Robert Walser nel 125° della nascita
Conversazione radiofonica con Bernhard Echte
Trascrizione e cura di Mattia Mantovani

Robert Walser
1. Gli inediti di Feuer
MANTOVANI: Si potrebbe quasi dire che Robert Walser, malgrado siano trascorsi ormai quasi 50 anni dalla sua morte, non smette mai di scrivere. Dopo i microgrammi, decifrati e pubblicati in questo ultimo ventennio, è ora la volta di questo volume di inediti, Feuer, pubblicato in occasione del giubileo dei 125 anni dalla nascita. In questo volume troviamo 30 scritti in prosa, cinque poesie e quattro frammenti che coprono un arco di quasi trent’anni, dal 1907 al 1933. Come si è arrivati alla scoperta di questi testi?
ECHTE: Questi testi sono stati scoperti in maniera casuale. Circa una dozzina di anni fa, una collega di Berlino mi fece sapere di aver trovato uno scritto di Robert Walser in un giornale di Berlino, il “Berliner Börsen-Courier”. Lo scritto si intitolava Ernesto e non figurava nell’edizione critica delle “Opere complete” di Walser. Questa circostanza mi sorprese moltissimo, perché nessuno degli esperti dell’opera di Walser era a conoscenza del fatto che lo stesso Walser aveva pubblicato degli scritti sul “Berliner Börsen-Courier”. Abbiamo quindi cominciato a passare in rassegna le annate del “Berliner Börsen-Courier” e abbiamo immediatamente scoperto altri cinque testi. Io, personalmente, ho poi passato in rassegna le annate di altri giornali dell’epoca, e ho scoperto ancora altri testi. La ricerca è proseguita nel corso di questi ultimi anni e si è arrivati infine a raccogliere i testi che sono stati pubblicati in Feuer. In questo modo, si è venuta a creare una situazione molto bella ma anche molto complicata: molto bella, perché si può contare sul fatto che anche in futuro verranno scoperti nuovi testi di Walser; molto complicata, invece, perché non siamo oggettivamente in grado di passare in rassegna tutta l’enorme quantità dei giornali degli anni dieci e degli anni venti.
MANTOVANI: Da questi testi emerge un’immagine in larga parte nuova e sorprendente di Robert Walser, un’immagine che arriva perfino a contraddire o quantomeno a contrapporsi all’immagine tradizionale del poeta solitario chiuso nella propria mansarda e lontano dal mondo. E ci sono alcuni testi che illustrano in maniera particolare questa nuova immagine di Walser. Uno di questi testi si intitola non a caso Der Schriftsteller, “Lo scrittore”, un testo del 1907 che lei, nella sua postfazione, ha definito “una sorta di autoesplicazione poetologica”…
ECHTE: A mio modo di vedere, ciò che colpisce maggiormente in questo testo è che Walser non parla assolutamente del fatto che lo scrittore deve realizzare un’opera. Si tratta insomma solo di osservare e di scrivere; non si tratta di creare un’opera definita, un romanzo, un testo teatrale o una poesia. Si tratta piuttosto di un atteggiamento nei confronti del mondo. Ed è proprio di questo atteggiamento che Walser parla in questo testo. La figura dello scrittore viene inizialmente descritta con ironia: lo scrittore, secondo le parole di Walser, è un predatore, un essere che è sempre a caccia, che sta nascosto da qualche parte e poi si avventa su ciò che cade sotto la sua osservazione. Ma Walser dice anche che lo scrittore, così come dovrebbe essere, è una figura che sta sempre accanto, in disparte, nell’ombra, in una posizione defilata rispetto alla vita. È un osservatore, che non vive in prima persona ma funge da tramite di ciò che osserva e vede. E così, in quanto essere umano, diventa spesso una figura esposta al ridicolo. È davvero sorprendente notare come Robert Walser, già nel 1907, quando aveva solo 29 anni, fosse perfettamente conscio del fatto che, in quanto scrittore, sarebbe sempre stato un outsider. Ma era anche consapevole che è necessario essere un outsider per poter essere un buono scrittore. Questa circostanza rende questo testo assolutamente straordinario. C’è però anche un altro aspetto che merita di essere sottolineato. Il testo si chiude infatti con queste parole: “Quando lo scrittore ha dato forma alla prima frase, non si conosce più”. Ora, si è sempre rimproverato a Robert Walser di scrivere in prima persona, in maniera troppo soggettiva e quasi egocentrica. Ma in questo passo Walser afferma l’esatto contrario, e lo afferma con piena ragione, perché dimostra che il vero scrittore è colui che si lascia trasportare dal flusso delle parole e dalla forza del linguaggio. La soggettività della scrittura di Walser è esattamente questa. Non è un atteggiamento egocentrico, è piuttosto la capacità di lasciarsi condurre dalle parole e dal linguaggio, senza badare ai temi e ai contenuti. Questo è il grande segreto della scrittura di Walser ed è anche il motivo per cui, con Walser, facciamo sempre un’esperienza duplice: Walser è uno scrittore che scrive in prima persona e che quindi crediamo di conoscere molto bene, ma nello stesso tempo è anche misterioso e sfuggente come nessun’altro.
MANTOVANI: Un altro testo molto significativo, e che fa pendant con Lo scrittore, del quale abbiamo appena parlato, è il testo intitolato Vom Zeitungslesen, “Sulla lettura del giornale”. Anche questo testo è del 1907 ma in questo caso non è lo scrittore a venire tematizzato, quanto piuttosto il mezzo, il giornale…
ECHTE: Penso che Sulla lettura del giornale si configuri come l’immediata conseguenza de Lo scrittore. Se lo scrittore deve porsi come compito non tanto quello di creare delle opere definite, quanto piuttosto quello di continuare senza posa a riflettere la vita e il mondo nella scrittura – e Walser parla non a caso della scrittura come qualcosa di parallelo alla vita –, allora si può dedurre che il libro, inteso come prodotto finito, non è il posto giusto per praticare questo genere di scrittura e di osservazione della vita. Il posto giusto è invece il quotidiano, il giornale. I testi contenuti in Feuer dimostrano in maniera molto sorprendente che Walser lo aveva capito e lo aveva messo in pratica fin dall’inizio della sua attività di scrittore. C’è inoltre una lettera del 1905 nella quale Walser ha scritto quanto segue: “Da adesso in poi, scriverò talmente tanto che Hesse e compagnia avranno di che preoccuparsi, perché si vedranno cadere addosso una pioggia di giornali!”. Ed è precisamente ciò che ha fatto, in maniera molto consequenziale. Presumo quindi che le considerazioni sullo scrivere per i giornali, contenute in questo testo, verranno ulteriormente avvalorate dalla scoperta di molti altri nuovi scritti.
MANTOVANI: Ecco dunque la nuova immagine di Walser che emerge da questo volume: è l’immagine dello Zeitungsschreiber. Un’attività, questa dello Zeitungsschreiben, che come lei ha scritto nella sua postfazione, si adattava in maniera particolare al suo modo di concepire la scrittura e la letteratura. Si potrebbe dire, insomma, usando le parole dello stesso Walser, che qui come non mai Walser scrive “per il gatto”. Ma qual è il significato più profondo di questo scrivere “per il gatto”?
ECHTE: Il significato più profondo di questo scrivere per i giornali consiste forse nel fatto che Robert Walser non crede più alla grande opera, al grande romanzo, al libro, e anche nel fatto che Walser non vede il ruolo dello scrittore come precettore della società e come autorità spirituale, nel senso incarnato in particolare da uno scrittore come Thomas Mann. Il ruolo dello scrittore, secondo Walser, consiste semplicemente nell’osservare e nello scrivere, al di fuori di ogni schema culturale e intellettuale. Da questo scetticismo nei confronti della “grande opera” e dell’autorità dello scrittore è nato quello che si può definire come il vero e proprio genere letterario di Walser: il “pezzo in prosa”. Il pezzo in prosa è uno scritto breve, che si legge in pochi minuti e spinge il lettore alla riflessione. Il lettore lo trova inaspettatamente sul giornale, comincia a leggerlo e viene per così dire immesso in un movimento fatto di pensieri, di immagini, di riflessioni, di domande, di dubbi e di scherzose provocazioni. Il pezzo in prosa è scritto senza troppe pretese ed è destinato a scomparire, perché la sua durata corrisponde a quella del dialogo che si instaura col lettore. Terminato il dialogo, il pezzo in prosa si perde, scompare, perché è scritto “per il gatto”, per la transitorietà, è come un messaggio in bottiglia. Walser non sapeva naturalmente che i suoi pezzi in prosa sarebbero sopravvissuti e sarebbero stati perfino tramandati. E questa circostanza – devo dire – è tanto più piacevole, perché dimostra che in fondo tutto, lo si voglia o meno, è scritto “per il gatto”. Ma ciò che per così dire riesce a passare attraverso il gatto e a sopravvivere, possiede in un certo qual modo un valore eterno.
MANTOVANI: In occasione dei giubilei e delle ricorrenze si cercano sempre, a torto o a ragione, dei legami con l’attualità. Ma forse nel caso di Walser questi legami ci sono veramente, e sono molto forti. Bernhard Echte, per chiudere questo Laser dedicato a Robert Walser e al suo giubileo: c’è qualcosa di particolare che il Walser di Feuer, il Walser di questi scritti inediti, ha da dire alla nostra attuale sensibilità?
ECHTE: Walser non è attuale per gli argomenti o i temi che tratta. Walser non rappresenta alcuna opinione, non ha alcun immediato messaggio da comunicare. Anzi, molto spesso nei suoi scritti si contraddice, afferma una cosa e il suo contrario. La sua attualità non va dunque cercata nei temi e negli argomenti che si possono rinvenire nelle sue opere. Va cercata piuttosto nella sua maniera di pensare, in un pensiero che non ha nulla di argomentativo o di filosofico perché è un pensiero poetico, fatto di immagini, un pensiero che nasce dalla fantasia e dall’osservazione. A Walser interessa questo movimento del pensiero, questa osmosi tra osservazione e riflessione: si potrebbe dire, insomma, che a Walser interessa la vita in quanto tale. E questa è una cosa che forse nessun altro scrittore è riuscito a cogliere, a tematizzare e a sviluppare con la stessa intensità di Walser. Perché tutti gli altri scrittori sono troppo legati ai contenuti.
2. Walser e la Svizzera
MANTOVANI: Bernhard Echte, in questo secondo spazio di Laser dedicato al giubileo di Robert Walser parleremo del rapporto tra Walser e la Svizzera e lo faremo prendendo spunto da Europas schneeige Pelzboa, un volume che lei ha curato per conto dell’editore Suhrkamp e che raccoglie appunto un vasto gruppo di scritti che Walser ha dedicato alla Svizzera. Leggendo questo libro si incontra un’immagine di Walser che è molto nuova e per molti versi sorprendente: si incontra infatti l’immagine di uno scrittore politico, e viene da pensare a un passo dei microgrammi nel quale Walser ha scritto: “A mio modo di vedere non c’è nulla che non sia politica”, un’affermazione, questa, che ricorda molto una celebre frase di Gottfried Keller. Ma in che modo Walser è stato uno scrittore politico, o per meglio dire: in che modo si è occupato di questioni politiche?
ECHTE: Già nel primissimo libro di Robert Walser c’è uno scritto intitolato La Patria. Si tratta di uno dei temi di Fritz Kocher, lo scolaro presumibilmente di quattordici o quindici anni che dà appunto il titolo al volume. Lo scritto si apre con queste magnifiche parole: “La nostra forma di stato è la repubblica. Possiamo fare quello che vogliamo”. Si tratta di una frase che fa sorridere, se non altro perché non è affatto detto che in una repubblica ciascuno possa fare quello che vuole. Ma se la si esamina più da vicino, si scopre che si tratta di una frase ambigua, perché non si riesce a capire se l’accento deve cadere sul soggetto noi oppure sul verbo possiamo. L’unica cosa certa è che Walser qui esprime un’ovvietà in maniera molto ironica e distaccata. Questo atteggiamento di ironia e di distacco può essere rinvenuto un po’ dappertutto nella sua opera. Walser si esprime su temi politici e sociali ripetendo i cliché, le frasi fatte e le parole d’ordine dell’opinione pubblica, afferma una cosa ma nello stesso tempo lascia anche intravedere il suo contrario. Lo dimostrano molto chiaramente i suoi scritti sulla vita militare, nei quali l’ironia assume quasi un carattere sovversivo. Walser guarda tutto con gli occhi di un bambino e dice di sì a tutto, ma proprio per questo si capisce che qualcosa non quadra. Walser loda tutto e trova tutto meraviglioso, ma la sua lode e la sua meraviglia hanno qualcosa di incredibilmente ambiguo e sinistro. Ogni sua frase ha dunque una sfumatura in qualche modo “politica”. Ma a questo, fino ad ora, si è prestata troppo poca attenzione.
MANTOVANI: Walser ha avuto un profondo legame con la Svizzera, un legame che non è esagerato definire addirittura passionale e sentimentale, eppure Walser è riuscito a sottrarsi al pericolo di cadere nella cosiddetta Heimatliteratur, e si è anche sottratto all’uso ideologico e propagandistico dei suoi scritti. In che modo è riuscito a sottrarsi a questo pericolo?
ECHTE: Robert Walser non tematizza la Svizzera in maniera esplicita. E credo che non lo faccia perché la Svizzera non rappresenta un problema ai suoi occhi. Si sente di casa nella sua patria, la ama, ama anche le sue specificità, ma non ha alcun rapporto col nazionalismo, perché non vede nelle bellezze della sua patria un particolare merito morale. Vede che la Svizzera è bella e ne loda appunto la bellezza, ma lo fa nella consapevolezza che questa bellezza è frutto del caso e che comunque non è diversa o migliore della bellezza che c’è anche altrove. Il fatto di non vivere la Svizzera e la sua storia come un problema permette a Walser di dire di “sì” alla sua patria. Ma Walser si è reso anche conto che questo suo “sì” detto alla Svizzera poteva essere male interpretato e male utilizzato, e allora ha disseminato i suoi testi di piccole esagerazioni o, al contrario, di riduzioni ai minimi termini. Il risultato è che le parole di Walser non possono essere utilizzate in senso nazionalistico, non possono essere citate dall’alto di un podio. Molte persone hanno provato a farlo, e si sono curiosamente esposte al ridicolo.
MANTOVANI: C’è un passo, ne I fratelli Tanner, un passo che peraltro lei ha citato all’inizio della sua postfazione, nel quale Walser ironizza sui giovani ed eleganti corrispondenti dei grandi istituiti bancari di Zurigo, che parlano da quattro a sette lingue, hanno girato il mondo e parlano in maniera derisoria della loro patria: die kleine Schweiz, die lausige Heimat. Ma ci sono stati dei momenti nei quali la Svizzera è apparsa anche a Walser klein und lausig?
ECHTE: Non credo, perché Walser attribuiva un particolare valore a ciò che è piccolo. Robert Walser è sempre partito dal presupposto che ciò che è grande è spesso banale, falso e ideologico, mentre ciò che è piccolo non ha una funzione rappresentativa e quindi è più sincero, più spontaneo, magari anche più misterioso. Robert Walser, insomma, dice “sì” a quella piccolezza della Svizzera che invece fa soffrire i corrispondenti dei grandi istituti bancari dei quali si parla ne I fratelli Tanner. Quei corrispondenti soffrono perché vorrebbero qualcosa di più grande. Walser, invece, si trova a proprio agio in ciò che è piccolo, e mette continuamente in guardia dal pericolo di cedere alle tentazioni della grandezza. Direi quindi che Walser non ha mai vissuto la piccolezza della Svizzera come un problema. Lo si nota molto bene nello scritto intitolato I begli occhi, dove Walser difende apertamente la piccolezza della Svizzera. E credo che lo si debba prendere in parola, perché questa sua perseveranza nell’essere piccolo e nel voler rimanere piccolo lo ha preservato dall’ideologizzazione.
MANTOVANI: Chiudiamo questo secondo spazio di Laser dedicato al giubileo di Robert Walser proiettandoci nel presente, nella Svizzera del nuovo millennio. Bernhard Echte, a suo parere c’è un messaggio che proviene dall’opera di Walser e che può essere in qualche modo utile per comprendere meglio la Svizzera di oggi?
ECHTE: Se ho capito bene Robert Walser, credo di poter dire che il tratto fondamentale che si può cogliere nelle sue opere consiste nell’importanza ma anche nella difficoltà di dare il benvenuto a se stessi. Questo tema della fiducia in se stessi è un tema che Walser ha trattato in maniera molto profonda ma che in generale viene troppo spesso sottovalutato. Walser si dedica molto intensamente a questo tema e lo considera come un compito che deve essere continuamente affrontato. E devo dire che, in questo, Walser si rivela davvero… molto svizzero. Ma Walser ci aiuta anche a guardare al di là dei confini della patria, perché riesce sempre a mettere in relazione il particolare con l’universale. Penso soprattutto alle splendide parole che ha dedicato al Seeland, la zona del lago di Bienne: “Il Seeland – ha scritto – può trovarsi in Svizzera, in Olanda oppure in Australia”. In questo senso, Walser riesce a sottrarsi al pericolo dell’autolimitazione e dell’isolazionismo, perché la sua enorme forza immaginativa e fantastica gli permette di cogliere il mondo intero in un singolo dettaglio.
3. I quattro romanzi 100 anni dopo
MANTOVANI: Bernhard Echte, in questo terzo e ultimo spazio di questo Laser dedicato al giubileo di Robert Walser, parleremo dei quattro romanzi di Walser che il Suhrkamp Verlag ha ristampato appunto in occasione del giubileo. Quattro romanzi vecchi di quasi 100 anni ma ancora incredibilmente attuali. Il primo romanzo in ordine di tempo è I fratelli Tanner, del 1907. Qual è l’attualità di questo romanzo?
ECHTE: Simon Tanner, il protagonista di questo romanzo, è un personaggio incredibilmente attuale, se non altro per il modo in cui cambia continuamente posto di lavoro. Simon Tanner ha la sensazione di non doversi adeguare troppo in fretta, e vuole formarsi il più tardi possibile. Sa che il mondo è infinitamente ricco, ma sa anche che c’è il pericolo di ridursi ad un ruolo parziale, limitato e limitante. Simon Tanner vuole conoscere tutto, vuole assorbire la vita nella sua totalità, non vuole legarsi a nulla, e in questo modo si mette in una situazione socialmente molto rischiosa, perché chi non vuole legarsi a nulla non ha nessuna posizione, non ha denaro, non ha prestigio sociale, non ha ruoli da ricoprire. Simon Tanner sa che il desiderio di libertà e di indipendenza deve essere pagato a caro prezzo, sa che la libertà non si può ottenere gratis, sa che alla libertà è sempre legata l’insicurezza. Nessun altro autore, forse, ha visto come Walser qualcosa di positivo nell’insicurezza. E si può dire che questo atteggiamento di Walser è… molto poco elvetico.
MANTOVANI: Nel 1908 e nel 1909 seguono altri due romanzi, L’assistente e Jakob von Gunten, due romanzi all’apparenza molto differenti, sia come stile che come ambientazione, ma in realtà uniti tra di loro e uniti anche ai Fratelli Tanner da un saldo filo conduttore…
ECHTE: I due romanzi sono accomunati sul piano formale dall’unità di luogo e di tempo. Ne L’assistente vediamo Joseph Marti nella villa “Stella Vespertina” nei panni del segretario o factotum dell’imprenditore Carl Tobler. Joseph Marti alias Robert Walser trascorre sei mesi nella villa di Tobler, e il romanzo narra la vicenda in maniera cronologica. Anche Jakob von Gunten alias Robert Walser trascorre un periodo di tempo in un luogo preciso, l’Istituto Benjamenta, una specie di scuola dove si insegna a servire. I due romanzi sono accomunati anzitutto da questa circostanza. Se poi prendiamo in considerazione l’atteggiamento dei due protagonisti, allora possiamo notare che lo Jakob von Gunten si configura come la diretta conseguenza de L’assistente. Joseph Marti, infatti, che a sua volta è una figura consequenziale a Simon Tanner, incontra grandi difficoltà ad adattarsi al ruolo del dipendente, perché in lui c’è un desiderio di libertà e di indipendenza che si scontra con gli obblighi e i doveri del suo lavoro. Il suo problema, in quanto tale, rimane irrisolto. Jakob von Gunten, invece, sceglie apertamente la sottomissione, vuole essere uno zero, un nulla, perché spera di trovare la libertà e la superiorità proprio nella sottomissione. In effetti ci riesce, e in questo modo giunge sorprendentemente ad acquisire una ben precisa indipendenza. In questo senso, lo Jakob von Gunten si presenta come lo sviluppo e la soluzione dell’aporia descritta ne L’assistente.
MANTOVANI: Il romanzo più innovativo di Robert Walser è senza dubbio Der Räuber, “Il Brigante”, scritto nell’estate del 1925 e venuto alla ribalta, insieme ai cosiddetti microgrammi, solo dopo la morte dello stesso Walser. Qui troviamo un Walser decisamente diverso rispetto ai primi tre romanzi, un Walser che dal punto di vista stilistico è molto disorientante e perfino un po’ irritante…
ECHTE: Questo romanzo – ma c’è poi da chiedersi se si tratta davvero di un romanzo – è pura avanguardia senza appartenere ad alcuna avanguardia. Der Räuber è un libro che per così dire rompe con la tradizione del racconto senza spiegare il perché e senza proporre nessun nuovo programma. E’ questa circostanza che lo rende così irritante, perché le avanguardie, nel momento in cui rompevano con la tradizione, hanno sempre spiegato perché lo facevano. Walser, invece, se posso esprimermi in questo modo, non spiega proprio un bel niente. Walser distrugge il senso cronologico e le forme tradizionali della narrazione: l’io narrante, ad esempio, si confonde spesso con la figura del protagonista oppure lo prende in giro, e poi non ci sono personaggi, non c’è un tema, non c’è un contenuto ben definito. Si potrebbe pensare che il tema del libro sia rappresentato dall’amore del protagonista nei confronti di una certa Edith. Ma questa supposizione viene smentita già dalla prima frase del libro, dove Walser scrive: “Edith lo amava. Ma ne parleremo più avanti”. Questo inizio è forse l’inizio più sorprendente e disorientante di tutta la storia della letteratura, perché Walser chiama in causa il tema letterario per eccellenza, l’amore, e nello stesso tempo è come se dicesse: “Sì, va bene, d’accordo, però ne parleremo dopo”. Questa tecnica del differimento, insieme al sarcasmo e all’ironia, rappresenta la caratteristica fondamentale dell’intero romanzo, e fa di Der Räuber un libro davvero spassosissimo. Il romanzo stesso si presenta quindi come un insieme di considerazioni ironiche sul raccontare e sullo scrivere romanzi, si presenta come un gioco a nascondino o un gioco del gatto col topo che disattende ogni aspettativa del lettore. Ma nel momento in cui si coglie la raffinatezza di questo gioco del gatto col topo e di questa costruzione labirintica, allora la lettura diventa all’improvviso molto coinvolgente, molto divertente e molto affascinante.
MANTOVANI: Nel 1918, Hermann Hesse scrisse che se Walser avesse avuto 100.000 lettori, il mondo sarebbe stato migliore. I quattro romanzi dei quali abbiamo appena parlato e le altre opere di Walser hanno ormai raggiunto i 100.000 lettori in tutto il mondo. Bernhard Echte, per chiudere questo Laser dedicato al giubileo di Robert Walser: ma il mondo è diventato davvero migliore?
ECHTE: Se partiamo dal presupposto che Robert Walser non è l’autore delle risposte pronte, quanto piuttosto l’autore delle molte domande che rimangono aperte, allora possiamo giungere alla conclusione che una simile domanda, riferita a Walser, non può che rimanere aperta. Dico questo perché, nel caso specifico di Robert Walser, vale forse la pena di porsi un’altra domanda: Ma cos’è veramente il “mondo”? Robert Walser ha sempre detto che a ciò che esiste nella realtà bisogna anche aggiungere ciò che esiste nella fantasia. Il mondo, secondo Walser, non è costituito soltanto dai fatti, da ciò che si verifica nella pratica: il mondo è costituito anche dal passato e dal futuro, dall’interiorità, dalla fantasia. La domanda, dunque, non può che rimanere aperta. C’è però la possibilità, come lettori delle opere di Walser, di cambiare il nostro atteggiamento nei confronti del mondo esterno, c’è la possibilità di rendere più grande e più ricco il nostro mondo interiore. E questo sarebbe già qualcosa.
* Bernhard Echte è direttore dell’Archivio Walser di Zurigo e ha curato il volume walseriano di inediti Feuer, pubblicato dal Suhrkamp Verlag di Francoforte. Mattia Mantovani è traduttore (anche di Walser), collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste, è redattore della Radio Svizzera Italiana-Rete 2, alla quale vanno i nostri sentiti ringraziamenti per aver concesso la pubblicazione della presente conversazione nell’e-book “Con Robert Walser”, a cura di Enrico De Vivo, collana ZiBook Ricordanze, 2013, numero 4.
