UNA PACATA URGENZA. Marco Furia

Rafael Troya, Il Cotopaxi, Ecuador, 1874, olio su tela, Museo Guillermo Perez Chiriboga del Banco Central, Quito, Ecuador

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Nel 1874 Rafael Troya dipinse Il Cotopaxi, Ecuador. Sotto un’imponente e solitaria montagna, in gran parte ricoperta di neve, si stende un’ampia e lussureggiante regione collinosa. In un angolo, seduto sull’erba, un giovane pastore sorveglia le sue pecore. La sagoma piramidale del monte domina il dipinto, sicché lo sguardo dell’osservatore, dopo aver guadagnato istantaneamente la vetta, discende lungo tondeggianti colline e, in breve, abbraccia la verde e rigogliosa distesa, fino a soffermarsi sul pastorello.

La natura è indiscussa protagonista di un dipinto che colpisce per la sua ampiezza e, nello stesso tempo, per l’attenzione ai dettagli. Quasi fosse un’artistica riproduzione geografica (ricordo che Troya accompagnò alcuni scienziati tedeschi in un viaggio esplorativo), l’opera in esame non si contenta di meravigliare, intendendo anche descrivere. L’ambiente naturale, certo, è grande e l’uomo, al suo confronto, è piccolo, tuttavia la vena romantica (di cui è tipico simile gigantismo) è qui modificata da una propensione illustrativa che pare avere carattere di non superficiale desiderio.

Una sorta di razionalismo narrativo è presente in un quadro inteso non tanto a fondere differenti tratti filosofici e culturali, quanto a presentare i medesimi accostati in un organico insieme che li comprende distinguendoli. In questa veduta, ricca di vivide valenze evocative, la minuziosità di certi dettagli tradisce l’artistica presenza di una non incerta propensione al catalogo naturalistico. Se il giovane pastore contempla, tranquillo, un meraviglioso panorama, l’artista, dal canto suo, pur condividendo tale atteggiamento, mostra tendenze al rigore descrittivo.

Egli vuole proporre al resto del mondo un’immagine incantevole ma anche precisa, ossia apprezzabile, per esempio, da un geologo, da un esploratore, da un agricoltore, da un allevatore di bestiame. L’Ecuador, insomma, è bello, disponibile ma poco conosciuto: occorre, perciò, non perdere alcuna occasione utile a mostrarlo. C’è davvero dell’innocenza in un’opera in cui si avverte sincera meraviglia per la bellezza della natura congiunta a fiducia in un progresso socio – economico considerato a essa per nulla contrapposto: una fiducia che, forse inizialmente semplice e generica speranza, ha assunto con Il Cotopaxi, Ecuador l’aspetto di un’affascinante dipinto. Quella descrizione minuziosa, quell’attitudine all’inventario biologico, si rivela, così, spia della pacata urgenza di rendere apprezzabile una giovane nazione.

Ho usato l’ossimoro “pacata urgenza”, perché mi pare presente nell’opera del nostro artista un orgoglio, non presuntuoso né superbo, capace di farsi dignità e, dunque, di mitigare la (comprensibile) impellenza di esporre l’Ecuador sul proscenio del mondo. ‒ Ci siamo anche noi, desideriamo anche noi partecipare ‒ sembrano dire gli ecuadoriani e, con loro, tanti altri. I modi e i tempi di tale partecipazione, come sappiamo, non sono sempre stati i più giusti e lungimiranti, nondimeno il quadro di Troya rappresenta una vivida e attenta aspirazione valida anche oggi.

All’inizio del terzo millennio l’ingenua fiducia di un pittore del secolo XIX si fa anche ammonimento? Sì, senza dubbio.

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