IN NOME DEL PADRE. Cristiana Panella

in nome del padre

Cristiana Panella

metti il nome, nell’ora. ultimo ritorno dal fortino della proprietà, dai picchetti della denominazione, l’eredità di aratura. protese verso la mano collare, poi ossessivo specchio. padre nostro. con quel plurale che boccheggia l’abbraccio impossibile, unico corpo di ogni futuro odore estraneo.

noi, figlie di papà, venite a ricordare.

ti scrutiamo da sopra, a parti rovesciate. si conversa svampite davanti ai rametti che si raccolgono la copertina sul petto. si parla. si rimuove. eppure la piega delle dita è quella che scansava i trucioli di gomma, le pareti che ci siamo portate dietro, la curva lunga del pollice che indossa le mie, di mani. oggi le tue tengono un bicchiere, smunte d’opale. nel recinto bianco della medicalizzazione il pudore arrotolato ritraccia la tua identità in un perimetro senza proiezione, carne al presente: si impara a svuotare le viscere senza curarsi del rumore, lasciata dietro la resistenza del ruolo, le caviglie nude sulle ciabatte, cigni spauriti. in prigionia gli oggetti comuni diventano utensili, altarini, vicari dei santi, nostalgia di un risparmio non trasmissibile. noi, quelle di fuori, vivevamo come se la malattia non potesse mai toccare. oggi, padre, sei tra i nuovi compagni dell’ultimo tratto. il tuo vicino sarebbe morto tra qualche giorno ma intanto non ci pensa e continua a leggere il giornale senza occhiali. tu, rimpicciolito nell’intelaiatura di ferro del lettino non tuo, regredisci a te, in caduta libera dal peso del nome, dalla traccia del solco di coltro: là dove il livore fermenta per stanzialità, si accoppia a un’ombra insaziabile, pretende con l’autorità precaria di alti merli di nebbia. cose che hai lasciato in corridoio, nella vita assente dei vivi. ti teniamo così, passero confortato a briciole: le barchette diroccate delle scatole di medicinali sul comodino come conchiglie nel secchiello. tu stretto in fondo al lembo di una corsa tra le dune: la vita fermata in un video a grana grossa, il tuo viso troppo giovane sorpreso sconosciuto, una leggerezza scabrosa che tradisce tutto quello che ci impregnava di te. oggi, chiedi i nomi delle strade, già inaccessibile, iniziato al volo. da lì chiami al telefono i superstiti, ultimi vostri testimoni, se mai durante la guerra, prima? dopo? il tram attraversasse via prenestina, quando il cielo non era ancora sfregiato dalla tangenziale. raccordo anulare di vite che si sarebbero incontrate. gli Americani sfilavano a Roma e tu guardavi, già diffidente verso le folle e i loro benefattori. la conversazione scorre, smuovi l’aria con cenni di assenso, voi che imparavate la fedeltà che ammantellava una vita: amicizia, cappotto, lavatrice. a vita. una giornata senza suicidi evidenti di fronte al corpo detto sdraiato. non si dice deposto. tagliato fuori, il vero discorso. E INVECE IN SEGRETO IO TI VIDI. ti stavano portando verso l’amorevole resort dei morituri, all’aria buona, e tu dalla barella liberasti come una farfalla al buio quel sorriso rimasto intatto tra le dune ferrose, lutto preservato. dopo quel giorno ci eravamo rivisti, tu nello sguardo finalmente libero di regredire allo stupore, noi virtuali nel gorgo dello scanso. ma in realtà ci eravamo salutati lì, come gli amanti ancora verdi. provammo ancora, a trattenere qualcosa che non si capisce. tenesti a mostrarci la grande terrazza del resort inteporita dal sole. guardavi tutto come la prima volta. guardavi tutto come l’ultima volta. e noi provammo ancora, a fare conversazione. ancora lontane dall’orlo, non capivamo che tu non stavi facendo conversazione, intero nella voce, affinché noi la ricordassimo, lei che dopo continua a dare senso agli oggetti lasciati. il veliero, i piragna sottovetro, decenni di appunti scritti a matita. non capivamo. che le parole non c’entrava più. ché poi sarebbero venute le urla sole, a colpi d’ascia per frantumare la distanza, pretendere la presenza tutta e subito. riprendersi i commiati per l’estero nel mattino ancora scuro. posavi la guancia senza guardare, in delitto. riprendersi la lista delle vostre canzoni. ti sorpresi una volta, a scriverle su un foglietto; uno di quelli che Melody frastagliava di cerchi perfetti e occhi con l’eye-liner come in quella foto, l’estate del ‘65, assorta nello specchietto da cipria. Melody per sempre. riprenderti tutto. provammo ancora, la conversazione. altrimenti anche noi avremmo rinchiuso Anchise nella stanza, il mucchio radioattivo. urlare come A., ché lui non ha rimandato. ha strappato la museruola dell’ossigeno, le flebo, si è barricato nella stanza d’ospedale di un paese del Nord smanacciando un coltello, una caciara d’assalto per portarselo via da lì, il mucchietto amato. è stato denunciato per rapina, il folle A., per attaccamento non morigerato. padre come terra di riporto, rimandato l’amore. tradimento che lecca i contorni del disconoscimento per eccesso obsoleto di carne viva. di alcuni neonati si chiede se siano proprio loro, se quel crogiolo di pieghe sia in sangue nostro. il primo moto contro lo sconosciuto non porta vergogna, è senza ricordo. in fine vita, invece, dopo il tramestio di schegge impazzite, si nega. e la domanda restare muta, e il mucchietto di carne disidradata insormontabile. Invece il pigiama non mentiva, il pigiama capisci? L’ho riconosciuto dal pigiama, e poi gli occhi, il cuore, la ragione tutto ha dovuto cedere e convincersi che quel brandello di vita che violentava i miei ricordi era ancora mio padre. quando il flusso della distrazione si interrompe, stremato, e la terra di riporto smotta senza annuncio e scopre una fossa che divora i piedi. non si sa se scagliarsi contro il nostro tremore o il traditore di bambine, quell’uomo che per culto di dignità suo ci ha sempre nascosto

che

anche lui aveva

paura.

come un figlio qualunque.

il mucchio e la fossa, loro rispondono senza esitazione. noi invece, che il concavo e il convesso sono due intuizioni di cui non capiamo la forma dell’uno. ché l’incarnazione era tutto quel deglutire: l’amore per Melody, il rimpianto per il padre, quel male tuo che hai addobbato di pudore riuscendo a farci. .esitare. in colpa per questo pare che fosse quasi un vezzo egoista quel tuo camminare così piano prendere un qualsiasi oggetto in mano piano le chiavi di casa nella tasca piano le dita belle e lente saccheggiate con la fede di platino quel rispondere alle domande così lentamente quella cosa che noi sentivamo ritardo una sorta di supponenza intoccabile. mentre io sapevo. che in quel tempo tu eri già lontano da noi, in una risposta per cui la domanda non era stata ancora scoperta. facevi fatica a rispondere a tempo, a tornare da quei tuoi viaggi in nuove terre che non comunicavi a nessuno in tempo reale. genialità piombata.

alla fine rimane il mucchio-frontiera, e con lui l’eredità di un’altra prigionia, altro riparo, la corrispondenza di lignaggio, malgrado ogni fuga. l’aspettativa, il divieto. padre non c’entra quasi più, è tutta roba nostra ma serve una cava che perdoni incessantemente.

Note:

Il passo in corsivo è tratto da Nuovo alfabeto del sacro. Un abbecedario per disobbedienti, di Davide Brullo e Alessandro Deho (Compagnia editoriale Aliberti, 2023).

Foto: Cristiana Panella ©

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