, è una mia vecchia convinzione, sono grottesche miniature del dolore che l’uomo, solo e nudo, prova dentro di sé come in una Grande Caverna.

Permesso

Le passeggiate mi portano lontano. A volte dormo fuori, con il tuo permesso, con il permesso di tutti i dottori, caro il mio Weiss. È bello dormire all’aperto. Ma so che fuori non potrei vivere. Mi ci vuole un letto ordinato, una sedia comoda, quattro muri. Ci vuole l’aperto ma anche il chiuso della casa. Fuori, in mezzo all’erba, non sono che un punto (e voglio, voglio esserlo.) Ma essere un punto dentro campi sterminati mi smarrisce. Ho bisogno che un luogo mi definisca, mi chiuda dentro di sé, mi avvolga. Non voglio carezze ma un senso di calma. Sento meglio le voci, quando girano dentro una stanza chiusa. Fuori, diventano canti striduli, squittii, e non le capisco più.

Cinema

Una volta sono andato al cinema. Una volta sola, prima di entrare a Herisau. Ne uscii con la testa in fiamme. Era una commedia, un melodramma, non ricordo la trama. Ricordo i corpi degli attori, passioni d’odio e d’amore, il tempo, i paesaggi. Incredibile. Quelle persone, che oggi saranno vecchie o morte, erano davanti a me, dentro un telone. Commovente. Allora una immortalità esiste, una giustizia c’è, non tutto scompare. Corpi che sono esistiti, e io posso vederli e rivederli nel nastro di celluloide. In teatro, dopo avere recitato, gli attori se ne vanno. La scena resta vuota. Qui, come in una scatola magica, le figure vengono riposte dentro la bobina. Come pupazzi che non occupano lo spazio, sono sigillati lì dentro, prima che il proiezionista, magico burattinaio, faccia reiniziare lo spettacolo. E allora, solo in quel momento, tornano creature vive, più vive di noi, attaccate ai loro fili d’ombra e di luce, come le marionette di Kleist. Quello si chiama film.

Tamburo

Mi piaceva suonare il tamburo per gioco. Mi sentivo un girovago suonatore. Ogni volta che potevo, a ogni angolo di strada percuotevo le nocche della mano sulla pelle di cuoio. Ma nessuno che, almeno una volta, mi ascoltasse, si girasse verso di me! Eppure, all’angolo della strada, suonavo e non smettevo, suonavo e non smettevo. Solo una volta un uomo passò e mi disse: “Continua, ragazzo, continua. Adesso è il tempo dei sordi. Ma i sordi moriranno, e allora il tuo spettacolo sarà molto, molto apprezzato”. Adesso, a Herisau, seguo il suo consiglio. I matti non sono sordi e io uso pentole e posate, in cucina, batto, suono, martello. Anche se la musica qui è molto diversa, più domestica e meno infernale.

Follia

Tutti, a Herisau (molti, non tutti) hanno il cranio rapato e l’aria folle e sputano per terra. Io mi avvicino a loro e sorrido (sì, Weiss, sorrido). “Perché avete quest’aria strana?” bisbiglio “Fate come me. Fingete. Tanto loro vinceranno sempre. Siate leggeri, sereni, è piacevole restare isolati dal mondo che fa le guerre e stupra i bambini, ma non vi opponete direttamente. Fingete di obbedire. In fondo qui, noi, siamo privilegiati. Non abbiamo bisogno di altre libertà e di difficili paradisi. Mangiamo, camminiamo dormiamo, sogniamo. E tutto è infinito. Tutto è pieno di parole che capovolgono l’ordine del mondo”. Come ti dicevo. Le parole sono riti per urlare di meno. Alfabeti che mettono a morte la realtà visibile.

Neve

Far nevicare, ma così tanto che il mondo sia tutto sepolto dalla neve. Devo averlo già scritto, da qualche parte. Essere seduto, sopra la crosta indurita dal gelo, e sapere che sotto c’è un mondo, ma che non mi afferrerà più. Però oggi mi sento debole, non bastano i sogni, i pensieri. Dei soldati percorrono la mia stanza. Fanno agguati, trascinano mobili su mobili. Poi, con i fucili, sfondano gli armadi. Chiudo gli occhi ma sono sempre lì a sfondare, a sventrare. Poi, di colpo, spariscono. Torna a nevicare su tutto. Sento voci vive. Vive, capisci? Tutto bianco. Vorrei stendermi lì, il cappello ficcato sul cranio, mentre scende il gelo e aspettare la quiete. Mi chiedi di leggere cose mie, cose nuove. Non essere impaziente. Mi leggerai, mi leggerai. Non sono come certi scrittori che venerano la loro arte come un totem e pretendono che il mondo giri attorno alle loro parole. Sono superbi e non imparano dal silenzio. Il silenzio è felice quando ricorda le parole e non le vuole più usare. Ci vuole sempre un attimo di pausa. Non si può soffrire all’infinito. E a Herisau ci sono morti deliziosi, lunghissime pause con cui è dolce intrattenersi come con i silenzi di Beethoven.

Morte

Ciao, Weiss. Sei proprio Weiss? Ti chiami ancora Weiss? Scherzo, scherzo. Ogni vita per me è come se la copiassi da un grande libro spalancato. È sempre stato così. Ho scritto e copiato frasi, come se il mondo non esistesse. Anzi, con il segreto desiderio che la mia scrittura lo cancellasse (lo so, lo ripeto). Ho sempre avuto una buona salute fisica, che mi ha protetto dalla malattia e dal dolore. Anche il tumore che il dottor Keller mi diagnosticò un anno fa si è rimpicciolito. Sono passati guerre, nazismo, lager, crisi economiche, e io mi sono sempre industriato a costruire storie graziose di viandanti, di ballerini, di dame, e chi mi conosceva sapeva che io costruivo corde sull’abisso sulle quali le mie figure oscillavano come acrobati, e chi non mi conosceva mi giudicava insignificante, biedermeier. Alla fine, morire sarà naturale per me, come addormentarmi. Un attimo casuale, come tanti. Un attimo che ho già descritto, senza saperlo, in uno dei miei racconti. Ma che rimpianto, il mio corpo immobile. E io, che non posso raccontarne la storia. Irresistibile, comica impotenza. La vita ha le sue magie impreviste e le sue inutili battaglie. I suoi sciocchi non saperi. Come quando lei mi accarezzava e guardava oltre di me. Elisa! Elisa Marti!

Non sapere

Non sapere nulla è bellissimo, è come prendere una droga che cancelli le idee. Non sapere e irridere chi sa, guardarlo il sapiente, guardarlo come un idiota, farlo cadere per terra con tutte le sue idee, e sorridere di quel corpo fatto a pezzi, logiche e categorie sparse ovunque. Chi non sa non ricorda che a lampi. Ed è bellissimo, come quando in una galassia scura si accendono migliaia di luci. Hai mai letto Nietzsche quando scrive che la verità è come un temporale, intempestiva e sempre inattuale? Dovremmo leggerlo tutti. C’è Nietzsche, e ci sono le ragazze del mondo. Quante ragazze. Non sappiamo nulla di loro. Ma sono così belle, si guardano negli specchi, Nietzsche penserebbe a tante brune, incantevoli Carmen. È tutto un incanto, un profumo, dentro le stanze che vedo e che non vedo. Le parole sono magiche come il loro collo, i loro capelli. Le parole sono il loro collo, i loro capelli. Spero non mi bacino mai. Il mio corpo, nelle loro mani! Un corpo come tanti, come tutti. No, Mein Gott! Preferisco il silenzio.

Spettacolo

Avrei voluto essere sempre su una scena, Weiss. Camminare con i miei attori, abbracciarli, e poi essere abbandonato da loro. Assistere al mio spettacolo e poi vederlo cambiato davanti agli occhi come in un caleidoscopio. Alla fine lo spettacolo è loro, è degli attori, delle giacche e dei bottoni delle loro vesti, come è giusto che sia. Io, autore, esisto non per fermare ciò che sono, ma per far uscire da me ciò che deve uscire. Loro sono i personaggi che escono dalla mente del regista. E ogni regista ha il dovere di ritirarsi dalla scena. Al massimo, può passeggiare fra le sue creature, affacciarsi su di loro come da un ponte, curioso della loro imprevedibile esistenza.

Docile

Tu lo sai, Weiss, lo sai bene. Sono docile. Così deve essere. Fino, quasi, a non sentire più nulla. Non mi aspetto nessun premio, nessun paradiso. E soprattutto nessun Dio. Scrivo i miei racconti (li chiamo “macchie di scrittura” perché senso, suono, colori si mescolano). Tu difendimi se qualcuno mi definirà religioso. Ho passato la vita a slegare, non a “re-ligere”. A infrangere legami fingendo di ossequiarli. Che alla fine della vita vogliano infliggermi i più potenti, i più “divini”, i più inesorabili? Questa beffa, no! No, davvero. Io sono uno che corre con il sole che sparisce. E non conosco niente se non la superficie della terra. Ogni tanto, sopraffatto dalla fatica, mi ci stendo sopra e la abbraccio. E penso. Penso a sette bambini che, tutti insieme, pronunciano l’epitaffio del loro padre. Sono i miei sette fratelli. Sette, non otto. Io non ci sono.

Congedo

La voglia di parlare con te si è spenta. Preferirei giocare a scacchi, se sapessi giocare, perché potrei farlo con me stesso. Preferirei sentire una partita di Bach per violino solo, anche se Bach non mi fa sentire l’acqua che scorre ma la solenne pietra illuminata dei grandi pensieri. Mi disturba che tu prenda appunti e faccia pochissime domande. A cosa ti servo? A tener viva la leggenda degli ultimi anni del matto scrittore che è ancora scrittore? Smetto di compiacerti. Senza rancore, davvero. Torna alle tue cartelle cliniche. Voglio essere veramente solo, e con te non posso. Anche parlarti di me è stupido orgoglio, e tu che annoti le mie frasi non sei certo Eckermann che parla con Goethe. Io voglio essere la pietra che non ha coscienza di vita. Il matto vero. Da tanto lo desidero. E solo le parole possono avere la magia di trasformarmi in quel sasso perfetto senza parole. Non ci sono scritture minuscole. I miei 727 foglietti sono un delirio.

Libro

Ti lamenti di non leggere niente di mio, Weiss, ma non disperare. Lo sto copiando proprio ora per te. È stato nella mia mente per vent’anni. Ora apparirà su carta. Ogni libro è la vita stessa, è cartavita. Anche non letto, anche gettato via, agirà. Sprigionerà magie. I libri restano anche quando le pagine marciscono nelle fogne e un bimbo un giorno le userà come barchette negli stagni di Biel. Restano, e mettono il mondo a soqquadro. O dolce disordine! O terra ballerina! La mia etica è scrivere per scongiurare il terremoto. Scrivere e riscrivere: atto soprannaturale che nasce dentro il frutto spaccato come un seme nuovo, una nuova fiamma. Eccoti la cenere dei miei vent’anni di Herisau: leggerai tutto nel retro di una lettera indirizzata al Direttore del Manicomio dove un ospite di Herisau, tale Thomas Werfel, dice di non essere lui quel Thomas Werfel ricoverato per schizofrenia. È solo un foglietto, Weiss (gli altri 726 forse esistono, forse no, tu cercali se vuoi…), devi distinguere la grande e nervosa calligrafia di Werfel dalla mia, fitta e minuscola. Il titolo?

Contemplazione

Le belle nuvole. Le belle nuvole Vedo di fronte a me così tanto tempo che non posso ingannare se non con un artificioso trastullo, una tale quantità, un tale mucchio di tempo, che non posso esser lieto di tutto cuore di aver trovato questo passatempo. Non mi si vuole e non mi si può dare un’occupazione, non si ha bisogno di me, sono completamente al di fuori di ogni necessità. Ebbene, allora sarò io a servirmi di me stesso, sceglierò da solo il mio scopo e mi considero sufficientemente portato per svolgere qualsiasi lavoro, fosse anche il più strano ed inutile. Sono robusto e pesante e pieno di sentimenti e di capacità pratiche non comuni. Per quanto possa anche essere miserevole la mia attuale condizione in questa Herisau, io mi sento comunque stranamente libero e coraggioso, e il mio cuore è abile e coraggioso nello scovare pensieri consolanti. Solo di tanto in tanto, per dirla apertamente, mi sento triste e privo di speranze, penso al mio futuro come a qualcosa di perduto e di oscuro, ma si tratta solo di momenti, nulla più.

Chi dice sentire dice memoria, chi dice memoria dice movimento, chi dice movimento dice quella concretezza piantata da qualche parte, che prende slancio da un punto preciso. Le belle nuvole fuggitive e grandiose non sono attaccate a nulla e quindi non producono nessuno scuotimento. Ci sono montagne di nuvole e fortezze di nuvole la cui posizione ha qualcosa della noncuranza dei cigni che nuotano, dell’indolenza di donne che si lasciano andare a un sorriso, a un gesto. Le variazioni del bello e del sublime culminano in una docilità silenziosa e totale, come accade per idee elevate, opere di pietà, di giustizia o d’amore. In un silenzio inudibile il più maestoso dei concetti si allontana, soffiato via dal buco arcaico dove scaturisce il vento.

In quest’istante, per esempio, gli alberi sono scossi dal vento per la ragione, immediatamente percettibile, che sono perseveranti. Nella misura in cui i rami si rilasciano può nascere quel senso di scuotimento. Se non fossero ben radicati non si potrebbe parlare delle loro foglie e, di conseguenza, non ci sarebbe ragione di sentire nulla.

Non si sveglia mai. Vive solo nel sonno. Cresce ma continua a dormire. Vive negli ospedali. Io lo vedo mentre dorme, io, povero calzolaio, amico di amici (lui non ha né padre né madre). Mi chiedo cosa stia sognando. Non lo so. Ma lui preferisce non svegliarsi. All’età di sedici anni, ne sono testimone, finalmente muore. Forse è andato a riposare in qualche altro regno, senza lasciarci un cenno.

I pittori, la materia del mondo la appiattiscono nella tela, con bellissimi colori, e lì la guardano stupiti. Fissano mappe, cartografie, mondi paralleli, sfavillanti. Non si accorgono che fuori si è già scatenato l’ultimo temporale della terra, che nessuno è più vivo, e che stanno decorando l’interno delle loro tombe con offerte segrete. O forse se ne sono accorti, lo sanno da sempre e sorridono proprio per questo.

Mentre camminava per le colline, da ore e ore, si accorse di stare sognando e cercò di svegliarsi. Ma fu inutile. Continuò a camminare per boschi e radure, senza sentire la fatica, e quando una donna lo guardò e lo sorrise, non provò nessun rimpianto per il mondo nel quale non riusciva a tornare.

La musica non gli piaceva. Per lui era così bello non sentire suoni. Ma un giorno fu costretto a rimanere dietro a una cascata e da allora capì tutti gli incantesimi che possono essere generati dalla fresca, ininterrotta dolcezza del suono. Come faranno, i libri, a restituire quell’incanto se non mancandolo sempre? Se non restandosene muti a desiderare quel suono?

Ci si chiede se non sarebbe necessario trovare una finestra perché il paesaggio abbia un senso. Senza delle finestre da cui possa essere visto, tutto questo mare di campi e di alberi è una musica indefinita, senza strumenti. Arte della fuga?

E si ritrova dove non credeva di essere, tante ipotesi sul tappeto, un passato che parla del suo ininterrotto futuro.

Di certe vite che si dicono sommerse non si deve piangere mai: sono opere delicate, nomi interrotti. Occorre guardarle dal vetro, ma senza gridare.

Tutto questo sparire è un essere molto chiari nella notte e nel sonno, è dimenticare il respiro sulle rive del fiume.

Non avere quasi nulla. Terra senza di noi, da vedere a notte alta, sognando.

Resta il segreto della terra fresca, il foglio trovato per caso, dentro una pietra spaccata. Ma non è una pietra. Guardala bene: è un diamante intatto.

Studiare la paura riga per riga: diari di poeti, viaggi, vertigini, nuvole sparse. Così la gioia. Tutto, ancòra, esiste. Specchio di quando smetterà di esistere.

Cantilena:

la trascrivo con frasi dettate

da questo mio dio nelle dita

sparisce il mondo fuori

neve monti giardini

ripeto la cantilena

termino il libro

poi esco nel mondo

nel mondo vuoto.

Scrivere

noi

che domani

non saremo più noi

scrivere perché nulla

di quanto esiste

fermi i nostri pensieri

docili fiori delicatissimi del futuro

non essere più

cado in disparte

non triste

odia i tristi

il mio sorridente dio

**

Basta

Hai letto? È tutto quanto ho scritto negli ultimi vent’anni a Herisau. Ora basta, con la mia risposta e con la tua curiosità. Basta con la scrittura, la paura, il dolore. Perché a Waldau scrivevo e a Herisau ho smesso? Risponderò semplicemente: sono molto, molto peggiorato. Nessuno mi ha più visto con una penna nella mano. Dopo Waldau non mi sono più interessato ai miei libri ma alla mia follia. È quello il mio unico libro, e non vorrei che mi sfuggissero le frasi migliori. No, nessun inferno: è un vivere sottovoce, dentro la trasparenza di me, un po’ come Bartleby nel grande ufficio da cui non voleva muoversi più. Siamo tutti vuoti, nel momento stesso in cui ci dedichiamo alla scrittura. La scrittura non è nient’altro che l’incarnazione della vanità, è nulla. Io rinuncio in tutto e per tutto alla mia vanità. Perdo le parole, sacrifico me stesso, mi salvo. Si dirà che scrivo in segreto, quando nessuno mi vede, anche dentro le suole delle scarpe. Se fosse vero, e questa è la grazia, mi dimentico di farlo. Dimenticare è salute. Ricordare, solo ossessione e mania. Tutte queste cose, adesso, le mura dell’ospedale, le facce dei malati, ho l’impressione che si accartoccino. Ma non c’è nessun incendio, solo che si trasformano e le osservo trasformarsi. Non mi sento tranquillo. Sì, certo, intrecciando canestri, annodando pacchi, leggendo vecchie riviste, conversando con te, mio innocuo scienziato, mi calmo. Capisco che tutto è sonno e non mi impongo nulla. Il mondo mi invita a diventare lo zero che sono, a non avere speranza. Appena inizio a sperare, le cose finiscono per essere troppo vive, per ardere come puro fuoco. Ma dopo bruciano, oh pena e orrore! No, mai, basta col fuoco! Fischietto impassibile, il largo cappello bene aderente alla testa, così i pensieri non volano via come api. Cammino nel freddo. Nel freddo cammino. Non devo vederti più, non voglio vederti più. Buon Natale, Weiss.

**

Postfazione

Mio nipote Hermann ha curato questa scelta di alcuni dei miei colloqui con Robert Walser negli anni fra il 1954 e il 1956, mentre esercitavo tirocinio poco più che venticinquenne presso l’ospedale psichiatrico di Herisau. Per molti mesi l’ho implorato di rimandare questa pubblicazione per non violare la volontà di Walser ma alla fine ho ceduto alle sue pressioni, pregandolo solo di cancellare le mie domande e le mie osservazioni, perché ininfluenti, lasciando solo le risposte-non risposte di Walser. Sono passati 56 anni da allora e la pubblicazione di questo libro mi sprofonda in due sentimenti opposti: il primo di vergogna, per avere offeso la memoria del mio autore preferito divulgando parole private che mai avrebbe voluto vedere stampate in forma di libro; il secondo di orgoglio, per aver trascritto, in modo imperfetto ma forse per l’ultima volta, i pensieri e le osservazioni dell’autore di Jacob von Gunten. Da allora ho fatto lo psichiatra, curato e guarito molte persone, scritto diversi libri sul loro dolore, ma è come se non fosse passato neppure un minuto da quando, in quei giorni, vicino all’albero meno alto del faggeto di Thare, mentre i suoi occhi guardano il punto più fitto del bosco come se vedessero qualcosa di decisivo, ascoltavo Robert Walser dirmi con la sua voce giovanile di settantenne: «Un giorno, Karl, pubblicherai le nostre conversazioni; vorrei che questo non accadesse, ma non si può prevedere tutto. Magari qualcuno imparerà qualcosa persino da me. In fondo, sono state le mie e le tue parole: la nostra amicizia. Ma adesso esco e cammino. Sta piovendo, e in questi momenti nuvolosi preferisco sparire».

Karl Weiss, 12 ottobre 2012

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Z I B A L D O N I E A L T R E M E R A V I G L I E

MARCO ERCOLANI, PREFERISCO SPARIRE, Colloqui con Robert Walser 1954-1956

Introduzione di Massimo Barbaro

ZiBook Lontananze, Anno 2014, numero 7

© 2014 Marco Ercolani e Associazione Zibaldoni e altre meraviglie – http://www.zibaldoni.it

Associazione Zibaldoni e altre meraviglie – http://www.zibaldoni.it

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In copertina: Fotografia di Robert Walser adattata al computer. L’omino che corre con la scala è stato disegnato da Mili Romano.

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Robert Walser

Microgramma di Robert Walser

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