
Tra canto e sbarramento, di Dario Capello
Quella di Pittaluga è una poesia di ricerca. Ricerca di una forma, se pure spezzata e redistribuita, e ricerca di sé. Polifonia per un canto sospeso (“dove le più tenere voci languiscono”). Detto in altri termini, questo viaggio, questa cerca è segnata dal conflitto tra un’esigenza di canto e una impossibilità di canto. Una prima osservazione concerne poi l’uso in questi testi della seconda persona singolare. Quel “tu” potrebbe essere, di volta in volta e contemporaneamente, una presenza femminile evocata o un’eco lontana del deus absconditus (“mirabilmente assente”), o più genericamente una sponda del colloquio dell’animo con se stesso. In ogni caso una voce di tutti e di nessuno. Il tono prevalente per lo più è quello assertorio, qui e là ultimativo, frutto di una tensione fra contrasti. È come se chi parla e scrive conoscesse a fondo il potere delle parole, la loro forza, e soprattutto la loro controparte venefica, il loro sortilegio (potenza e fragilità in sieme), e avesse timore di subirne la fascinazione. Da qui, su un piano più formale, viene uno dei contrasti laceranti, come ho già accennato, quello che oppone una nostalgia sotterranea per la cantabilità, o almeno, per un melos tra le pulsazioni (“ti canteranno…fino a farti male”) all’esigenza opposta di una frattura più spregiudicata delle forme, in funzione di una partitura mossa, sottilmente aggressiva, dagli esiti di aspra vitalità (“distraggo vie, semino discordie”) Sono poesie, queste che ho in lettura, dense di risonanze, di cerchi nell’acqua volti a produrre l’effetto di un magnetismo, di un’intensità indipendente dalla chiarezza o dall’oscurità del testo. Come dire che sovente è il suono (o il ritmo) che va alla ricerca di un “senso” (secondo la buona e sempre attuale ricetta di Valéry). Ma questo significa, in Pittaluga, saper usare anche quella parte del suono che crea un ritmo, cioè il silenzio. Per “silenzio” qui intendo più di tutto la capacità di stare sulla soglia, senza la pretesa di un dire troppo esaustivo. È quel silenzio di natura interrogativa che finisce per far evaporare il senso per accenderne altri, allentando o sospendendo i nessi di una logica e di una sintassi formale. Un silenzio che non è certo la negazione della parola ma un suo compimento e che non si esaurisce nei segni grafici (per quanto qui presenti) della sosta, della sospensione, degli spazi bianchi.
Ancòra una considerazione di carattere generale, per concludere. Quella di Lorenzo Pittaluga è una scrittura quasi lapidaria, essenziale. E in questa parola scabra, levigata come osso di seppia, forse si perpetua un carattere dei liguri “schiatta quant’altre mai sdegnosa di effusioni”, nelle parole di Italo Calvino.
**
Una cura del linguaggio, di Angelo Lumelli
Il 2 settembre 1982, in un cortile di Cremeno, la scena è la seguente: c’è una donna che grida e lancia sassi dalla finestra, in un angolo del cortile c’è un ragazzo con gli occhiali sottili abbracciato al fratellino più piccolo, un medico, infermieri, un vigile del comune sono arrivati e stanno per entrare in azione. Sta accadendo un’azione pura, senza parole: la donna grida senza parlare, i due bambini sono ammutoliti, gli addetti delle forze dell’ordine è come fossero senza audio e muovono le labbra, invano. Può soltanto accadere qualcosa, che le parole dei presenti non impediranno, essendo mute, dopo che il linguaggio, emanati i provvedimenti del caso, non si è nemmeno presentato sulla scena. Questa vicenda è descritta in una lettera di Marco Ercolani (in Marco Ercolani, Angelo Lumelli, Cento lettere, edizioni Joker, 2023). Il giovane medico, psichiatra, è lui stesso, al secondo giorno di servizio, destinato ad eseguire un ricovero coatto, chiamato TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio). Il ragazzo con gli occhiali sottili ha quindici anni e si chiama Lorenzo. La donna che urla e lancia sassi è sua madre.
Lorenzo Pittaluga vendicherà quella tremenda assenza di parole non smettendo più di scriverle, come fossero l’anestesia per il grande male. Marco Ercolani, lo psichiatra, incontrerà ancora il ragazzo con gli occhiali sottili due anni dopo, nella struttura psichiatrica della ASL: ha 17 anni, nelle crisi va in giro proclamandosi Dio, vuole essere poeta e lo sarà, con un’insistenza incredibile e avven tata, come per tenere aperte le porte del linguaggio, luogo dove tutti i viventi sono accolti e giustificati. Con ciò vorrei sostenere che s’intravvede una tenerezza nascosta in quella follia, la mansuetudine di chi si è consegnato a un potere ancestrale, che lo spingerà a prove indicibili, a gesti di un altro regno, a vocaboli viscerali, improvvisi serpenti, che scattano. Questa doppia faccia del dolore si manifesta, alla lettera, negli scritti di Lorenzo, con parole disarmate, inermi, come chi lascia in giro preghiere d’aiuto e, accanto, improvvise parole d’ordine, irriducibili, un orgo glio sovrano del proprio stato. La lunga, affannosa ricerca della poesia sembra nascondere qualcosa che Lorenzo Pittaluga sa e non vuole sapere: che la poesia originaria è già accaduta, con lui medesimo come attore e spettatore, muto, quel 2 ottobre, per il quale vale la parola di Antonin Artaud: “tutto ciò che agisce è crudeltà”.
Quella scena proclama lo scopo della poesia, nel senso che essa sarà accadimento o sarà niente. A tale proposito, in risposta alla lettera di Marco Ercolani (in Marco Ercolani, Angelo Lumelli, Cento lettere, op. cit.), ho scritto, in allora, una frase compromettente, che intendo confermare, adesso, con qualche timore, senza scappatoie indolori: “Il vero poema…è a scena aperta…ci vuole quella madre, ci vogliono quei due ragazzi… Andando alle ultime conseguenze: l’accaduto primario è poetico mentre la poesia è secondaria e letterale? – è questa la delusione della poesia?”. Intendevo – e non ritengo di dover cambiare opinione – che Lorenzo Pittaluga, da poeta, abbia avuto alle spalle il tremendo della poesia, l’azione che ricatterà per sempre il linguaggio, costringendolo ad un inseguimento fallimentare. È con quel silenzio della crudeltà che la poesia futura di Lorenzo Pittaluga sembra dover confrontarsi, uscendone talvolta in purezza, con parole che incutono silenzio a se stesse, impresa quasi mistica e devota, altre volte inciampando nel “letterale” del linguaggio, con parole presuntuose, vanamente profetiche, corrispettivi di un dolore grezzo, invadente e pretenzioso, come sa essere il dolore della follia. Ciò per dire che la poesia deve dimenticarsi d’essere letteratura, ma che quella dimenticanza la deve tenere a mente, per riconoscere dov’è, per non credersi fuori. Commuove immaginare la scarna biblioteca di Lorenzo, tocca il cuore scorgere, tra le sue righe, i trucchi di come diventare poeti, gli apprendimenti e le fortunate disobbedienze, la gioia di trovare le andature della propria anima, gli intoppi efficaci – la ricerca, pur nell’urgenza, di uno stile fermo, continuamente disdetto – dalle prime esperienze del 1987 alle Quartine de “La musa che resta” del 1993-95 – per cui difficile è identificarlo, essendo motivato dall’estro, dall’orecchio che sente da lontano le svolte, da ombre di gesti, corporei.
Lorenzo Pittaluga, nella prassi del suo scrivere, mentre sembra tendere all’oltranza del significato, ai confini dell’illecito – ciò che rende la poesia una colpa unica, gloriosa – non rifugge, e più di qualche volta, da un’intesa sottobanco con le parole, una combutta tra compari, come se il male gli consentisse questo privilegio, un’eccezione della quale approfittare. Il linguaggio come amico ed alleato ingenuo è il massimo pericolo per il poeta e lo è per Lorenzo, tanto da non accorgersi di quanto esso soccorra il corpo o lo lasci al palo, di come porti in salvo e metta a debito, essendo infine l’esattore. A Marco Ercolani, colui che custodisce più di chiunque la memoria di Lorenzo Pittaluga – oltre che il gran numero di fogli e qua derni – ho detto, forse addirittura ho scritto, che mi avvicinavo con timidezza alla poesia di Lorenzo, perché mi sembrava di toccare le parole, pulsanti d’intimità, corporee, ombre spione di un corpo. Mi sembrò fosse in atto una regressione dalla parola al vivente oscuro, parole animali – con un senso tattile, tentatore – che esigevano d’essere toccate, come se l’unica conoscenza possibile fosse la presenza, sfidando il lettore ad entrare in scena. Spesso sono rimasto sconcer tato, davanti al salto di un significato – che sembrava piano – verso l’orlo di un abisso, come in quei due versi di “Sorgente” (Poesie del primo giorno – 1994): “Sei uscito dall’occhio | buio che non scorse viso.” Si trattava di un linguaggio che chiedeva non comprensione, bensì partecipazione – una comunione riottosa, agitata. Come estremo limite chiedeva la rovina del lettore? Talvolta ho sentito l’affronto di queste parole, arrivate in primo piano, nascondendo ogni distanza, ogni moderazione – un gigantesco presente, totalitario, che non trova la misura abitabile, fino ad essere puro impulso, vacuità. Tuttavia si capisce come Lorenzo Pittaluga sia stato consapevole di questa dittatura del primo piano, tanto da schiodarlo, per istinto, dalla fissità che annichilisce atraverso una scrittura più scenica che sintattica, con mappe di oscuri accadimenti, parole/figure che tuttavia mai s’allontanano dalla scena madre, l’inconsolabile. Una sua frase colpisce, senza bisogno d’essere mandata a memoria: “la scrittura nasce quando non si sta né troppo bene né troppo male”. Con ciò Lorenzo Pittaluga dichiara la “secondarietà” della scrittura, la sua disgiunzione dal vivente e, nello stesso tempo, la sua natura di esperienza mistica, di eccitazione fortunosa, a termine – estasi breve, linguaggio di un Dio, socio della follia, provocato a caro prezzo.
Scrive Antonin Artaud in una lettera a Jacques Rivière del 29 gennaio 1924 (che cito da un acuto commento di Marco Ercolani su “Doppiozero” del 9 gennaio 2022): “Quella dispersione nelle mie poesie, quei vizi di forma, quella continua flessione del pensiero, non bisogna attribuirli a mancanza d’esercizio…ma a uno sprofondamento centrale dell’anima…” Lo sprofondamento dell’anima lascia i propri relitti, assi dipinte del naufragio, parole sparse di un discorso sfracellato. Cito ancora un’espressione illuminante di Bernard Noël a proposito dei quaderni di Artaud dal manicomio di Rodez: “…una volta aperti sono il corpo di Artaud…la sua carne verbale”. Ma io – confesso – avrei voluto leggere Lorenzo Pittaluga come si leggono parole, senza commenti di vita, parole da sole, sufficientemente neutrali da diven tare le mie, le nostre, come s’addice a ogni parola che ha compiuto il proprio sacrificio, depurata ogni scoria. Ciò non per attribuire alla poesia uno stato di privilegio – al contrario, per riconoscere la sua debolezza, tale da vedere attraverso, come attraverso un tendaggio consunto ad arte. Lorenzo Pittaluga vuole invece la forza della poesia – scarica su di essa la propria energia vitale, ordinandole di proclamare un dolore fantastico e insanabile, essendo ogni salvezza troppo piccola, inconsistente rispetto a una domanda gigantesca, fuori portata delle persone umane. C’è una frase nella breve prosa “Crocefissione” (da: Arcobaleni tesi come redini, 1987) che, nella sua finta originalità – un finto grande pensiero sventato da secoli, da lasciar perdere – diventa, ad ascoltare con cuore puro, sintomo di una scena irredenta, un presagio da rispettare: al giovane poeta sopra un palo, nell’orto di una canonica, rivelatosi essere Gesù Cristo, il narratore dirà: “…prima di lasciare que sta terra di intolleranti piccoli uomini, lascia solo un segno: una testimonianza non del tuo passaggio ma della tua assenza”. La frase non aggiunge niente al pensiero universale, ma ripensata e ripetuta da Lorenzo Pittaluga diventa una frase del sospetto, come se l’assenza fosse la grazia, la grande tentazione, avvilita da una presenza che mai la colmerà, che mai sarà in pari e in pace. Si tratta di un uomo tra la guarigione e l’incurabile malattia? – di una poesia che ha capito il suo scopo meraviglioso e che lo teme? Cito una poesia piccola e piena di grazia – Dicevo e non ti conoscevo (da: Marginali annotazioni di un ventriloquo di provincia, 1989) – per rilevare come Lorenzo Pittaluga faccia miracoli minimi e di grande portata proprio nelle disgiunzioni sintattiche, nelle attribuzioni dubitative dei verbi, nel ripensamento dei soggetti – in questo caso un (io) tra parentesi, fragile, interrogativo senza calcare la mano, che chiede di appartenere alla scena, di essere accolto dall’accaduto: “…. | stavi nella foto nascosta | … | sulla bicicletta | una bicicletta rossa | e ancora non ti | (io) | conoscevo.” Innumerevoli sono gli esempi nei quali il pathos, più modestamente l’effetto, è raggiunto proprio attraverso l’impuntarsi della frase, come di animale che sospetta – un procedere irruento, continuamente segmentato, sottoposto a stress, indice di ricerca consapevole, oltre che di grande bisogno.
In questo senso la poesia di Lorenzo Pittaluga si presenta come una cura del linguaggio, sottoposto ad un’auscultazione incessante, cercando nel suo intimo, nell’intestino delle parole potremmo dire, un corpo a corpo che lascia relitti preziosi. Nello stesso tempo la poesia è cura della persona, del poeta Pittaluga, non attraverso sfoghi ingenui, come potrebbe sembrare, bensì mediante abili perversioni, inducendo malattie nuove, competitive, non tanto con spirito omeopatico e guaritore, ma con l’intento di procurare dolori validi, degni del soffrire, con ciò ritornati sulla scena dell’umano.

Un pensiero riguardo “L’ENIGMA DI UNA VOCE, 3. Dario Capello, Angelo Lumelli”