DIARIO 1928-1934. Julien Green

15 gennaio 1931.

Esposizione di disegni e stampe di Corot alla Nationale. Ne ho guardati soltanto una cinquantina, ma attentamente, col desiderio di portarmene il più possibile nella memoria. I primi sembranno i più belli. Non hanno quella magnifica libertà dei disegni del 1840, ma non hanno più quell’aria di virtuosismo che dà un po’ di fastidio al mio piacere. Sono talvolta duri e secchi, eseguiti con una cura che ricorda i paesaggi di Dürer. Ho l’impressione che Corot, a quell’epoca, dovette usare la materia più ingrata, quella di cui si servono gli architetti per le piante, una matita grigia più che nera, e che fora la carta. Tuttavia, basta un segno di quella matita, nella mano di Corot, per far vedere una collina, la luce nella collina e quasi il colore del cielo. Non so se egli abbia trovato questo procedimento in certo modo magico. Un disegno di lui, eseguito verso il 1850, e alla maniera della sua giovinezza, m’è sembrato sostenuto e freddo. Sarebbe interessante poter notare tanto quello che lui non indica nei suoi paesaggi quanto quello che indica, poiché la sua scelta è ridotta all’irriducibile, ed è proprio in questo che lui mi pare grande. Osservando quei meravigliosi disegni così distesi e profondi che uno è quasi portato ad allungare il braccio nella carta, per vedere se ciò non sia vero, mi sono chiesto quanto avrebbe potuto aggiungere il colore a tali opere. Niente, senza dubbio. Il colore, in tal caso, non sarebbe che una piccolezza, ciò che Corot avrebbe chiamato leggiadria.

(Taccuini, 1)

*Il testo è tratto da: Julien Green, Diario 1928-1934, traduzione di Libero de Libero, Mondadori, Milano 1949.

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