L’ARTIGIANO RAOUL WALSH. Renato Venturelli

Raoul Walsh è uno dei grandissimi registi della storia del cinema, per alcuni addirittura l’emblema stesso del cinema hollywoodiano. Aveva appreso il mestiere direttamente da David W. Griffith, nel 1915, sul set di Nascita di una nazione (“lo osservavo, gli stavo sempre alle costole…”). Ed era uno dei registi con la benda sull’occhio, come John Ford, Fritz Lang, Andre De Toth. Quella benda nera era per noi spettatori il segno di chi arrivava non solo da un passato leggendario, ma dalla vita. Uno che aveva vissuto, e sullo schermo veniva a raccontarci i tanti aspetti del mondo.

Walsh aveva diretto un bellissimo film di gangster già nel 1915, Regeneration, dove le comparse reclutate nell’angiporto dovevano gettarsi da una nave in fiamme. Ma molte di loro erano prostitute e, mentre le gonne si sollevavano nel volo, si vedeva che inequivocabilmente non portavano biancheria intima. Dovettero disegnare le mutande sulla pellicola, una per una. Era la vita che irrompeva nel cinema.

 Poi ha fatto film di ogni tipo per mezzo secolo, dal muto fino al 1964. Tanti western, tanti film d’avventura, ma anche drammi e commedie di ogni tipo. Molti col suo attore prediletto alla Warner, Errol Flynn. Qualche titolo: La furia umana, Tamburi lontani, Sul fiume d’argento Notte senza fine. E un film di avventure marinare molto amato dal nostro direttore spirituale Claudio G.Fava: Le avventure del Capitano Hornblower, il temerario.

Ma non è di Walsh in sé che voglio parlare, anche se oggi fa parte delle specie che rischiano l’estinzione nella memoria. E in Italia sconta pure il fatto che molti suoi film sono passati per anni in tv atrocemente ridoppiati o addirittura colorizzati, con effetti grotteschi.  

Il fatto è che ultimamente c’è stato un ritorno d’interesse per Walsh, e qualcuno ne ha approfittato per riprendere alcuni fili teorici di un discorso sul cinema mai veramente interrotto.  

 Tanto per cominciare, a Parigi la Cinémathèque gli ha dedicato la grande retrospettiva autunnale del 2023, definendolo un “regista immenso”. E in Italia Aldo Viganò ha pubblicato da Gremese un libriccino dedicato a due film di Walsh, il gangster-movie Una pallottola per Roy (1941, con Humphrey Bogart) e il suo remake western di sette anni dopo Gli amanti della città sepolta, con Joel McCrea).

  Al di là delle osservazioni sui singoli film, Viganò ne approfitta per fare un ragionamento più generale. “Credo che nessun artigiano della Settima Arte sia in grado di farci capire meglio di Walsh cos’è il cinema” scrive, e ricorda che Walsh non avvertiva nessuna frattura tra le convenzioni dei generi e la propria libertà espressiva, perché “come ci hanno insegnato Shakespeare e Dickens, i registi classici sapevano che i generi non sono formule stereotipate, ma evolvono continuamente”. E siccome il finale di Fino all’ultimo respiro di Godard è sempre stato visto come una citazione del finale di Una pallottola per Roy di Walsh, ricorda anche che nel suo restare ancora oggi un esempio di modernità, il film di Godard corre il rischio di restarvi imprigionato: “ostentando più la propria vecchiaia che la propria novità linguistica, diventando la riprova che l’eterno presente appartiene solo ai classici”.  

Come se non bastasse, sul numero di febbraio 2024 della rivista “Positif” viene ristampato un articolo che il grande Pierre Rissient aveva scritto su Walsh nel 1966. Rissient è stato per sessant’anni una figura cardine della cinefilia parigina, svariando da addetto stampa ad ascoltatissimo consulente del festival di Cannes. Tanto per capirci, perfino Clint Eastwood ha voluto rendergli omaggio sui titoli di coda di The Mule. E non è che l’ispettore Callaghan sia prodigo di dediche, né sia sospettabile di snobismi parigini.  

Ebbene in quell’articolo Rissient definisce Walsh “un artigiano”, la cui unica ambizione era quella, molto umile, di realizzare al meglio il lavoro che gli veniva affidato. Poi passa a spiegarci perché il termine artigiano significhi per lui molto più di artista. Walsh – dice Rissient – porta nei film la sua esperienza della vita, delle persone, del mondo, e non un’esperienza ristretta uscita dalla cultura o dai salotti, ma uscita dalla vita stessa. Con personaggi realmente vivi, diversi gli uni dagli altri, non filtrati da una sensibilità unica. “La sua forza espressiva non viene da nessun meccanismo, da nessun estetismo, ma da una vitalità prodigiosa, e ci svela il mondo nella sua totalità (…) senza quei pregiudizi intellettuali che atrofizzano la sensibilità e l’emozione”.

Gli amanti della città sepolta

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