TRA RICORDI E AMNESIE. Caterina Galizia

Prefazione

Così vanno le cose sulla terra, di Caterina Galizia (Ibiskos Ulivieri, Empoli 2024), è un libro ripartito in cinque sezioni narrative, Prima dell’esilio, Distanze interiori, Morza’ i cori, La goletta, Tra ricordi e amnesie, e in altrettante costellazioni poetiche. Lo stratagemma dell’autrice consente di entrare nel suo laboratorio compositivo, dove surrealtà e realtà sono indistinguibili, e il lettore, invitato a trattenere il filo di una trama mentre legge il testo in prosa, lo perde progressivamente inoltrandosi nelle poesie successive.

Proprio all’inizio del libro, dopo il prologo narrativo, si legge: “Ora che la distanza / si fa corpo / al bivio dell’alba / il sentiero scompare / Occorre dapprima / seguire un respiro affannoso / In seguito / apparirà evidente / che la città non è raggiungibile / neppure per via d’aria. // Messa così / come fai a rimediare? / Prova / con una messa, / le trappole di fiato / della voce”. Ci si chiede, leggendo, dove il viaggio porterà. Se la città sarà raggiunta. Se il “messaggio a nuvola” sarà efficace. Ma Galizia non ci chiede che il suo libro di poesie sia interpretato: lo espone come un trattato di speranza nell’uomo, trascritto in una lingua misteriosa ma semplice.

La prima sezione poetica è in versione italiana, accostata alla traduzione in dialetto calabrese, e questo genera un incanto oscuro, arcaico: “parole segrete che capiva solo dalle mani e dagli occhi di chi le pronunciava, quelle delle magie”. Il potere della fantasia viene subito esplicato nelle pagine in prosa de La goletta. Galizia scrive: “Vivendo si era data un compito: conciliare la brutalità del reale con la dolcezza del sogno. Per questo cercava di vedere, in brandelli dolorosi di accaduto, attimi perfetti quali avrebbero potuto, anzi dovuto essere, e lo faceva scrivendo favole. Era il suo modo per ridare una parvenza di moralità alla vita che tante volte l’aveva punita mostrandole il suo lato immorale”. Le poesie successive della sezione confermano l’intento del poeta: “No, così no / torna da capo / fregatene della voce / se esce stonata / ignora il crampo. Afferra / le ali dell’incantesimo / sprofondate nel gelo”. Una parola che “ignora il crampo” vuole andare oltre la contrazione dolorosa, liberarsi, dispiegarsi. In Tra ricordi e amnesie si legge: “Diceva sempre: ‘Per volare si parte da terra. Per scrivere si parte dalla vita vissuta. In entrambi i casi si prende distanza per vederci meglio’. Il rischio che non poteva correre era che le parole si impilassero le une sulle altre nei testi, alla ricerca di paradisi verbali, ben attente a non mischiarsi con la concretezza del quotidiano”. D’altronde sono sempre le parole a prendere il sopravvento, reali e irreali insieme, sussultanti e nomadi: “Parole, desolate parole / che vi parlate addosso”, e di questo “sopravvento” siamo noi i custodi, mentre regoliamo l’anarchia del testo. Il groviglio resta però irrisolvibile, con le sue inattese, sorprendenti limpidezze: “E dentro / nel centro / si scioglieva un groviglio / di cadenzate rime / che la voce raccolse / e il mago del linguaggio turbinò, / Era allora? Non so. / Ritorniamo da capo. / Con pazienza, / riprova, / ho la testa confusa”.

Nell’eco di un “principio-speranza” sulla scia di Ernst Bloch, vorrei citare questi versi emblematici: “Sarebbe ragionevole / risvegliarsi la notte / attutiti da immagini di pace / perché / gli orchi sono tornati… / Sarebbe ragionevole / recuperare fiato / o addirittura / prospettive”. Il “ragionevole” appare come utopia realizzabile. E quell’immagine, “essere attutiti da immagini di pace” è perfetta: Galizia vuole insonorizzare la violenza del mondo, renderlo muto e non violento, ridurre il suo orrendo frastuono. Se “l’intero è nel corpo”, non contano i singoli versi quanto il progetto perseguito nel labirinto della scrittura. Scrive Nietzsche: «Ma questo non è un libro: che sarà mai / un libro! Bara e sudario! / Questa è una volontà, una promessa, / un ultimo tagliare i ponti, / Un vento dal mare, un levare l’àncora…». Anche Così vanno le cose sulla terra è un libro senza sudari né bare, che vuole tagliare i ponti e levare l’àncora, evocando con cenni leggeri paesaggi intimi e visionari. La penna scandisce, fino all’ultimo respiro, la passione della lingua nei flussi della conoscenza. Angelo Lumelli, nella prefazione al libro precedente di Caterina, Riceverai una lettera (Ibiskos, 2020), scriveva: “…ecco che queste poesie, mentre riallacciano il discorso e addirittura la benevolenza verso ogni cosa, allo stesso modo lasciano percepire che c’è stata un’interruzione, che la vera unità è di secondo grado, quella che ha superato la soglia dell’inciampo, ancora più quando le parole sono così rassicuranti e domestiche….Fedeli al loro compito primordiale, senza distruzioni, queste poesie di Caterina Galizia trattano del riconoscimento, dell’assenza, dell’esistere che dice di sì e della risposta mancata, inizio di un linguaggio che si fa carico dell’assenza e che, sfiorando finzioni e trucchi, innalza un sapere ulteriore”. Un sapere ulteriore che si rinnova in questo libro, dove psicologia e magia, quotidiano e visione, si incontrano/scontrano con messaggi di utopia e di speranza, intrecciando minime tenerezze. Lo “sciamare di farfalline intorno a qualche teorema inflessibile” è la lezione di Lumelli a cui Caterina aderisce con gentile passione, smorzando i toni ma non l’indignazione del suo ‘essere viva’. In Così vanno le cose sulla terra ricavano spazio lievi figure utopiche: “Eroicamente / medicheremo il vuoto della mente / con il valzer / del domani perduto”. Domina uno smarrimento che occorre accettare per provare a ridisegnare la felicità nelle parole, progettando senza fretta una nuova “cura” del mondo, che dalla confusione generica guidi verso nuove limpidezze. “Io non conosco il tempo / dei nodi dell’ulivo / quale viaggio sfibrante, quale impresa, / però ancora mi prende / quest’urgenza incalzante di confronto. / Escluderei il delirio. / Forse è la primavera”. Esclusa la confusione della mente, resta la nuova stagione: una primavera disillusa del suo essere nuova ma non della leggerezza riconquistata, oltre la sofferta gravità delle cose: “poi / un gran trambusto d’ali / e peso, peso, peso / peso che preso e dato / peso oscuro, malato / andato, andato via”. (M.E.)

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Antologia di testi

Sull’acuto

in collina

contro il bianco dei sassi

lo sguardo della luna

te lo ricordi?

Come fosse

non ancora mattina

scricchiolante la paglia di calura

Un gemito imrovviso

poi

un gran trambusto d’ali

e peso, peso, peso

peso che preso e dato

peso oscuro, malato

andato, andato via.

*

Ecco. Se lo son preso

con l’oro del tronco

con il fiore che ruota

fino al frutto.

Nella penombra

di un pensiero autunnale

cerchiamo

di inquadrare la foglia

che si torce nel bruno.

Arretrerà anche lei

affondando nell’eterno

già memoria

già pietra.

*

Perché non su una spiaggia

giganti del Nord

che lottano ruggendo

o in una cava sui monti

in cerca di cirstalli millefoglie.

Contro finestre milleluci

che appena si appannano

un profilo che muta

impercettibilmente.

E continua

lo stillicidio

di piccoli cedimenti

cellule rattrappite

lamelle sotterranee.

Perché non su una spiaggia

maledizione!

*

La notte

stanotte non splende di quiete

perché una sete assurda,

ricalcolando il valico del tempo,

costringe la realtà in un sogno cieco.

Adesso il peso è speso

e rallentano a valle

i ritmi della china

là dove solo schiene

in fuggenti lodevoli canizie.

Dal bieco di un muro

controlliamo il già stato:

è lui che impedisce alle strofe

anche il più lieve scrupolo di luce.

Eroicamente

medicheremo il vuoto della mente

con il valzer

del domani perduto.

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*I testi sono tratti da: Caterina Galizia, Così vanno le cose sulla terra, Ibiskos Ulivieri, 2024.

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