Ciao Marco
ieri sera ho letto per intero il libro che mi hai mandato (L’altro dentro di noi), avidamente e con l’andatura rapida di chi si lascia trasportare dall’onda delle parole senza provare a tenerle ferme per osservarne da vicino i contorni; quello che posso dire deriva dunque dal modo in cui mi sono accostato al testo (dovrò tornarci sopra per gettare a certi passaggi uno sguardo più ravvicinato);
mi ha colpito lo stile della scrittura, che in un’epoca di narrazioni mi sembra forse la cosa più importante da preservare; mi ha colpito la sinuosità delle frasi e la nitidezza delle immagini;
penso che sia un lavoro coraggioso in cui chiedi di essere veduto dietro ai tuoi molti veli o, meglio, lasci che i veli assumano la forma del tuo corpo e che dunque lo rivelino, o che almeno ne rivelino certe posture;
ho apprezzato perché pericolosa la scelta di diventare protagonista assoluto – senza assumere la forma del personaggio -, di essere contemporaneamente campo e controcampo, di inventare la tua stessa autointerrogazione, cosa che di solito, qualora venga fatta, è più prudente fare sottovoce;
come in altri tuoi testi mi colpisce la vastità, la vastità dei riferimenti, letterari, musicali, pittorici ecc. (anche a fronte di una certa ristrettezza che sento appartenermi perché per pigrizia o per energia intellettuale limitata mi trovo spesso a scavare a lungo nello stesso posto); sono intimidito dall’intimità che dici di sentire con classici – li chiamo così per convenzione – che in molti casi io conosco solo di vista – Kleist ad esempio – e mi chiedo se ho fatto bene e faccio bene a cedere ancora alle lusinghe che la mia giovinezza, per quello che è stata, continua a propormi, il rock’n’roll invece che Debussy, Dylan piuttosto che Novalis ecc. (il fatto è che ascolto Bach e amo Marin Marais e ho ascoltato l’intera opera di Kurtag, ma in fondo, se non voglio mentire, sento che la mia storia è stata più segnata dal Tom Traubert’s blues di Tom Waits che, se ben ricordo, è anche una delle tue passioni o da quel perfetto racconto di fughe giovanili che è America di Paul Simon);
ma volevo dire di te e del tuo testo e alla fine dico di me, ma in fondo il compito di un testo non è proprio illuminare certe zone della nostra pelle? accendere certi pruriti o dare una transitoria forma alle nebbie della malinconia;
di questo, della malinconia, mi piacerebbe parlare con te, ma se non proprio ubriachi nemmeno completamente sobri, e di Schubert, e delle possibilità di sopravvivenza che ci garantisce la capacità di delirare ammesso che, come tu ricordi, ci si possa fermare arrivati a 125 (a proposito di deliri, ho cominciato a farne una semplice raccolta, alcuni di persone, artisti o pazzi, realmente esistite, altri semplicemente immaginati nel farsi delle parole, il testo su Wölfli pubblicato da “Pangea” fa parte di questa raccolta)
riguardo alla rete, tengo conto del tuo invito, forse c’è una cosa che mi piacerebbe vi trovasse posto, ci penso
concludo qui, ci sentiamo, buona notte
paolo

Ettore Frani
