LA TERZA PARTE DEL TEMPO. Giampaolo De Pietro

Immagine di Francesco Balsamo

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I corpi, a che

pressione inventano

la loro valutazione

di stare, così flebile

e precisa, così

inconsapevoli noi

loro, di. Le strade

adesso

sembrerebbero una

corsa, i corsi dentro

la tua sacca da

viaggio, poi il

nostro star seduti il

cammino esterno i

piedi come in barca,

le tasche a vela,

vela d’aquilone

quello che agganci

cuore. I corpi, da

quale stazione di

nome

riprenderanno a

volare

I corpi, a che

prestano davvero la

loro attenzione

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Chiedo pausa a te occhio storto.

Sembravi saltare il rigo e andare dove ti pare;

sembrava di essere l’eco del nostro corpo, equidistanti dall’apparecchio che produceva il bisbiglio.

Sembrava a conchiglia, il rigo.

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Infondo, è sempre un modo di non esserci. Piuttosto, lasciarsi a profondere il buon miglio di strada da stare. La lingua fa modi del come, fra i tanti, gli ulteriori e i minori. E adesso dovrebbe parlare, raccontarmi di come rimani, da dove sei a dove, e magari viaggi da un lontano a un altro.

Resti, resisto. In fondo, le mani non lasciano che un segno e un vicino, a un altro che ha segni sul posto di una propria danza: una mano per l’altra.

I simboli sono continui, per noi distratti – sono distrazioni a farsi strada, anzi, a farci strada, passo. Oggi decido per un occhio, di coda, ieri ha fatto i suoi inchini da capo a poi.

Noi rifiutiamo, no no, rifugiamo. Siamo a scarti d’equivoco, ci avventuriamo per semplici strali, per trangugiare il tempo imperfetto prima che posso e che possa e appena dopo esserci stato possibile; a rimettersi in carreggiata; adagio.

Giacché potete, piedi stancatevi, staccandovi dalle vostre soglie – suole volate per il mantenersi di tutte le vostre, altrui comprese passeggiate.

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Non riuscire a (come) pensare e neppure a trovare un modo per non pensare a quella guardia in nord-Corea. Fuggire da chi devi essere. Non approfondire una notizia, pur avendola ben assimilata. Essere i permeabili che non sanno che fare per aver lasciato tutto il piovere al piovuto ed essersi inzuppati perché l’ombrello non aveva agito, perché l’ombrello non fa che riparare, se lo utilizzi per il suo utilizzo e poi se c’è vento e non stai fermo, ti sei inzuppato lo stesso, i piedi – le scarpe sbagliate – le gambe – le gambe stanche. Avendo sempre paura – paura affondata – che manchi qualcosa. E suona l’allarme delle sette: quasi e trenta (la luce è del mattino; il posto il cono).

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la stanchezza vale il lago

– e, togliendo gli articoli – equivalgono

stanchezza e lago. portano a un

vento largo – fino a un viaggio –

mancando l’articolo e il soggetto,

viaggio si fa

fra stanchezza e lago –

sostantivo mosso e senza un arrivo.

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Cantare per scarabocchi, ancora occhieggiare in pari scorta di fermate. Su carta, con inchiostri neri, pastelli e fermagli. Che il movimento risieda nella voce, nella voce che timidamente sia, quello che sa. Ritta di tremore, e di forma, in una calma che vibra, sia pure paurosa, sia pure tormento accostato a un fianco dal timore selvaggio della perdita, della perdita, che il controllo intanto passa la mano al disegno, il disegno dell’albero che alberga in noi prima del posto a dormire, e con esso tutto l’appartenere geometrico dell’ospite che si lascia ospitare dall’impegno di essere arrivato, giunto a riposare con la lente aperta del respiro per scrivere una lunghissima lingua muta dello stare.

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Così, dentro fuori una finestra, di un treno, di un fermo-immagine, di un’esplorazione propria e proprio di un altro ente, che ci sorprende per come dice le nostre stesse parole del tutto differenti, dai suoni altisonanti o proprio letti nel proprio dialetto, nel proprio concetto di lettura e immaginazione. Che rendono grazia a una vita intera, che è tutta la vita, la terra appesa alla vita, e questa su un ramo.

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E un modello della luna, per noi dei nostri occhi certi fino allora – raccolta in una stanza tra il pavimento e la forma scolpita delle pareti, e una faccia interrogativa che si pianta nei modi delle braccia dietro la schiena, sotto le spalle, le braccia che nascoste non hanno più mani, ma solo pensieri nascosti, forse celati, e solo un modello di luna, nel museo di una stanza. Per noi dei nostri occhi completamente appartenuti a voi, per nostro stupito credo, o stupido intuire che ci avremmo visto lo stesso pianeta lontano e il medesimo volto ambiguo delle illustrazioni, meno misteriose di quello che credevano gli astanti, i non scienziati, uomini prestati a pubblico nei loro privatissimi sguardi distratti dalla definizione appariscente al neon spento di una galleria d’arte.

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Vita, schiere di versi, schiera di venti

che in avanti da casa avanzi nei lenti

non importa a niente che rime mantieni

e che casi combinano queste o altre tue

iniziative di inizi – la parola che segue

lascia il tratto lungo cresce il trattino, dunque

se io penso in avverbi vita sarebbe cosa

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È salito l’odore del caffè

fatte le scale i loro muri fino alla sera

a raggiungere la stanza piccola, con letto e libri

la finestra, lasciata lì quasi appena appesa

è – più precisamente – un oblò a rettangolo, ed è

com’era stamani, semichiuso come uno dei due occhi

socchiuso oltre il letto coi suoi paramenti

e i libri con tutti quei discorsi in carta

e l’inchiostro forse sciolto, per il tepore del giorno

si saranno accaldati anche quasi tutti gli altri oggetti,

e i termini probabili per accorgercene

dovremo parlare a voce corta e inspirando quel tuffo

post-orario di caffè

poi a piedi scalzi fare un balzo sul letto

fino a distenderci stretti i quattro piedi

addormentandoci

come fosse inverno, coperti sotto il sacco

e l’aria condizionata del sole

di quasi mezzo giorno fa

**

bread, bread, wine, wine.” Per Paola

1.

Bianco e nero

sole dov’era cerchio

d’ombra

mosto il tempòre

noi di qualcosa

che unisce e

celebra un giorno

un giorno nell’altro

arancione colore di respiro

festeggiamo l’amicizia nata

per vendemmia;

beviamo un vino diverso

che è sempre quello, lo stesso

e siamo intanto maturati

in uno spazio rinnovato, azzurro

se sappiamo anche un po’ berlo

il cielo dal bicchiere, una mano.

Quante vendemmie fa,

quante ne fanno i nostri passi?

Un dito che misura crescita

e un tino di grappoli

da qui ad allora, beviamo.

2.

Il soave diceva qualcuno

è passato appena, è ora

lungo questo filo

considera e continua, è

nel frutteto che sta

come fra me e te

lungo questo filare

ci tiene appena e soppesa

e

ci spinge oltre, antichi ancora

in uno sguardo un filo già

lo stesso che si beve dal bordo

e trascorre e sta, autunno

la stagione sorella e fratello

il tenero passo di gatto; poi

richiami inverno ed ecco:

scaldàti per un panorama da

questo buon vino da attesa,

una strada che distinguiamo

per la soavità di certi tratti.

Io ti ricordo, e tu sei qui.

È una mandria soave, la vita?

3.

La terza parte del tempo

è una poesia della porta aperta,

fuma come un camino

racconta un silenzio di tiglio

e fruscia sotto un castagno;

la casa è una mano con su

e dentro una foglia, segreto

che provvede a stare

bene con le altre foglie

– hanno una buona annata,

sia questa o la passata –

è il vino futuro a premettere

un soave posto al respiro

e la pazienza nata appena

dopo essersi accresciuta

educazione dell’uva e dell’aria.

E noi, solitari territori,

le viti dei giorni – lavorano,

noi studiamo, cerchiamo

sempre e sempre – fino al vino.

Pensiamo un cedro, un ulivo

ogni albero fitto d’attesa e storia,

e nuova sua fibra, e radici presenti.

Pane pane, vino vino – noi noi, suono suono.

E un vino che io continuo, disse il melo al basilico.

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“è vita mattina presto”, saluto.

Orecchi muti, raggi temperati – si va.

Attraversi la strada – oggi si guarda

e cammina di fronte quasi cielo

fosse un di-canto cioè tu – più che

altro perché il resto è dalla parte

che eri e il cielo sempre come

quello di questi ultimi giorni, senza

stagione in onda. L’aria fatta dai

fiori, invece è la stagione più

profumata che conosciamo e non

sappiamo eppure, governa tutto

perfino il mare corrente, ci distanzia

e trema. Non celebrare la “giornata personale

della non insofferenza”. Sarà. Non

rinnovare la mia memoria – ma

lasciarla essere, con balbuzie di

sosta – e non forzature da posa.

Lavoro al fatto di questa poesia

come a un’ora del giorno, qui fuori

l’asino Agostino raglia e raschia

il silenzio – il gatto Z chiama

miagolando una sveglia. Così

fila scrivere mi tiene e scrive

e chissà se il mare

raglia miagola fila scrive

questa lingua

o questo

amare con malinconia, vita:

**

Scuserete se la voce trema sui due

piedi trema un po’ e

tra le gambe e

risale di salto il torace e attraversa

più chiara trachea ed arriva che

trema da questo portatore di denti

all’aria scuserà pure l’aria di

un vibrato distante

ravvicinato cerchio appetto per non

dire qualcosa qualcosa

di non saputo

non è che si scusi per questo per il fatto di non saperlo

non è che magari si tremi tutti

tremino tutti sotto la stessa voce

che porti a un nodo ciascuno uno

farfallino uno che conosco ad ala e

brezza di mare in superficie di una,

altro altrove che nuoti poco su

l’increspatura e detti questa

accendi-accensione prendi un solito

che giri su un intanto a voce

corrente e non parlerà male di voi di noi

non parlerà, sul binario

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Questi versi sono tratti da un libro in fieri il cui titolo provvisorio era “Largo” e adesso è “Ospite, passeggero”.

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(Sarà sempre possibile che una voce divaghi, dissemini se stessa, si trovi. Che un ritmo della lingua inventi la musica segreta che, fra quelle parole, sarebbe impensabile. L’”ospite passeggero” di questi versi è un ospite nomade, che ovunque si ferma e ovunque vada, è delizioso, straniante, inatteso, come un fenicottero smarrito nel paesaggio che inventa) (M.E.).

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Giampaolo De Pietro (Catania, 1978) ha pubblicato Tre righe di sole (Salarchi Immagini 2008), La foglia è due metà (Buonesiepi Libri 2012), Abbonato al programma delle nuvole (L’arcolaio 2013), Se i fantasmi vengono dalle statue (con disegni di Rossana Taormina – Collana Isola 2015); Telescopio di fame (selezione di testi per un numero de “Il Verri”, 2016), Debbo togliermi il vizio (silloge per FUOCOfuochino, 2018), Dal cane corallo (Arcipelagoitaca, 2019), Aurelia, pianeta taciturno (Ponte del sale, 2024). Sue poesie sono state tradotte in sloveno, francese, inglese, tedesco e portoghese.

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