Questa lettera è stata scritta nel periodo in cui Angelo Lumelli era in pericolo di vita per aver contratto una forma gravissima di Covid.
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Caro Angelo,
ecco che cosa succede quando le parole, non più tranquillamente assestate nelle loro pagine o sui loro schemi, traboccano e si spargono come uscite dagli occhi o dalle vene. Anche queste che stiamo scrivendo rischiano di rimbalzare dall’uno all’altro di noi senza riuscire a passare la soglia del “reparto sporco” (così i medici chiamano tra loro i luoghi del Covid). Se la porta sarà attraversata, ci troveremo allora in bilico tra il rischio di affaticarti leggendo (“sono immensamente stanco, non ho sollievo da nessuna parte”) e quello di abbandonarti tacendo (“vi è chiaro adesso che cos’è la solitudine?”) Comunque ci proviamo. Ci proviamo perché tu senta l’amore della tua gente. E’un amore che ti sei conquistato sul campo con l’incanto dei tuoi versi ma anche con la coerenza e la discrezione con cui hai protetto una vita interamente dedicata alla letteratura. A fine gennaio il gelicidio ha colpito la Ramata. Molti dei tuoi alberi sono stati cimati; foglie e tronchi hanno interamente coperto il giardino. All’inizio di marzo calcolavi quanti giorni ti sarebbero serviti per guarire e liberare un passaggio in mezzo a quel caos. Ora il tempo si è inferocito e ti abita, sono parole tue, “come un gatto prigioniero in un sacco”.
Uno di noi ha detto che tu sei, a dispetto dell’anagrafe, il suo amico più giovane perché “sei un ragazzo affascinato dai precipizi.” E‘ vero. Tu ami i precipizi, soprattutto quelli che sostengono incaute radici di eroiche roverelle o che favoriscono voli che si arrestano all’apice.
Ma questa volta no, niente magie, Lumelli. Questa volta devi inventarti una strategia per compiere la traversata. Sappiamo tutti che fatica richiede…Coraggio! Serve un gran colpo d’ali.
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La lettera non è mai partita perché resa inutile da una straordinaria ripresa.
Te la mandiamo ora, che siamo rimasti a corto di parole.
Buon volo, fratello!

Osvaldo Licini
