Ma da dove arriva questo romanzo, La vecchiaia del bambino Matteo, la fatica più recente del poeta Angelo Lumelli? Non mi inoltro, per ora, nella lettura del volume. Accadrà, ma non ora. Ora resto nel sortilegio di questo vagone fermo che appare a inizio libro, venuto da chissà dove per iniziare il romanzo, formando la prima sezione de La lotta degli specchi. È suggestivo vedere come Lumelli si fa “agitare” dal suo stesso stile, conducendo il lettore fra domande e interrogativi, dipanati per un sentiero riluttante al senso e alla descrizione, dove si agitano mille voci, come in un mercato fiabesco dove l’immobilità instabile del vagone e il molle movimento delle statue inventano fin dall’inizio una festa surreale dell’immagine, oscillante fra mille chiacchiere. Lo “specchio desertico, lucente, non ancora turbato da cose vive” è già specchio brulicante, ribelle, pronto a raccontarci storie. Vedremo, in futuro, quali di queste storie aleggeranno sulla testa del lettore. La poesia del romanzo già si annuncia al presente, detta a voce prima di essere messa per scritto: vivente, respira, si inceppa, si riprende, perché lo stile di Lumelli è oggetto di folate che ne scompigliano l’instabile fermezza, come se il “vagone fermo” fosse germe-sorgente delle immagini future, dispositivo di una multiforme realtà dell’immaginazione e del reale. (M.E.)
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La lotta degli specchi
S’è arrabbiata perché? – fuori da sotto le palpebre, furboni! – con chi ce l’ha? con gli occhi? – e giù secchiate di luce, arida, manciate di aghi roventi – io vi sbianco tutti, lavativi! – s’è messa a gridare, bianca senz’ombra, furibonda – altro che lunghe ciglia, come alucce – niente extension, signorine! Effettivamente c’è qualche problema – altrimenti perché si sono inventate le tendine alle finestre, i pizzi traforati, i pesanti tendoni, gli scuri, le persiane, le tapparelle? ci sarà un motivo? per ripararsi dal buio? no! e i cappelli con la tesa larga? quelli con la visiera? e gli occhiali da sole allora? i Rayban, perché tanti Rayban in giro? Chi ha cominciato con questo casino? – chi ha cominciato a fare il furbo? C’è un vagone merci, fermo in mezzo alle risaie, tra acque scintillanti, da solo. Per il momento non si sa altro. Più la luce aumenta più il vagone diventa piccolo e tozzo. A essere precisi non si capisce bene se si stia cancellando, annichilito o se, come un fantasma che respira, stia ampliandosi di volume. Tutti questi fenomeni sono dovuti all’immobilità. Contrariamente all’opinione comune, una cosa ferma è la cosa più insicura e instabile che ci sia. Sottoposta agli sguardi, senza rispondere, senza un cenno – né di no né di sì – perciò ancor più si agitano le pupille, intolleranti, offese – e muoviti porca vacca! – tanto basterebbe per dare un po’ di sollievo, per fare muovere l’occhio, fisso, svergognato, tra un po’ colpe – 6 volte – eh basta con questo guardare! ormai in imbarazzo, lui medesimo – ma responsabile di che? sbotta a un bel momento! di cosa? – muovetevi voi piuttosto, via da davanti! – adesso che lo stesso bulbo oculare comincia ad avere tremiti, come diventato bersaglio – lui! e chi altrimenti? – sempre più agitato – oh cari occhi, voi umidi, molli, negletti, non ricambiati – si fa presto a mettere il dito nella piaga! Il bisogno di movimento può darsi derivi dal ricordo della fuga, primordiale, cioè a gambe levate dal pericolo, dai carnivori o, in ere civili, ancor più, dalle esperienze terribili del proprio nome, immobile, visto da tutti, irrimediabile, fino al giudizio, alle lapidi – per cui non è tutto rose e fiori. Chi ha detto che, non spostandosi, le cose viste sono ferme? – allora perché si muovono i manti delle madonne e, in generale, le statue? Basta che la statua, principalmente se di madonna, pur seduta, abbia un ginocchio leggermente arretrato, l’altro in avanti, realisticamente – sia essa una statua lignea del Maragliano o di altro artista di minor fama, in chiese, chiesette – basta che ci sia, con tale ingenuo pretesto, il motivo, pudico, di allargare di poco la posizione delle gambe, non più parallele, ma a trapezio, appena accennato, e il movimento comincia! a partire dalla veste che, mollemente, s’incurva come un ponte sospeso tra un ginocchio e l’altro, e ormai, come soddisfatta dall’effetto felice, lascia cadere piega su piega, verso le caviglie, i piedi nudi o calzati di raso, per cui si sviluppa l’arte del panneggio – ecco come si contrasta l’impudenza dell’occhio, la sua fame – che infine si perda questo stolto, si distragga! – che non pensi di fare, a fronte dell’immobile, azioni sconsiderate, immaginarie, o peggio ancora, se ne vada, rivolto altrove, insoddisfatto – se è così fottetevi! Molti sono gli esempi di movimento in pittura, sia in affresco che su tela, noto tra tutti, San Michele con la spada che scaccia il maligno. In queste raffigurazioni non si intravvede alcun motivo per agitarsi, in quanto il maligno è già in posizione infima, quasi ai bordi inferiori del dipinto, sconfitto, al massimo lanciando un’occhiata, cattiva, delusa, rivolta in su verso l’arcangelo – leccaculo! venduto! faccia di tolla! – ma San Michele non lo caga nemmeno, non è il maligno il suo obiettivo, bensì la discesa meravigliosa dall’empireo, a volte scendendo da destra, a volte da sinistra, con il vento nelle piume, prendendo al volo l’occasione per avvicinarsi all’abisso, legalmente, ma quando ti capita un’altra volta! – eh certo che si vede, certo che sta guardando il peccato! altrimenti perché un viso così bello, corrucciato! con i riccioli sulla fronte, come pensieri ribelli diventati riccioli, il furbone? Ciò per dire che l’immobilità è un bersaglio, e che tutti i viventi se ne distolgono, con qualunque tipo di movimento, perfino nel sonno, o in macchina, da un posto all’altro, o attraverso i passaggi del danaro e, ben venga, della fortuna – fenomeno da considerare attentamente, in seguito al quale taluni cambiano casa, ne prendono una in campagna, trasformano vecchie cascine in residenze con ogni confort – insomma se ci sono i soldi c’è movimento, se non mi muovo io si muovono gli altri per me, per cui l’effetto dinamico è raggiunto, in alcuni casi ancora meglio, come farselo fare, scusatemi!
In ogni caso, per stare ai fatti, già accaduti, la situazione è la seguente, per quel che se ne sa, per sommi capi.
Sulla linea ferroviaria Mortara–Pavia, un po’ prima di Casoni di Sant’Albino, è fermo un vagone merci, in mezzo alla campagna, da solo – come già detto. Si tratta di una linea a binario unico, non elettrificata, sulla quale era ancora in servizio, al momento dei fatti, una locomotiva a vapore, ormai in funzione soltanto per scopi turistici, come la fiera del salame d’oca, l’ultima domenica di settembre. I fatti di cui sopra, noti per molte testimonianze oculari, oltre che attraverso i verbali degli addetti e le numerose proteste per l’interruzione del servizio – un vagone perso? hanno perso un vagone? – avvengono il giorno due di aprile, giorno feriale e qualunque, un martedì, se non fosse che era in corso, ormai avanzato, l’allagamento delle risaie. Tale fenomeno, spettacolare, raggiunge i suoi massimi effetti nei primi, primissimi giorni, quando le acque sono intatte e la superficie delle risaie appare come uno specchio desertico, lucente, non ancora turbato da cose vive (A.L.)
