
Se dovessi scrivere, ora scriverei solo di debolezze, disperazioni e ambivalenze. Scriverei un Ritratto dell’artista da vecchio. Niente storia, perché non solo detesto la finzione, ma perché come sempre scriverei sulle storie, al di fuori delle storie, attraversandole, se proprio dovessi. Si può scrivere solo se infelici: diversamente, non si ha davvero niente da dire, e raccontare. D’altronde è solo un pretesto per dire quello che sta a cuore. Il cuore o è vuoto o è troppo pieno, e guardandoci bene dall’invocare felicità che sappiamo solo istantanee, neanche si può volere, nel cuore, il male. Né infilarcelo. La vecchiaia, o alcuni equilibri anche se tardivi, giocano contro l’antico bisogno di scrivere, che una volta era farmaco. Né ci si può rivoltare nella noia, dicendo ancora dell’impossibilità del dire, perché se è vero, se uno è vero, sta zitto – né del vuoto intorno, e dentro, perché se tutto non ha senso, non si vede perché scriverlo dovrebbe invece averne.
Non voglio più scrivere. Voglio solo vedere. Inchiodare con spilli il tempo che passa. Ci sarebbe ancora solo spazio per la poesia, ma vi ho rinunciato da tempo. La poesia non è più praticabile se non fosse per quella gnomica, scarnificata e al tempo stesso corroborata dal pensiero che però, per il monumentale lavoro di Rimbaud sulla prosa, non è più ripetibile. Posso solo vedere. Per questo basta una finestra, e il ciglio della strada. Forse fotografare, senza più regolare otturatore e diaframma. Ormai, tutto è composizione, inquadratura, riquadratura. Senza neanche pasticciare coi colori, un Ritratto, sì. Ma astratto, ovviamente. Che a malapena si intravede.
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1.
La luce e il buio. Gli occhi camminano. Pensiero che si muove.
Ripararsi, coprirsi. Riconoscere i luoghi, il tempo delle soste.
Restare al chiuso. Restare chiusi.
Leggere il territorio. Fosse solo per diletto.
Spingersi. Via via più oltre. È l’unico senso della via.
Direzione: la via non è la meta, non c’è meta se non la via. Ora vallo a raccontare a chi ha sempre voluto andare via. Non solo proteggersi dal freddo, ma rinchiudersi. Ridurre lo spazio al minimo. Vitale. Quello che non riesci a fare con la vita.
Ancora questa maledetta parola. L’unica filosofia possibile, pure l’unica immanenza, L’unica cosa concreta, tra le mani.
L’unico senso della scrittura: l’arte di fare la punta alla matita. Poi fermarsi. I vecchi strumenti del cartografo. Scatolette di legno.
Imparare un’arte, una qualsiasi, una sola e non metterla da parte. Coltivarla quotidianamente, ma metterla al riparo. Dagli occhi.
Trovarsi un’arte minima, facile da riporre, facile da nascondere, facile da portarsi dietro. Non credere più a chi diceva di fare della vita un’opera d’arte. Niente affatto. La vita non è facile.
Vivere nel modo più semplice possibile. Pensa. Sogna. Facilissimo, difficilissimo.
Detesto i sogni: difficoltà sempre rimediabili, svegliandosi.
Sii ecologico: ricicla le vecchie disperazioni. Ma che farne?
Nella tua eterna lotta con la vita, chi vince? E cosa?
Hai preferito sotterfugi: distacchi, abbandoni, fughe, accettazioni. Convintamente, ma non ne hai mai affermato la nobiltà.
Né Persuasione, né Rettorica. Neanche la morte di tuo pugno. Così ti ritrovi. Vecchio.
Ci vuole una buona dose di incoscienza ad avere coscienze giovani tra le mani. Fermati solo un attimo a pensarlo, rabbrividisci, vai oltre, in fretta. Che di te resti solo un’impressione; globale, sintetica.
2.
L’unica che può aiutarci è la cosmologia. Ma è proprio la più lontana…
Ascoltando vecchi dischi. Non c’è limite a quanto non abbiamo vissuto.
Il vizio di non finire mai le frasi. Anche parlando. Niente è mai definitivo, certo, però sempre alludere, ammiccare, rimandare a cose non dette, è un segno di palese, profonda antipatia.
La felicità è circostanziale: circostanziata. Niente di più antitrascendentale, non categorico. Circoscritta, racchiusa. Ma perché parliamo di felicità?
Il calore del sole in autunno e i colori delle foglie, la stretta del freddo che ferma ogni istante, il ritorno dei colori e degli animali, gli odori e la forza del torrido.
Anch’io, ecco, ho fatto il mio piccolo film coreano.
Sono la maschera di te stesso. Quella che gli altri vedono da fuori, che vedi allo specchio. Se ti parlo, chi è che ti parla? Io? Tu? Meno male che non parla. A volte, a parlargli sono invece io, quando lo incrocio allo specchio, ma quasi solo per ingiuriarlo. Sono io la maschera di me stesso, invece.
Scrivi quello che ti pare, ma poi alla fine è la lettura più bieca quella che passa, che chi legge semmai coglierà. Motivo in più per non dare a leggere, per non rileggere. Per non scrivere.
Strano lapsus: per scrivere la parola «scrivere» viene fuori «crivere», senza la «s». Crivellare. Scrivere senza scriminare. Mi sa che non si può. E se… No. Meglio di no.
3.
Se lo squilibrato fa l’equilibrista.
Se hai il coraggio di perderti, ce l’hai anche per ritrovarti. Ma non ce l’hai: ti ritrovi senza esserti perso.
L’indicibile non si può dire. Non si deve. Tu confondi l’indicibile con l’impensabile. A costo di essere banale: l’impensabile non si può pensare. Ma tu lo pensi.
Se la soggettività è costruita sull’alterità, per prepararsi alla morte bisognerebbe uscire dalla relazionalità prima che sia la biologia a imporlo. La vecchiaia dovrebbe essere un allontanamento; prima dagli altri, e poi, alla fine, dalla soggettività. Possibilmente prima di allontanarsi da se stessi.
Non si possono far coincidere le vicende e il destino del singolo con quelli dell’umanità. Non solo per una questione di metodo, ma anche perché le vicende e il destino dell’umanità influenzano quelli del singolo. In quest’intrico, il singolo può solo fermarsi, a volte, e guardarli per qualche istante di lucida, illegittima e illogica sospensione. Il destino non è altro
che destinazione.
È incredibile come nel silenzio il taglio della luce e delle ombre si veda di più, e le cose parlino.
E come il tempo torni sempre uguale, scandito dalle cose che si ripetono, uguali anche loro, e come se ti volti appena il tempo è già passato e pur con tutta la tua proverbiale attenzione non te ne sei quasi accorto. Incredibile? Desolante. Credibilissimo.
Oceani dell’interpretazione. Miriadi di forme di vita. Sconosciute, anche.
Come se non bastasse. Il sovrappiù e l’arte di fare a meno. Libertà: libertà è solo perdita.
Un giorno, la parola «libertà» verrà finalmente mandata alla ghigliottina. Tribunale presieduto dalla fraternità. Lontanissimo, a quanto pare.
Frammenti di un discorso amoroso. E poi chi li riattacca?
Ci sono cose che riempiono i vuoti. Ma sono necessarie, o a essere necessari sono i vuoti? E quando i vuoti saranno pieni, che ne sarà delle cose necessarie?
Impara a non fare differenze, ad accogliere tutto, a non lasciarti ferire dalle pur affilate possibilità di ogni cosa.
Trattieniti, ogni tanto, e quando serve taci, rispondi a ogni cosa con un gesto affettuoso, anche – soprattutto – quando non serve. Lascia che tutto scivoli, non impedire niente.
*I testi sono tratti da: Massimo Barbaro, La corda all’orologio, collana Le Mosche diretta da Pasquale di Palmo, Medusa, Milano 2025.
