TEORIA DEI COLORI. Lucetta Frisa

Giovanni Castiglia

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Bianco

Arida neve che nascondi il cuore

la terra e di ogni cosa la sorgente

e discendi sprezzante dall’altezza

fredda teoria di mente in malumore

Simuli il giorno la luce la chiarezza

il tempo escludi nel tuo bianco puro

l’altra tua parte, il tuo oscuro passato

l’inizio della febbre e il suo futuro

Ma la tua perfezione immaginata

non dura che un respiro onnipotente,

perché ogni cosa si sporca e si tramuta

nel suo contrario e dal contrario in niente.

Nero

Ehi voi, chi vive qui? Nella mia mente

ogni giorno si allarga il vostro nero

bisbiglia ed urla fa sempre più rumore

oltrepassa questa soglia sfuggente

Occhi e orecchi non chiudo lascio aperti

finestre porte e trepidante cuore:

inutile è resistere, mi arrendo:

tacciono i vivi, parlano i morti

Dentro gli specchi aperti e dentro i sogni

parlano i morti e io più non comprendo

le frasi di quaggiù, quelle parole

che parlano parlando inutilmente.

Rosso

Non posso fare una poesia col rosso

il rosso è qui e ora e non si scrive

è la poesia una creatura animale

il sangue vivo una figura di sale?

La memoria ha visioni da trovare

– il rosso esplode rosso sul fondale –

se il rosso non è mai lo stesso rosso

è la poesia che sembra rosseggiare

Nel rosso non si specchia la poesia

che sempre rincorre qualche cosa

nel controverso brucia l’eresia

con altri rossi ricolora la cosa.

Azzurro

Sbatte contro le sbarre di una gabbia

la mia strofa che vuole avere aria

ritorna indietro per ripartire ancora

battersi fiera tra speranza e rabbia

Come belva si aggira in poco spazio

costretta ad obbedire a questa greve

legge di forma e del suo tempo breve

a fare di uno specchio il proprio strazio

E non si apriranno i versi della mia

schiavitù se la chiamerò finzione,

stretta è la gabbia larga la passione

ariosa l’ingenuità della poesia.

Verde

Di ghiaccio e neve le lunghe tormente

sabbiose bufere di venti e fuoco

offese e contese di sangue e mente

di gelo e arsure l’oscillante gioco

Scende ogni cosa verso la corrente

lenta del Lete, verso le pianure

concave e calme dove chi si arrende

infine trova il suo punto di quiete

Dove i pensieri hanno argine e ponte

sguardo domestico, forma familiare,

finché nella distanza lentamente

ciò che era nostro, estraneo ci appare.

Giallo

A chi inchinarmi adesso a quale trono

di dio o di re e attendere salvezza

dare il nome lo slancio la certezza

sperare nel favore o nel perdono?

Non c’è più regno qui né un altro attende

il cavaliere audace o pia donzella

la bella fiaba ha perso il suo tesoro

il regno il re, confine e sentinella

Il passo è più pesante ed io sprofondo

tremante nelle nebbie della sera

inventandomi un luogo e una bandiera

e che i riflessi opachi siano oro.

Grigio

Ombre dell’ombra l’una all’altra accanto

che viaggiano l’inferno e il purgatorio

discorrendo del corpo e del suo canto

nati dal nulla, dolcemente uniti

Del nulla e del suo canto e di null’altro

si va parlando cercando limpidezza

sapendo sempre delle cose il vuoto

e il fondo scuro di ogni notte scura

Se oltre trasparenza di pupille

delle mani l’amorosa saggezza

e delle labbra le vaghe scintille,

c’è solo di due corpi la misura.

(1997)

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