

Giovanni Castiglia
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Bianco
Arida neve che nascondi il cuore
la terra e di ogni cosa la sorgente
e discendi sprezzante dall’altezza
fredda teoria di mente in malumore
Simuli il giorno la luce la chiarezza
il tempo escludi nel tuo bianco puro
l’altra tua parte, il tuo oscuro passato
l’inizio della febbre e il suo futuro
Ma la tua perfezione immaginata
non dura che un respiro onnipotente,
perché ogni cosa si sporca e si tramuta
nel suo contrario e dal contrario in niente.
Nero
Ehi voi, chi vive qui? Nella mia mente
ogni giorno si allarga il vostro nero
bisbiglia ed urla fa sempre più rumore
oltrepassa questa soglia sfuggente
Occhi e orecchi non chiudo lascio aperti
finestre porte e trepidante cuore:
inutile è resistere, mi arrendo:
tacciono i vivi, parlano i morti
Dentro gli specchi aperti e dentro i sogni
parlano i morti e io più non comprendo
le frasi di quaggiù, quelle parole
che parlano parlando inutilmente.
Rosso
Non posso fare una poesia col rosso
il rosso è qui e ora e non si scrive
è la poesia una creatura animale
il sangue vivo una figura di sale?
La memoria ha visioni da trovare
– il rosso esplode rosso sul fondale –
se il rosso non è mai lo stesso rosso
è la poesia che sembra rosseggiare
Nel rosso non si specchia la poesia
che sempre rincorre qualche cosa
nel controverso brucia l’eresia
con altri rossi ricolora la cosa.
Azzurro
Sbatte contro le sbarre di una gabbia
la mia strofa che vuole avere aria
ritorna indietro per ripartire ancora
battersi fiera tra speranza e rabbia
Come belva si aggira in poco spazio
costretta ad obbedire a questa greve
legge di forma e del suo tempo breve
a fare di uno specchio il proprio strazio
E non si apriranno i versi della mia
schiavitù se la chiamerò finzione,
stretta è la gabbia larga la passione
ariosa l’ingenuità della poesia.
Verde
Di ghiaccio e neve le lunghe tormente
sabbiose bufere di venti e fuoco
offese e contese di sangue e mente
di gelo e arsure l’oscillante gioco
Scende ogni cosa verso la corrente
lenta del Lete, verso le pianure
concave e calme dove chi si arrende
infine trova il suo punto di quiete
Dove i pensieri hanno argine e ponte
sguardo domestico, forma familiare,
finché nella distanza lentamente
ciò che era nostro, estraneo ci appare.
Giallo
A chi inchinarmi adesso a quale trono
di dio o di re e attendere salvezza
dare il nome lo slancio la certezza
sperare nel favore o nel perdono?
Non c’è più regno qui né un altro attende
il cavaliere audace o pia donzella
la bella fiaba ha perso il suo tesoro
il regno il re, confine e sentinella
Il passo è più pesante ed io sprofondo
tremante nelle nebbie della sera
inventandomi un luogo e una bandiera
e che i riflessi opachi siano oro.
Grigio
Ombre dell’ombra l’una all’altra accanto
che viaggiano l’inferno e il purgatorio
discorrendo del corpo e del suo canto
nati dal nulla, dolcemente uniti
Del nulla e del suo canto e di null’altro
si va parlando cercando limpidezza
sapendo sempre delle cose il vuoto
e il fondo scuro di ogni notte scura
Se oltre trasparenza di pupille
delle mani l’amorosa saggezza
e delle labbra le vaghe scintille,
c’è solo di due corpi la misura.
(1997)
