
Per la poesia di Lucetta Frisa
Fin da Notte alta, la produzione lirica di Lucetta Frisa fa intravedere due spinte verso due tendenze polari opposte, con esiti dove, a seconda della stessa silloge, l’una si integra e si assesta sotto l’altra, ma senza mai escludersi a vicenda. Due istanze insostituibili, due vene in lotta fra loro, che si inseguono, senza mai raggiungersi e si intrecciano dinamicamente l’una con l’altra come le due eliche del DNA. Una attica, epigrammatica, tendente alla condensazione nelle maglie strette, spesso rimodellate, della codificazione dell’endecasillabo e del sonetto, perimetro quest’ultimo di angoscia ma anche di rivelazione. L’altra, asiana, poematico-narrativa, tendente all’espansione, effusa nelle spirali regolari di versi ora brevi ora lunghi, in un’affabulazione dove realtà, similitudine, metafore, molteplici sensazioni, nelle forme ora dell’ossimoro, ora, cioè più di frequente, della sinestesia, si alternano, si intersecano, si intessono, seguendo le volute discontinue, tendenzialmente inter-minabili (nel senso letterale prive di termini, di confini precisi e invalicabili) del pensiero e dell’esperienza quotidiana».
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Ritorno alla spiaggia è un poema dei quattro elementi, terra acqua aria fuoco, polvere mare venti fuoco piccolo, rena casa respiro vuoto ustorio. Nella simbiosi madre/figlia, aldiqua/aldilà, scrivere vuol dire registrare la polvere che cade sulla superficie dei mobili e delle parole, sulla pelle della casa e dei ricordi, ma vuol dire anche spolverare, rilanciare il gesto di togliere la polvere, ripulire le cose e le parole, ri-nascere, ri-vivere: “Forse spolverare è un atto duplice come quando si nasce/ e si comincia subito a svegliarsi o a dormire/ secondo i punti di vista./ Anche la gatta lecca i suoi bambini appena nati”. Poesia di una polvere che è il mondo in cui viviamo, il linguaggio interminabile del suolo e il suolo e il sottosuolo interminabile delle parole che la scrittura toglie, preleva, cancella. Le onde di un flusso incessante. È la creta sgretolata del poeta contemporaneo. Come scrive Peregalli: “La polvere di cui era composto il primo uomo, Adamo, è quella che si deposita sulle cose, come una coltre che le ricopre e le protegge”. La polvere è il tessuto intimo della nostra vita. Il soffio del tempo. Una marea che lambisce i corpi. Anche la casa è un corpo, ha una pelle, un naso: “Sempre ho immaginato la polvere scendere di notte/ sopra il naso dei mobili su tutta la pelle della casa scendere/ al buio così non si può mandarla indietro”. Lucrezio osserva i movimenti atomici dei primordia nel buio della sua stanza, trafitta da un raggio di sole. I granelli di polvere formano torme vorticose di gladiatori che si uniscono e si elidono in una battaglia senza fine. Per Frisa sono le sillabe, le metafore, le stregonerie invocate, come formule apotropaiche, del suo azzardo poetico: “Ti prego poesia/ fratturami il quotidiano in polvere/ fanne luce che io regni:/ toccando aria qua e là/ sillabe consonanti/ metafore stregonerie/ arrivano servi alati e/ tutto risplende/ casa e foglio e io/ più non precipito/ resto con te a fare giochi”. Bastano le esperienze più semplici, più comuni, più quotidiane, a provocare il tuffo nell’oltre, nelle prefigurazioni postmortem o nelle reminiscenze prenatali: “Sono distesa a riva appena nata/ o appena prima di una bella morte/ su sfondo azzurro”. I versi si snodano come un nastro di seta girato e fatto vibrare nell’aria, con volute ora ampie ora strette, in un ritmo di continua danza in cui si alternano e si fondono riflessioni, ricordi, premonizioni, annotazioni molto ravvicinate e realistiche del sentire del corpo. L’immenso è provocato dal minuscolo, come il dito di Adamo sfiorato da quello di Dio sulle volte della Cappella Sistina: “L’alluce proprio sul filo della schiuma/ tocca il regno del mare, l’infinito è/ proprio in quel punto d’alluce/ che rabbrividisce si ritira indugia/ entra”.
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Il testo è tratto da: AA.VV., Poeti e poetiche 3, a cura di S. Aglieco, M. Cohen, M. Corsi, R. Caddeo, G. Lucini, CFR, Plateda 2014.
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Rinaldo Caddeo (1953-2026) pubblica in poesia Le fionde del gioco e del vuoto, Narciso, Calendario di sabbia, Dialogo con l’ombra; in prosa La lingua del camaleonte, L’incendio; due libri di aforismi: Etimologie del caos, Le giornate e la notte di un pensionato. Ha collaborato a “La mosca di Milano” e a “Milano Poesia”.
