
Immagine di Babylone
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La mia depressione è chimica
Ci sono giornate che non ti alzeresti dal letto
non so se è questione di chimica o se son solo matto,
non vedi l’ombra di un futuro, no future, punkabbestia senza cane,
ti senti Mansell, in Williams, abbandonato a una chicane.
Non senti niente da dire, non trovi tasti da battere
la noia ti strangola dentro da non riuscire neanche a combattere
l’idea di te, inutile, l’idea di te, insensato, idee senza senso
non resta che stringere i denti e attendere i frutti di un altro scompenso.
Ci dicono che non funzionino noradrenalina e serotonina
pareggiano imbottendoti i sensi di dopamina e fluoxetina,
il tuo io, schiacciato tra ansia e euforia, è un puck sparato sul ghiaccio
e recita joie de vivre senza copione, farneticando a braccio.
La disoccupazione è al 15%, c’è coda sul reddito di cittadinanza,
i ratings italiani barcollano in mano agli squali dell’alta finanza,
nei grafici del nostro bilancio mi manca l’ascissa:
o sono alienato o io sono sano e l’Italia è depressa.
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La vita agra
Sono curioso di conoscere se, una volta iniziato il testo
smetterò o meno di battere sui tasti,
lasciandomi avvincere dalla noia di non scriver in anapesto,
lasciandomi abbarbicare da un dolore che da dentro mi devasti.
Lascio andare la rima come chi non ha cose da dare
scrivo dove non c’è scritto niente
senza avere un vuoto da colmare
come se ogni lettera rappresenti un incidente.
Respiro lento, come un malato di Covid in riabilitazione,
ai bronchi lascio l’aria e ai nervi la disperazione,
non mi va di strozzarmi col cordone ombelicale
e rassegnare ogni mio bene alle aule del Tribunale.
Lockdownizzato fuori e carcerato dentro
balbetto nenie come un Guglielmo Hotel senza degnar d’un centro
la vita agra che da cinquant’anni mi accompagna
a scriver versi che sappiano di lagna.
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Fuori dal coro
Non riesco ad essere davvero un vuoto a rendere
durante la mia crisi occipitale
non è mio il mestiere dello stendere
un corpo in linea orizzontale.
Eppure sono orizzontale, e cerco l’orizzonte ad ogni momento della giornata
incapace di reggermi in piedi senza incassare
l’orizzonte, l’Occidente, stretto nel suo sepolcro come Farinata
l’orizzonte dei camions che trasportano bare.
Scoppi di pianti, scoppi di risa, e foglie d’alloro
centimetri dall’esser morto, centimetri dall’esser d’oro
mi affaccio dal balcone della letteratura occidentale
e i critici, confusi, mi bollano con un Tso da ricovero in ospedale.
Io non mi volevo buttare dal balcone
volevo semplicemente sincerarmi di non esser rimasto solo
con un diavolo che mi attizza col forcone
depressione, asfissiante come un grumo di bolo,
allettante come i rimedi rinchiusi in un flacone,
io ignorante, destinato a cantar fuori dal coro.
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Dimmi come dire a un cane
Dimmi come dire a un cane, che sta fisso davanti alla porta,
che la mamma non ritorna, anche se non è morta.
Frida con la speranza negli occhi, io con le mie lacrime asciutte
che non vengon dal cuore, sono lacrime autodidatte.
Vederti dappertutto, in questa casa che è un cimitero,
sembra di essere Enrico II con il suo squarcio sul cimiero,
la donna delle pulizie non è capace di cancellare i ricordi
e io, come un istrice, mi strappo dal petto i dardi.
Dimmi come spiegare a un cane, dimmi come spiegare a un cuore,
che non lo senti battere, io non sono un gran bluffatore.
Dimmi come spiegare a un cane, che non c’è più desiderio,
quando il desiderio soffoca, e tutto sembra un delirio.
Dimmelo, dimmelo, dai, della tua vita infelice
dimmelo, dimmelo dai, a questa sottospecie
di uomo ferito, che non emette una goccia di sangue,
anche se fa donazioni ematiche ovunque.
Dimmi come dire a un cane, che è finito un grande amore
è come spiegare l’umido oculare ad un umidificatore,
dimmi come dire a un uomo, che è finito un grande amore,
come continuare a vivere senza lasciarsi morire.
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Vodka e benzodiazpeine
Mi trovo tutti i giorni a visitare le notizie online dei suicidi,
non ho mai avuto timore di trovare il mio nome
magari accompagnato al sostantivo poeta come le cariatidi
con tracce fresche di strame e di bitume.
Io sono un immortale, ho assecondato le fila dei Trecento,
alle Termopili, morire di una inutile morte eroica,
meglio la morte che un sopportabile addomesticamento,
chiudetemi, con molto Scotch, in un’un urna fatta di maiolica.
La vodka sta finendo e stanno finendo questi versi
devo decidere bene come utilizzare i differenti mezzi
usare l’alcool a finalità didattica nel dipingere nuovi universi
o con le benzodiazepine mettendo fine ai miei numerosi schizzi.
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La malattia
Ciao, sono Gaia, sono degente dell’ospedale
Gaslini, di Genova, dove ci rincorre il mare,
ho tredici anni e sono vittima di un brutto male
la depressione grave, la malattia del malaffare.
A tredici anni non si deve esser sempre in lacrime,
forse mai, ma mi è sfuggita la voglia di vivere
il dolore come uno strascichio di sirime,
mi è sfuggita la voglia di non essere cadavere.
Camminavamo, tranquilli io e il sorvegliante
la depressione è stata più veloce dell’istante,
ho corso fino a che mi si spezzasse il cuore
la mia noradrenalina come decodificatore;
mi sono attaccata alla ringhiera dell’ospedale,
dieci metri di volo senza nemmeno pensare di morire,
a tredici anni si hanno le ali, non hanno funzionato per volare
hanno funzionato per raccogliere il mio sangue senza farlo colare.
Abbiamo tredici e quarantacinque anni e un brutto male
la depressione grave, la malattia del malaffare
un morbo anomalo, dalla medicina poco considerato
finché non diagnosticano un corpo morto sul selciato.
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Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra il 2007 e il 2018 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni. È stato fondatore e direttore della rivista letteraria Il Guastatore – Quaderni «neon»-avanguardisti e della rivista letteraria L’Arrivista; direttore esecutivo della rivista filosofica internazionale Información Filosófica e direttore delle collane Esprit (Limina Mentis), Nidaba (Gilgamesh Edizioni) e Fuzzy (deComporre). Ha fondato un movimento d’avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), con mille movimentisti, e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista. Viene inserito nell’Atlante dei poeti italiani contemporanei dell’Università di Bologna e nella rivista internazionale di letteratura, Gradiva. I suoi versi sono tradotti in diverse lingue. Nel 2024 fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica).

