
Edward Hopper, Sole in una stanza vuota, 1963, olio su tela, Collezione privata
Nel 1963, Edward Hopper dipinse “Sole in una stanza vuota”.
In una stanza vuota, un fascio di raggi solari penetra attraverso la finestra disegnando sul pavimento e sulle pareti zone geometriche chiare in netto contrasto con le parti scure. Oltre i vetri, si scorge un’indefinita vegetazione colpita dalla luce soltanto in maniera parziale. La stanza, più che vuota, appare svuotata.
Quel vano, probabilmente, in passato ospitò qualcuno. In un passato remoto o recente? Impossibile dirlo. Mi piace pensare che la stanza sia in attesa non da moltissimo tempo, ma neppure da poco. Il Sole, in ogni modo, indifferente nei confronti della vita e delle costruzioni degli esseri umani, continua a illuminare la Terra e, nello specifico, quel locale, secondo le usuali cadenze.
E se tale camera facesse parte di un mondo ormai privo di uomini? Forse, una catastrofe di enormi proporzioni (o un letale conflitto) ha provocato l’estinzione del genere umano. Forse quella stanza non sarà mai più abitata. Il mondo è molto grande ma anche molto piccolo e, talvolta, ciò che è minuscolo può essere vividamente espressivo.
Possiamo immaginare con una certa difficoltà una Terra senza uomini, mentre moltissimi di noi, per esempio dopo un cambio d’abitazione, hanno avuto esperienza di un vuoto simile a quello rappresentato dalla sensibile mano del pittore.
Qualcosa, tuttavia, oltre ai raggi solari c’è: è il silenzio. Un silenzio interno, che riguarda proprio quel luogo e che, come il Sole, non mostra alcun interesse per le vicende umane. Si tratta forse, tenuto conto della data in cui il dipinto fu eseguito, di un commiato? A mio avviso, gli artisti con ogni loro opera si accomiatano un po’ dal mondo e dunque, in un certo senso, non si accomiatano mai.
Il dipinto non si riferisce a una fine, ma un’attesa. Attendere significa vivere una sospensione, un’incertezza. Attendere, ben lo sappiamo, è parte ineliminabile della nostra esistenza. C’è, perciò, un’implicita vita in quel locale vuoto. Le pareti, il pavimento, le nette linee di confine tra luce e ombra, il silenzio, le fronde chiare che sembrano quasi un occhio in grado di guardare dentro, suggeriscono l’idea di una sospensione momentanea.
Alla fine, qualcuno verrà, aprirà la finestra, disporrà con cura il suo mobilio: insomma, non siamo al cospetto di un’inesorabile interruzione, bensì di una pausa. Il senso di continuità è assicurato dal fatto che la stanza rimane comunque tale, ossia che, indipendentemente dalla presenza di abitanti, resta un locale protetto utile all’esistenza dell’uomo.
Questo, direi, è il significato di un’opera la cui intensa propensione evocativa, tipica del nostro artista, assume l’aspetto particolarmente struggente di una fisionomia pittorica capace di affondare le proprie radici nelle profondità del nostro essere. Una pregnante pausa, ecco ciò che ha dipinto Hopper.
