
Immagine di Francesco Balsamo
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I corpi, a che
pressione inventano
la loro valutazione
di stare, così flebile
e precisa, così
inconsapevoli noi
loro, di. Le strade
adesso
sembrerebbero una
corsa, i corsi dentro
la tua sacca da
viaggio, poi il
nostro star seduti il
cammino esterno i
piedi come in barca,
le tasche a vela,
vela d’aquilone
quello che agganci
cuore. I corpi, da
quale stazione di
nome
riprenderanno a
volare
I corpi, a che
prestano davvero la
loro attenzione
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Chiedo pausa a te occhio storto.
Sembravi saltare il rigo e andare dove ti pare;
sembrava di essere l’eco del nostro corpo, equidistanti dall’apparecchio che produceva il bisbiglio.
Sembrava a conchiglia, il rigo.
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Infondo, è sempre un modo di non esserci. Piuttosto, lasciarsi a profondere il buon miglio di strada da stare. La lingua fa modi del come, fra i tanti, gli ulteriori e i minori. E adesso dovrebbe parlare, raccontarmi di come rimani, da dove sei a dove, e magari viaggi da un lontano a un altro.
Resti, resisto. In fondo, le mani non lasciano che un segno e un vicino, a un altro che ha segni sul posto di una propria danza: una mano per l’altra.
I simboli sono continui, per noi distratti – sono distrazioni a farsi strada, anzi, a farci strada, passo. Oggi decido per un occhio, di coda, ieri ha fatto i suoi inchini da capo a poi.
Noi rifiutiamo, no no, rifugiamo. Siamo a scarti d’equivoco, ci avventuriamo per semplici strali, per trangugiare il tempo imperfetto prima che posso e che possa e appena dopo esserci stato possibile; a rimettersi in carreggiata; adagio.
Giacché potete, piedi stancatevi, staccandovi dalle vostre soglie – suole volate per il mantenersi di tutte le vostre, altrui comprese passeggiate.
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Non riuscire a (come) pensare e neppure a trovare un modo per non pensare a quella guardia in nord-Corea. Fuggire da chi devi essere. Non approfondire una notizia, pur avendola ben assimilata. Essere i permeabili che non sanno che fare per aver lasciato tutto il piovere al piovuto ed essersi inzuppati perché l’ombrello non aveva agito, perché l’ombrello non fa che riparare, se lo utilizzi per il suo utilizzo e poi se c’è vento e non stai fermo, ti sei inzuppato lo stesso, i piedi – le scarpe sbagliate – le gambe – le gambe stanche. Avendo sempre paura – paura affondata – che manchi qualcosa. E suona l’allarme delle sette: quasi e trenta (la luce è del mattino; il posto il cono).
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la stanchezza vale il lago
– e, togliendo gli articoli – equivalgono
stanchezza e lago. portano a un
vento largo – fino a un viaggio –
mancando l’articolo e il soggetto,
viaggio si fa
fra stanchezza e lago –
sostantivo mosso e senza un arrivo.
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Cantare per scarabocchi, ancora occhieggiare in pari scorta di fermate. Su carta, con inchiostri neri, pastelli e fermagli. Che il movimento risieda nella voce, nella voce che timidamente sia, quello che sa. Ritta di tremore, e di forma, in una calma che vibra, sia pure paurosa, sia pure tormento accostato a un fianco dal timore selvaggio della perdita, della perdita, che il controllo intanto passa la mano al disegno, il disegno dell’albero che alberga in noi prima del posto a dormire, e con esso tutto l’appartenere geometrico dell’ospite che si lascia ospitare dall’impegno di essere arrivato, giunto a riposare con la lente aperta del respiro per scrivere una lunghissima lingua muta dello stare.
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Così, dentro fuori una finestra, di un treno, di un fermo-immagine, di un’esplorazione propria e proprio di un altro ente, che ci sorprende per come dice le nostre stesse parole del tutto differenti, dai suoni altisonanti o proprio letti nel proprio dialetto, nel proprio concetto di lettura e immaginazione. Che rendono grazia a una vita intera, che è tutta la vita, la terra appesa alla vita, e questa su un ramo.
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E un modello della luna, per noi dei nostri occhi certi fino allora – raccolta in una stanza tra il pavimento e la forma scolpita delle pareti, e una faccia interrogativa che si pianta nei modi delle braccia dietro la schiena, sotto le spalle, le braccia che nascoste non hanno più mani, ma solo pensieri nascosti, forse celati, e solo un modello di luna, nel museo di una stanza. Per noi dei nostri occhi completamente appartenuti a voi, per nostro stupito credo, o stupido intuire che ci avremmo visto lo stesso pianeta lontano e il medesimo volto ambiguo delle illustrazioni, meno misteriose di quello che credevano gli astanti, i non scienziati, uomini prestati a pubblico nei loro privatissimi sguardi distratti dalla definizione appariscente al neon spento di una galleria d’arte.
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Vita, schiere di versi, schiera di venti
che in avanti da casa avanzi nei lenti
non importa a niente che rime mantieni
e che casi combinano queste o altre tue
iniziative di inizi – la parola che segue
lascia il tratto lungo cresce il trattino, dunque
se io penso in avverbi vita sarebbe cosa
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È salito l’odore del caffè
fatte le scale i loro muri fino alla sera
a raggiungere la stanza piccola, con letto e libri
la finestra, lasciata lì quasi appena appesa
è – più precisamente – un oblò a rettangolo, ed è
com’era stamani, semichiuso come uno dei due occhi
socchiuso oltre il letto coi suoi paramenti
e i libri con tutti quei discorsi in carta
e l’inchiostro forse sciolto, per il tepore del giorno
si saranno accaldati anche quasi tutti gli altri oggetti,
e i termini probabili per accorgercene
dovremo parlare a voce corta e inspirando quel tuffo
post-orario di caffè
poi a piedi scalzi fare un balzo sul letto
fino a distenderci stretti i quattro piedi
addormentandoci
come fosse inverno, coperti sotto il sacco
e l’aria condizionata del sole
di quasi mezzo giorno fa
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”bread, bread, wine, wine.” Per Paola
1.
Bianco e nero
sole dov’era cerchio
d’ombra
mosto il tempòre
noi di qualcosa
che unisce e
celebra un giorno
un giorno nell’altro
arancione colore di respiro
festeggiamo l’amicizia nata
per vendemmia;
beviamo un vino diverso
che è sempre quello, lo stesso
e siamo intanto maturati
in uno spazio rinnovato, azzurro
se sappiamo anche un po’ berlo
il cielo dal bicchiere, una mano.
Quante vendemmie fa,
quante ne fanno i nostri passi?
Un dito che misura crescita
e un tino di grappoli
da qui ad allora, beviamo.
2.
Il soave diceva qualcuno
è passato appena, è ora
lungo questo filo
considera e continua, è
nel frutteto che sta
come fra me e te
lungo questo filare
ci tiene appena e soppesa
e
ci spinge oltre, antichi ancora
in uno sguardo un filo già
lo stesso che si beve dal bordo
e trascorre e sta, autunno
la stagione sorella e fratello
il tenero passo di gatto; poi
richiami inverno ed ecco:
scaldàti per un panorama da
questo buon vino da attesa,
una strada che distinguiamo
per la soavità di certi tratti.
Io ti ricordo, e tu sei qui.
È una mandria soave, la vita?
3.
La terza parte del tempo
è una poesia della porta aperta,
fuma come un camino
racconta un silenzio di tiglio
e fruscia sotto un castagno;
la casa è una mano con su
e dentro una foglia, segreto
che provvede a stare
bene con le altre foglie
– hanno una buona annata,
sia questa o la passata –
è il vino futuro a premettere
un soave posto al respiro
e la pazienza nata appena
dopo essersi accresciuta
educazione dell’uva e dell’aria.
E noi, solitari territori,
le viti dei giorni – lavorano,
noi studiamo, cerchiamo
sempre e sempre – fino al vino.
Pensiamo un cedro, un ulivo
ogni albero fitto d’attesa e storia,
e nuova sua fibra, e radici presenti.
Pane pane, vino vino – noi noi, suono suono.
E un vino che io continuo, disse il melo al basilico.
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“è vita mattina presto”, saluto.
Orecchi muti, raggi temperati – si va.
Attraversi la strada – oggi si guarda
e cammina di fronte quasi cielo
fosse un di-canto cioè tu – più che
altro perché il resto è dalla parte
che eri e il cielo sempre come
quello di questi ultimi giorni, senza
stagione in onda. L’aria fatta dai
fiori, invece è la stagione più
profumata che conosciamo e non
sappiamo eppure, governa tutto
perfino il mare corrente, ci distanzia
e trema. Non celebrare la “giornata personale
della non insofferenza”. Sarà. Non
rinnovare la mia memoria – ma
lasciarla essere, con balbuzie di
sosta – e non forzature da posa.
Lavoro al fatto di questa poesia
come a un’ora del giorno, qui fuori
l’asino Agostino raglia e raschia
il silenzio – il gatto Z chiama
miagolando una sveglia. Così
fila scrivere mi tiene e scrive
e chissà se il mare
raglia miagola fila scrive
questa lingua
o questo
amare con malinconia, vita:
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Scuserete se la voce trema sui due
piedi trema un po’ e
tra le gambe e
risale di salto il torace e attraversa
più chiara trachea ed arriva che
trema da questo portatore di denti
all’aria scuserà pure l’aria di
un vibrato distante
ravvicinato cerchio appetto per non
dire qualcosa qualcosa
di non saputo
non è che si scusi per questo per il fatto di non saperlo
non è che magari si tremi tutti
tremino tutti sotto la stessa voce
che porti a un nodo ciascuno uno
farfallino uno che conosco ad ala e
brezza di mare in superficie di una,
altro altrove che nuoti poco su
l’increspatura e detti questa
accendi-accensione prendi un solito
che giri su un intanto a voce
corrente e non parlerà male di voi di noi
non parlerà, sul binario
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Questi versi sono tratti da un libro in fieri il cui titolo provvisorio era “Largo” e adesso è “Ospite, passeggero”.
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(Sarà sempre possibile che una voce divaghi, dissemini se stessa, si trovi. Che un ritmo della lingua inventi la musica segreta che, fra quelle parole, sarebbe impensabile. L’”ospite passeggero” di questi versi è un ospite nomade, che ovunque si ferma e ovunque vada, è delizioso, straniante, inatteso, come un fenicottero smarrito nel paesaggio che inventa) (M.E.).
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Giampaolo De Pietro (Catania, 1978) ha pubblicato Tre righe di sole (Salarchi Immagini 2008), La foglia è due metà (Buonesiepi Libri 2012), Abbonato al programma delle nuvole (L’arcolaio 2013), Se i fantasmi vengono dalle statue (con disegni di Rossana Taormina – Collana Isola 2015); Telescopio di fame (selezione di testi per un numero de “Il Verri”, 2016), Debbo togliermi il vizio (silloge per FUOCOfuochino, 2018), Dal cane corallo (Arcipelagoitaca, 2019), Aurelia, pianeta taciturno (Ponte del sale, 2024). Sue poesie sono state tradotte in sloveno, francese, inglese, tedesco e portoghese.

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