PER “LA VECCHIAIA DEL BAMBINO MATTEO”. Caterina Galizia

La produzione letteraria di Angelo Lumelli offre sempre viraggi imprevedibili. In questo libro (Angelo Lumelli, La vecchiaia del bambino Matteo, Qed, collana Cosmos, Tortora 2024), il più evidente è la comparsa del “tempo lineare”, quello che in passato nei suoi testi era sostituito da un tempo elastico (Milli Graffi) dove “le cose si intersecavano disinteressandosi ad un loro appartenere ad un determinato momento o ad una precisa realtà”. Qui per la prima volta viene raccontata una vita, con le sue sequenze, dove il bambino supremo di “Oblivion” può permettersi addirittura di lasciarsi osservare mentre invecchia. È proprio dalla costernata presa di coscienza della senilità che piano piano prende spazio l’accorata narrazione del prima, dello stupore dell’inizio, quando tutto si poteva, quando l’indiscutibile evidenza del reale non era sufficiente a svelarne i misteri. Questo è un libro di incantesimi e sortilegi dove non solo gli oggetti ma anche i concetti e perfino i fonemi grammaticali pensano e reagiscono come gli umani: “L’impresa di saltare un giorno di scuola l’ho realizzata… in quinta, senza un motivo apparente… Adesso potevo correre, ovunque! Fu allora, che la libertà… non seppe più cosa fare, guardandosi intorno, interdetta, con una faccia da scema, un’incapace…si sentiva il suo imbarazzo, credo bene, dopo essersi spacciata per chissà chi… come quella che apre le porte! … Che fare adesso senza i muri di casa, di scuola, l’odore di gesso, i cancellini…fu allora che mi venne l’idea di usare la libertà contro sé stessa – vediamo come la prende! – e mi avviai verso la scuola, tornando indietro”. Questo è un testo dove ogni materia, anche appartenente al regno minerale, si converte al vivente e prende parte al gioco degli odori, dei gusti, delle sensazioni tattili: “Come fa il giacinto o la serenella in notti di pioggia primaverile, così nel duro inverno si sente, improvvisamente questo profumo di ossidi e ruggini, segno della fioritura del metallo…Ci sono tratti nei quali le rotaie sembrano arrivare al loro culmine interiore, come decise ad esprimersi. Ciò può avvenire sia su binari abbandonati… sia su tratti più attivi, lucidi e eccitati dallo sfregamento, come nelle linee del centro storico”.

È la visione di chi, fin dalle prime esperienze, si è confrontato con elementi in crescita e in movimento, osando i primi passi sulla morbida discontinuità di un prato e non sulla dura omogeneità di una pavimentazione urbana; i suoi primi giocattoli sono stati gli uccellini catturati “per farseli amici per la vita” e messi in una scatola da scarpe con il coperchio opportunamente forato e la sfida preadolescenziale è stata cavalcare l’elasticità di “rami di salice potentissimi con …pertiche che partivano come razzi …capaci di piegarsi e tornare in posizione”. Questo contesto intriso di realismo magico aiuta Matteo e i suoi fidi ad agire la propria indipendenza da molti dei comportamenti che gli adulti vorrebbero imporgli, a sviluppare processi di pensiero alternativi e a creare addirittura un linguaggio alternativo. Geniali i giochi: quello della guerra, ad esempio, o la scommessa. Il primo sembra uscito da un testo di Winnicott: Matteo ed Ernestino, nel corso di effettive incursioni aeree, agiscono come se fossero loro a far cadere la bomba e a pilotarne la parabola mai attraversati dal dubbio: “ma questo disastro l’abbiamo fatto veramente noi o sono stati i tedeschi?” E l’autore gli regge il gioco mantenendo la narrazione magistralmente in bilico tra fantasia e realtà.

Il secondo vale una citazione: “Il massimo impegno Matteo lo metteva nell’arte della scommessa (da fare da solo, in segreto)…Come risolvere gli interrogativi? Scommettendo, non aspettando la risposta chissà da chi – con tutti i bugiardi che ci sono! -…Scommetto sulla pagliuzza fino a venerdì se Rosalba me la toglie” (dal maglione, come Matteo le aveva visto fare adErnestino)” “…Non aveva scritto scommetto che, come si fa di solito, ma scommetto se…con ciò inventando un tipo di scommessa per casi difficili”.

In questo mondo le creature più amate hanno uno spessore mitico. La mamma innanzitutto, con il suoprofumo di terra e di erba e i suoi occhi, grigi come “il ferro che brilla, come le stelle d’inverno”. Il padre della psicoanalisi sarebbe stato fiero di una rappresentazione così poetica e puntuale del primo scambio edipico come quella che troviamo a pag. 20. Non si poteva descrivere meglio la magia dello sguardo di quegli occhi grigi alle prime innocenti manovre sessuali del cucciolo! In quel tentativo di sorriso c’è tutto l’orgoglio e il sollievo per la scoperta di una virilità che si rivela ma c’è anche il rifiuto delle avances (“e allora fu peggio”, infatti, per il suo bambino) senza il quale si bloccherebbe l’apertura della sessualità all’esterno.

L’apertura avviene soprattutto nei confronti dell’altra figura mitica del romanzo: la maestra Concetta. E’ una creatura che si dibatte tra la tentazione di corrispondere all’amore “senza alcuna condizione” (in grado di sopravvivere ad ogni suo rifiuto) che le offrono Matteo e il suo amico Ernestino, e l’insofferenza che le provocano le modalità con le quali questo amore si manifesta. Esse, infatti, proprio per la loro autenticità e la loro libertà nei confronti delle regole sociali, rischiano di minare i suoi rapporti con l’istituzione che prescrive neutralità e conformismo. In perfetta aderenza al doppio dei suoi bisogni ecco quindi che le reazioni di Concetta sono talvolta in linea con l’esigenza di attivare il proprio “vero sé” e talvolta invece si rassegnano alla difesa (anche trasgressiva) delle prescrizioni di ruolo. Sul piano evolutivo la maestra Concetta svolge egregiamente il compito di dare ai bambini quell’esempio di grande umanità che ne modellerà il futuro.

E poi ci sono gli amici. È proprio grazie a loro che l’infanzia può sopravvivere alla pubertà. Perché, dice Angelo, “l’infanzia nell’amicizia sembra fuori pericolo, come se avesse ripreso i suoi poteri, pur minacciati da tutte le parti”. Con Ernestino e il narratore, infatti, e con gli altri che si sono aggregati nel tempo, si è strutturata la ricerca su come confrontarsi con i grandi misteri che “avvolgono la vita”. Uno di quelli che per primi ha avuto la fortuna di venire mentalizzato, di affrontare cioè la nebbia del: ma qui, “che cosa c’é da capire?” girava intorno alla spinta pulsionale che si presentava come una chiamata del corpo di cui sfuggiva completamente il significato. Che senso aveva “quel profumo, di donna…come un’incantevole disperazione?” e, più tardi: di che cosa parlava quel ripetente di quinta quando diceva: “quelle già sviluppate sono tre e una ci manca poco?”. Affrontare enigmi di questa portata cementa: i tre rimangono indivisibili. Così, dopo questo splendido inizio, vengono messi a confronto con altri misteri che si presentano puntualmente, come in ogni esistenza. E Lumelli li segue. L’impianto magico ricompare talvolta come delirante ma provvidenziale risorsa nei casi in cui si tratta di dare un senso a fallimenti o perdite altrimenti insostenibili. Quando questa mediazione non può attivarsi, quando la vita nuda e cruda riesce a uccidere la magia, le ferite si aprono fino alla carne viva:

Mi ero seduto in giardino e guardavo la festa (del paese) che si avviava…Era incominciata, da lontano, la musica. Poi, improvvisamente, s’alzò la sua voce, sbucata come dopo un’attesa di anni, alta, stridula, come un’orazione disumana, un grido -e gridò infatti, chiamando suo padre, sua madre, i nomi dei buoi, dei campi -tanto che rimasi inchiodato, immobile a sentire – io, non nominato- mentre lui, con la voce sempre più alta, eccitata, si rivolgeva a chi non c’era più…Quella notte, tanti anni fa, fino all’ultimo, fino all’ultima sillaba di quel lungo grido, ho atteso il mio nome”.

Arriviamo quindi all’impatto con il mistero più grande: la decadenza, il tempo che porta il corpo e/o la mente a una sorta di declassamento che può prendere molte modalità. Ad esempio:

C’è chi si disidrata, per togliere la massa, il peso – come per svanire, rendendosi vano praticamente – un’aria secca, vagante”.

Oppure le amnesie:

Ci sono cose che non trovano mai il nome giusto-allora bisogna usare dei trucchi e a chi c’indovina gli dicono: bravo!, bravissimo! -ma vai al diavolo!- mentre qualcosa senza nome piange in silenzio come una bambina che ha perso il primo dentino davanti”.

Di qui prende il volo la grande allegoria del “vagone di un treno merci abbandonato su un binario in mezzo alle risaie” costretto ad un “attendere fallimentare” e che non molla, cercando di vivere fino all’ultimo splendidamente, sostenuto dalla “spavalda fantasia” del narratore che gli ricorda “come sia grande l’emozione che afferra un convoglio, quando è agguantato con pugno di ferro dalla locomotiva, con due fari in fronte, simile a un drago che si lancia con il corpo smisurato…sempre più pesante, irresistibile, stordito in quel fragore, fra odori di ruggine, in quella stretta ferrea”: la splendida stretta della vita.

I piccoli esempi in corsivo spero lascino intuire la potenza del linguaggio che ovunque scarta gli abituali punti di riferimento entrando e uscendo da ogni contesto, con ciò spiazzando spesso il lettore e in alcuni passaggi confondendolo. La rilettura diventa allora obbligatoria per potere, come direbbe Marco Ercolani, “viaggiare nella galassia” lumelliana.

Muoversi in un ambiente infantile ha consentito all’autore di estremizzare una ricerca che conduce da sempre, descrivendo la creazione di un nuovo idioma “spettacolare e segretissimo”. Ecco che finalmente può scatenarsi in una combinazione di termini che approdano al testo affiorando dalle polle sotterranee della propria esperienza. Suoni e radicali provenienti dalla sua lingua madre (il dialetto della val Curone) cercano fratellanza e insieme rivitalizzano parole appartenenti ad altri dialetti e lingue arcaiche, quelle che per non essere veramente morte hanno dovuto adattarsi ai capricci della storia.

Fu così che” Marco ed Ernestino “cominciarono a prendere sillabe, una qua e una là, colte al volo…da dialetti di paesi vicini, da forestieri che venivano da Bergamo, impagliatori di sedie, magnani…mediatori del piacentino…altre da quei suoni oscuri in latino, soprattutto le U, vestite di lunghe mantelle nere, svolazzanti per la chiesa già fumosa di incenso”.

Questo è il primo passaggio che Lumelli compie per allontanarsi dalla lingua convenzionale diretto ad una posizione liminale (utopica) dove la parola “accade”. Alla sintesi di più linguaggi segue l’uso della onomatopea, spesso presente ne La vecchiaia del bambino Matteo con la sua riproduzione di suoni e rumori, a modo loro ancora parole, ma “sparlate”. Fino a giungere al silenzio che non esclude lo scambio ma, in un certo senso, lo sublima. Un testo come questo, che sembra inneggiare all’epopea della parola, con la gentile strafottenza e l’ironia tipiche dei “curoniti”, termina con uno scambio di missive iconiche (cartoline): “un modo di parlare senza discutere”, (“Le figure sono meglio” aveva detto Matteo, “se vogliamo conversare”) e periodici incontri al ristorante dove: “mettiamo le mani sulla tovaglia e ci guardiamo, come figure di un ex voto, come quelle che si trovano nel santuario della Madonna della Guardia”.

Lumelli sembra ancora una volta “capovolgere il rovescio” (che resta sempre una “bella mossa”). Risponde così alla domanda che lo insegue da sempre: “Il limite del linguaggio è l’esistenza?”

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