NEL PIU’ QUIETO DEI GIORNI. Loretto Mattonai

È bene che il pettirosso canti in faccia alla morte, a quella maschera (muso di cuoio) in cui si spegne ogni volto. È davvero bene una baruffa di merli lì appresso, o il volo alto di una poiana. Voli di chi dispone di ali: quale omaggio migliore al frullar via della vita?

Siano molti i compagni dell’innalzarsi, dello sprofondare, del viaggio che va nell’ultimo arresto del cuore, della sosta estrema che rivela il più interminato partire. Tutto quanto è accaduto nel più quieto dei giorni; così la caduta degli esseri non ha bisogno di brezza, né di alcuna materiale, fideistica certezza.

Così discendono gocce di pioggia, come senza volere noi precipitiamo: sia dissoluzione dei sensi o il dire ripetere “io adoro io amo“. Senza riparo, senza ferite che non siano esiziali; corolle emerse dalla terra, ognuna a gridare “non ti scordar di me”, usando il silenzio, dimenticando la via dei germogli, sino al profumo promesso a ogni petalo, al suo tacito assenso.

Non è bene che le creature intorno ignorino le profezie dell’altrui cattiva sorte e della propria? Che un cane malato senza rimedio abbai al mattino la nuova vittoria? E che il gatto creduto perso torni da un viaggio sempre insieme alla sua ultima ora? Propri degli uomini “i salotti, i mausolei, i cimiteri”. Chiunque abbia amato merita unicamente un breve giardino, solo a metà curato; metà incolto, verso l’alterità (estranea età) comunque per desiderio vòlto.

Un’aiuola non chiusa, una bordura incompiuta (immensa) spetta a quelli che si sono circondati di molte persone e cose rare, di spine tra i numeri, pensose pur di veder sbocciare più dense incalcolabili cifre. Verrebbe da esclamare “benedetti i disattenti, i più distratti, che non si curano della somma distrazione, dell’assoluta ovunque massima disattenzione”. Proprio loro è bene riposino sopra i cimiteri i mausolei i salotti, non li distinguano l’uno dall’altro e tutti insieme dai luoghi in cui il gioco dell’esistere lo si compie senza odorare senza guardare; perché sia (ci si presenti) aromatico al punto di scavar nella maschera narici, e bello più dello sguardo, dell’osservata forma.

Gioco perduto in sé, raccolto in una vastità inesausta; dai partecipanti ora invocato e non detto, ora ripetuto a memoria senza alcun ricordo.

(2004)

Giovanni Castiglia

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