* I testi sono tratti da: Giuseppe Zuccarino, Derrida. Pensare la letteratura e l’arte, Mimesi, Eterotopie, Milano-Udine 2024.

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Il volume, articolato in due parti, raccoglie una serie di saggi intorno al pensiero di Jacques Derrida. Nella prima parte, oltre a esaminare il modo in cui il filosofo ha affrontato il concetto stesso di letteratura, vengono prese in esame le analisi da lui condotte sulle opere di alcuni scrittori otto-novecenteschi (Charles Baudelaire, Paul Valéry, Edmond Jabès). Nella seconda, dopo un approccio alle idee derridiane sull’arte in generale, vengono analizzati alcuni testi relativi a pittori contemporanei (Valerio Adami, Gérard Titus-Carmel, Colette Deblé, Jean-Michel Atlan). In tal modo viene evidenziato il fatto che, qualunque sia l’argomento cui Derrida si dedica di volta in volta, egli non rinuncia mai a sperimentare inusuali forme di scrittura, né a far entrare le proprie idee in dialogo con quelle di altri filosofi (Immanuel Kant, Georg W.F. Hegel, Friedrich Nietzsche, Martin Heidegger, Emmanuel Levinas). I suoi saggi differiscono dunque da quelli normalmente prodotti dalla critica letteraria o artistica e aprono a nuove prospettive, dimostrando che è sempre possibile leggere i testi degli scrittori e osservare i quadri dei pittori in una maniera imprevista, che risulta ancor oggi quanto mai fertile e stimolante (G.Z.).
(Dalla quarta di copertina)
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Non sorprende che Giuseppe Zuccarino articoli un libro strutturato con esemplare chiarezza (quattro saggi intorno a Jacques Derrida sul tema letteratura e quattro sul tema pittura, suddivisi nelle due parti del volume) come un ordigno letterario pronto ad esplodere al minimo attrito. Nessun autore quanto Derrida, immerso nelle sue divagazioni critiche come in un lago sconfinato di appunti e improvvisazioni, sa sorprenderci trasformando il suo sguardo critico in impreviste forme di scrittura, che sono precise risposte a chissà quali domande. Zuccarino costeggia la sua poetica con inflessibile fermezza e questi limpidi saggi li cura e li compone non come cristalli di erudizione ma come esempi di rigore, restando in compagnia dell’autore di cui sta parlando e che le sue parole fanno rivivere nei dettagli del pensiero e dei gusti. (M.E.)
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Da Jabes: la tradizione come avventura (pp. 82-83)
«Occorre attendere la morte di Jabès perché il filosofo [Derrida] torni a pronunciarsi su di lui. Lo fa in una lettera indirizzata a Didier Cahen, organizzatore di un convegno in memoria del poeta, e destinata d essere letta in quell’occasione. Derrida chiarisce subito che non potrà essere presente all’incontro, fissato per il 16 aprile 1992, perché in quella data si troverà “dall’altra parte del mondo”. Infatti, nel corso dell’anno, dovrà compiere numerosi viaggi di lavoro, non soltanto in paesi europei, ma anche negli Stati Uniti e in Giappone. Questo però non gli impedisce di rammemorare ancora una volta il momento in cui, quasi trent’anni prima, era entrato in contatto con l’opera dello scrittore egiziano. Scrive infatti:
“Avevo appena scoperto come per caso Le Livre des Questions presso un giornalaio di periferia, e vi avevo sentito risuonare, da luoghi nel contempo immemorabili e così poco battuti, così poco discernibili, una voce che – lo presentivo – non ci avrebbe più lasciato. E ciò anche se lui, Edmond Jabès, che non conoscevo ancora, di cui non sapevo nulla, neppure se fosse vivo e dove si trovasse, un giorno avesse dovuto tacere e lasciarci soli con i suoi libri. Era già, fin da questa prima lettura, una certa esperienza del silenzio apofatico, dell’assenza, del deserto, dei sentieri aperti fuori dalle strade, della memoria deportata”.
In questa rapida enumerazione dei temi presenti nel Livre des Questions, va sottolineato almeno il “silenzio apofatico”, formula che torna a instaurare un nesso fra il pensiero di Jabès e la teologia negativa, basata sull’idea dell’impossibilità di dire alcunché di positivo riguardo a Dio, in quanto nessuna definizione può essergli adeguata.
La vicinanza tra il filosofo e il poeta era dunque sorta, sia pure indirettamente, prima ancora che si stabilissero fra loro un sodalizio e una frequentazione assidua. Secondo Derrida, “quando l’amicizia comincia prima dell’amicizia, ha senza dubbio a che fare con la morte, nasce nel lutto, ma è anche doppiamente affermata e sigillata”. La morte a cui si allude è quella inerente all’amicizia stessa, insidiata fin dall’origine dalla previsione del decesso di uno dei componenti della coppia amicale, cosa che non mancherà di causare dolore al superstite. Come spiega altrove il filosofo, “la philia inizia con la possibilità di sopravvivere. Sopravvivere, ecco l’altro nome di un lutto la cui possibilità, almeno, non si fa mai attendere. Poiché non si sopravvive senza portare il lutto”.
D’altro canto e su un piano diverso, chiunque pubblichi libri sa, o dovrebbe sapere, che essi, quand’anche fossero destinati ad essere apprezzati e commentati dopo la sua morte, non dipenderanno da lui. Di ciò, secondo Derrida, il poeta egiziano era ben consapevole: “Jabès sapeva che i libri non appartengono più, e neppure le domande, per non parlare delle risposte”. Lo scrittore, dunque, deve rassegnarsi il prima possibile all’idea di perdere le proprie opere, sia pure a beneficio delle opere stesse e dei futuri lettori».
