QUADERNI DI VILLA NUCCIA. Lorenzo Calogero

Tutte le righe dei miei Quaderni di Villa Nuccia. Tutti gli ottocento quaderni del medico Calogero Lorenzo. Non saprei, rileggendomi (non accade che io mi rilegga ma talvolta…), se quelli fossero dei versi. Per me non è mai esistita una poesia con con un titolo, un inizio, una fine. Tutto accadeva nel tempo reale del pensarla. La mano, come sonnambula, trasferiva il pensiero a immagini e suoni, appuntati sulla carta.

Tutte le righe, una dopo l’altra. Tutte. Davvero tutte. Mi chiamano. E una è come l’altra. Mi sento un essere fluido, senza ossa, dove passano ritmi.

Me le ossa le sento: sono spigoli nella testa che interrompono il flusso.

Essere medico, oh la strana cosa!! Chi se lo aspettava da un tipo sghembo come me! Ma forse, studiando l’arte di guarire, volevo salvarmi.

Hölderlin, Novalis, Hofmannsthal, Rilke, Valery, Baudelaire, Mallarmé, Majakovskij, Ungaretti, Montale, Sinisgalli, Campana, Saba, Zanzotto. E io? Fra brandelli di carta, quaderni non scritti, fogli lacerati, varianti, cicche di sigarette… io, che non ho mai dato un nome a nessuna poesia? Se l’avessi nominata l’avrei uccisa come un esemplare di farfalla.

Odio le virgole: ammazzano il flusso del dire.

Somiglio a qualche poeta? Se potessi assomigliare a qualcuno… Campana, forse, ma era violento e gridava. Io sussurro nel buio, ricamo rami.

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La felicità è non finire mai. Sospendere fino al giorno dopo. Ogni giorno un’ellissi che non sigilla e non chiude.

Il rigore di Leonardo: amava quelle che lui chiamava partiture, ed erano versi.

Non entro nelle chiese e nei musei. Puzzo. Fumo, mi caccerebbero. Faccio degli scarabocchi sui gradini di fuori e prendo del Nembutal.

Il deserto non visto dentro era non finto. Non finito era il tuo batticuore.

Un corpo da cui non si giunge al sonno: il sonno è una vecchia sibilla, una soave sillaba.

Molte poesie urgono alle dita come piume sparite.

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Odio le virgole e i punti: fatemi correre nella libera sintassi….

Le foglie gelide, tacite: un grido trattenuto. Si strapperanno.

Ma chi vuole questa mia prosa, che da nulla parte va? Io, sempre, da nessuna parte vado.

Non so quello che scriverò domani. Non appena arriva la nebbia, muovo le dita.

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Cara Concettina,

mi hanno parlato di un poeta russo simile a me, che invidiava il fumo perché sentiva di essere, lui e solo lui, “l’ombra del fumo”. Si chiamava Muni. Nessuno ricorda un suo verso. Vorrei morire, lo sai. Il suicida almeno ha un diritto: evitare che il mondo, per lui, continui in forme inaccettabili. Ma chi pensa, guardando il buio della sua stanza d’albergo, di togliersi la vita, teme di rendere la sua stanza d’albergo l’ennesimo luogo in cui chiacchierare di quella morte che si ostina a rimandare. Una volta morto, resterebbe orfano del pensiero di morire. Oh Concettina! All’inizio, l’uomo si abitua a tutto, o piuttosto dimentica ciò di cui sentiva la mancanza: solo la speranza stupefacente di poter volare, in un giorno lontano, lo mantiene in vita (anche se sa che, una volta in volo, un braccio se ne andrà a destra, un altro volerà a sinistra, e la testa mi si spiccherà via dal collo come un cespuglio di cardo). No, sono tranquillo: non mi manca nulla. Conosco le tre grandi e insignificanti possibilità del genio: chiaroveggenza, autorevolezza e molteplicità. Chlebnikov possedeva la prima, Čechov la terza. Sulla seconda non mi pronuncio: volare con lo stridìo potente delle aquile non mi è consentito per la mia ridicola natura terrena. Mi accontenterei di essere uno sconosciuto uccello migratore, un volatile nero con l’amnesia della terra.

Tenerezze a te.

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Inventare chi non esiste: questi sassi fasciano bene chi vi dormì inquieto. Non sono sassi ma ombre sottili, a volte libellule.

Fumo anche quando non ho sigarette. La mia faccia è dentro il fumo.

Forse avverrà domani quello che desidero. Forse, nelle piccolissime ansie del mio perduto andirivieni.

Oh essere trasparente! Apparire come fiato dal vetro!

Tutti questi quaderni, una piccola parte delle mie mille parti.

Ma tu non avevi una pietra, nel sangue, che rallentava il flusso?

Mi lascio partire nelle immagini, freccia scagliata nel fiato.

Niente, niente. I sotterranei? più pallidi della mia stanza.

Un filo, teso proprio qui, sopra il mio letto: ci sono appese tutte le pagine che non scriverò.

Melicuccà! È appena passato un bambino. Quattro, cinque anni. Nel suo futuro incontrerà uno psichiatra a cui parlerà di me. Povero bimbo solo!. Allo psichiatra dirà del suo magnifico fratello, che non è mai esistito.

O magica, magica Melicuccà!

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