PER CARMELO BENE. Piero Zino

Un disordine qualsiasi. Divagazioni su Carmelo Bene

Aloysius Lilius

Per Carmelo Bene il concetto di nascita è un tema fuorviante, un fatto increscioso. Non si nasce; si viene abortiti. Di conseguenza, ogni compleanno dovrebbe essere, anziché celebrato, rigorosamente taciuto. Nascosto come la polvere sotto il tappeto. Il bambino, sarebbe meglio dire il feto, va gettato via con l’acqua sporca. Ma tutto ciò è difficile, quando non impossibile da realizzare, per colpa di Aloysius Lilius: “medico e astronomo ma, soprattutto, mascalzone patentato”, cui Gregorio XIII diede incarico di formulare il nuovo calendario dell’era cristiana, in base al quale nessuno può sfuggire alla schedatura della nascita. Anima tra le più dannate dell’inferno.

Chiacchiere da bar

Carmelo Bene – Vedo ombre dappertutto in questo locale. Di sicuro si tratta di fantasmi amletici, teatrali comunque.

Pierre Klossowski – Ciò che invece intravedo sono i bicchieri di vodka e kir sul nostro tavolino. Se non ho contato male abbiamo appena finito il quarto giro.

CB – Solo noi due, imprigionati nei nostri corpi. Tutto ciò che vi è qui intorno è vapore acqueo, nebbia di superficie. Noi inchiodati a queste sedie, mentre tutto il resto galleggia nel vuoto come se si fosse a bordo di un’astronave.

PK – Voglio provare a seguire il tuo, per così dire, ragionamento. Anch’io mi sento ancorato al suolo che, però, è quello del passato. I fantasmi che mi circondano si chiamano Gide, Rilke, Benjamin, Bataille; e non credere che la loro sia sempre una compagnia gradevole.

CB – “I burattini nascono burattini, vivono burattini e muoiono burattini”. Ho destrutturato, scardinato, smembrato le figure più illustri e decadenti del teatro mondiale. Ho trasformato quello splendido irresponsabile di Don Giovanni in un molto responsabile idiota borghese, incapace perfino di circuire una ragazzina antipatica, brutta e bigotta!

PK – Quello che più mi attrae dei tuoi lavori e il modo in cui tratti la femminilità, esaltandone le doti anche nei personaggi maschili. I tuoi spettacoli ricordano il teatro elisabettiano.

CB – Ai cani la gente comune dà gli avanzi; io li faccio sedere alla mia tavola. Sono loro gli ospiti più degni nei miei banchetti luculliani.

PK – Carmelo, ho capito che oggi non è la giornata dei discorsi seri.

CB – Non essere serio sul palcoscenico non vuol dire per forza che lo si deve essere nella vita.

Fabula docet

In Salomè il corpo del protagonistaè “un corpo animato e gestito da matrone lascive”, come quello delle “scollacciate figure che davano spettacolo osceno di sé” nei teatri e nei crocicchi dell’antica Roma. L’esatto contrario degli attori tradizionali, definiti sprezzantemente come “guitti alla deriva, cani abbaianti in una cuccia sordomuta, ignoranti allo sbaraglio”.

Stultifera Navis

A circa vent’anni Carmelo finisce in manicomio per volere di suo padre, che cerca con un espediente di allontanarlo da colei che diventerà sua moglie. Ci resta soltanto due settimane, un periodo comunque sufficiente per capire cosa significa avere a che fare con camicie di forza, urla e disperazione. Ma il suo genio finisce per trionfare anche in un luogo come quello; i suoi monologhi sovraeccitati e istrioneschi catturano il plauso entusiastico degli internati e del personale paramedico. Da quella seppur breve esperienza ne esce arricchito. Il linguaggio disarticolato e caotico dei pazzi gli mette a disposizione una quantità di idee e di spunti da utilizzare a piene mani tanto nel teatro, quanto nel cinema. Si pensi al dialogo sulla barca tra il protagonista e Santa Margherita, fatto di frasi biascicate e prive di senso, ma estremamente suggestive, nel film Nostra Signora dei Turchi. A tale proposito, avrà a dichiarare che “era come stare dentro una macchina trita-linguaggio. Ti rendevi subito conto di essere capitato dalla parte giusta, dove il parlante era parlato. Ininfluente che tu parlassi il turco o l’aramaico. Si spalancava l’abisso del vanus flati.

Santi bevitori

“Qui Nuova York, vi parla Ruggero Orlando”. Ripreso dalla telecamera Rai, il celebre inviato nel grande Paese a stelle e strisce è chiaramente sotto i fumi dell’alcool. Ha appena bevuto mezza bottiglia di bourbon insieme a Carmelo, in attesa che l’amico termini il servizio per scolarsela fino all’ultima goccia.

Murano

“Ho pensato al vetro come materiale dominante, perché meglio di ogni altro si lascia influenzare, accendere, attraversare dalla luce. Sento l’esigenza di realizzare una mia Venezia interiore.” Sembrano parole estrapolate dal breve trattato che Paul Scheerbart scrisse nel 1914 dal titolo Architettura di vetro. Invece è un pensiero che attraversa la mente di Bene quando è a capo della direzione artistica della Biennale di Venezia, verso la fine degli anni Ottanta. L’idea dell’artista salentino era quella di installare una sorta di museo “tutto istoriato su superfici vitree” su uno degli isolotti lagunari, che doveva avere come fonte ispiratrice il Bafometto, illustrato a sua volta da “diapositive riproducenti una serie di originali grandi pastelli dello stesso Klossowski”. È quasi superfluo aggiungere che un progetto di tale portata non andò in porto, sia a causa dei costi sia per un grave malore che lo colpì nelle settimane successive. Sappiamo altresì che anche i progetti, ancora più audaci e originali, di Scheerbart vennero troncati dallo scoppio della guerra mondiale e dalla morte prematura. Figure geniali le loro e, al tempo stesso, caratteri opposti: vulcanico e irriverente l’uno, schivo e appartato l’altro. Accomunati tuttavia da un’idea di arte intesa come sviluppo e innovazione, in antitesi con la stasi e la pigrizia.

Apollo 11

“Hanno ragione quelli che alla luna abbaiano, non i poeti e tutti coloro che la blandiscono e che la lisciano per il verso del pelo. Se la si guarda attentamente la luna ha il colore delle pentole in acciaio inox, che alterano il sapore dei cibi. Un giorno porterò sul palco Galileo Galilei per farlo a pezzi! Non fu altro che un vecchio rincoglionito che non ebbe il fegato di difendere le proprie idee, come fece quel vero uomo, oltre che genio purissimo, che risponde al nome di Bruno. La luna ha le macchie (che qualcuno chiama “mari” soltanto per essere più carino verso di lei, come ho detto all’inizio). Indizio, questo, di una salute malferma e precaria; per tale ragione non dovrebbe essere fotografata, né tanto meno studiata. E se proprio la si vuole analizzare lo si faccia come con le malattie, nel segreto dei laboratori. Quasi nessuno sa che gli astronauti, una volta tornati dalla missione lunare, si sono gravemente ammalati e uno forse è addirittura morto, anche se i media hanno evitato accuratamente di diffondere la notizia. Perciò propongo, in chiusura di questo intervento, un appello a tutta la popolazione mondiale: oscurare la luna, renderla invisibile. Impedire a quell’orrendo grigio metallico di diffondersi sovra i tetti e in mezzo agli orti. Ciascuno scelga il modo e lo strumento che ritiene più efficace. Io sto usando la plastica cataro rifrangente dei fanali delle biciclette. Qualche risultato lo dà, ma non posso dire di essere pienamente soddisfatto.”

Chi disprezza compra

In pochi hanno disprezzato il cinema quanto Carmelo Bene. Secondo lui i film sono tutti uguali, dal momento che consistono in un unico “quadro in movimento”. È del parere che si tratti sempre dello “stesso film, illusoriamente differenziato in generi horror, western, spionaggio. Facciamone uno solo e mandiamolo in onda a ripetizione”. È poi ancora più duro quando definisce il cinema “artigianato sub-umano”, oppure che “la settima arte è la più spregevole poiché include tutte le volgarità delle sei che l’hanno preceduta”. È convinto che esso non ha mai avuto una valenza né culturale, né sociale e che il suo esordio è “servito solo a spaventare gli spettatori col treno che bucava lo schermo e piombava loro addosso”. E allora c’è da chiedersi perché Bene, messo da parte il teatro, si sia dedicato anima e corpo al cinema per alcuni anni e che sia riuscito a confezionare opere che – si pensi soprattutto a Nostra Signora dei Turchi – possono definirsi capolavori.Forse una risposta risiede in quella che è sempre stata la sua indole più profonda e alla quale non è mai riuscito a sottrarsi, che si manifestava in una voglia inesauribile di farsi del male, di violentare il suo corpo scavandolo fino quasi alle conseguenze più estreme. Non è un caso che in tutti i suoi film emerge la fatica fisica di un tour de force massacrante. “Una devastazione. Questo intervenire su un corpo morto per tirare i nervi e farlo esplodere come i cadaveri che scoppiano di gas nelle bare. Questo ho cercato nel cinema, ma partendo già disilluso”. Se ciò si potesse riassumere in una sequenza, ebbene quella che mostra la pellicola in bianco e nero calpestata, bruciacchiata, violentata all’interno di Nostra Signora è, forse, il paradigma perfetto del suo cinema.

Da attore ad attore

Nel primo anniversario della strage di Bologna il sindaco Zangheri gli propone una lettura dantesca, che dovrà fare dalla cima della Torre degli Asinelli. Molti politici insorgono e in particolare Massimo Pini, fedelissimo di Craxi, bolla l’idea come una pagliacciata. Nella notte che precede l’evento il telefono di Carmelo squilla e, dall’altra parte del cavo, la voce del Segretario sentenzia: “Non preoccuparti, Pini non è in grado di capire noi attori; la vanità dell’essere fischiati vale più di mille ovazioni”.

Disquisizioni teologiche

“Quando Egli sarà manifestato, noi saremo simili a Lui perché lo vedremo così come Egli è”, si legge nella prima lettera di Giovanni Apostolo. Bene sembra a prima vista non voler contraddire queste parole, quando afferma che il fulcro della vita consiste nel “vedere la Madonna o non vederla”. Cambia soltanto, diremmo così, lo statuto del vedente in quanto, a vedere la Madre di Nostro Signore, sono i cretini. Salvo correggersi parzialmente subito dopo, quando dice che “ci sono cretini che non hanno visto la Madonna” e che lui si annovera tra costoro. D’altra parte, su questo e altri argomenti affini si dibatte già da un po’ di tempo, poiché la “religione è una parola antica” e “chi non pensa alla morte è forse immortale”.

(G)atto unico

Carmelo l’aveva battezzata Gatta (“femminile di gatto”). Andava e veniva nella sua villa di Otranto, come fanno più o meno tutti i felini. Di giorno a poltrire sui sofà, di notte a immergersi negli agrumeti e tra i fichi d’india. Mentre passava le ore chinato sullo scrittoio, all’improvviso un leggero soffio d’aria gli sfiorava la guancia: Gatta era lì seduta che lo guardava ammiccando, come fanno più o meno tutti i gatti. Ma quello era proprio il suo di gatto, e si diceva che lui ne andasse fiero. Un giorno, tornato da un incontro con il pubblico – uno dei tanti nei quali, come di prammatica, si era sfiorata la rissa – gironzolava, come faceva spesso, per il giardino, forse per scaricare la tensione e la rabbia accumulata in quella come in altre volgari tenzoni. Dietro un cespuglio scorge il corpicino, già irrigidito, dell’animale. Morto all’improvviso (“la mattina stava benissimo”) o, forse, avvelenato “da quei due o tre sfaccendati mascalzoni che sempre si aggiravano nei paraggi della mia abitazione”. Qualcuno disse che quella sera Carmelo pianse: evento assai raro nella sua vita. Il motivo si spiega forse nel fatto che quel gatto era unico, mentre lo stesso non si può dire per il gregge umano.

Giù il sipario

I muri di una casa possono diventare come le mura di una prigione. E allora per uscirne bisogna aprirsi un varco a mani nude: graffiando l’intonaco, prendendo a pugni i mattoni. Ed è ciò che ha fatto Carmelo Bene lungo il corso della sua vita: quella di un uomo e di un artista che, per dirla in un certo modo, non ha mai badato a spese. Ha infierito sul suo corpo, non potendolo fare sulla sua anima alla quale, peraltro, non ha mai creduto. Lui che con la gestualità e l’eloquio voleva travolgere tutto, forse è riuscito soltanto ad aprire una piccola breccia in quelle mura, una feritoia che gli ha permesso appena di guardare cosa c’era nei dintorni, laggiù di fuori. Una finestrella sul mondo, dalla quale poter fare entrare un po’ del profumo di zagare del suo Salento. Anche se, più che ai profumi, egli ci ha abituati agli odori acri e sgradevoli, al tanfo di corpi in disfacimento (“il corpo: questa putrefazione a grumi”). Così definiva il proprio: un feto che sotto varie trasformazioni arranca fino alla morte (“la morte, è così incipiente. È un incipit”). Egli ha più volte dichiarato che il tempo della vita non esiste (“Non festeggio né lutteggio i miei anniversari”) e che l’umanità è tutta racchiusa nei suoi personaggi: sagome leggere che scompaiono dietro un cespuglio, ossame lambito dalle onde su una spiaggia. Resta allora uno sguardo, il suo, che corre lungo le pareti della casa, un corpo avvolto in un pulviscolo di solitudine.

Nota

Chiacchiere da bar è ispirato all’incontro avvenuto in un caffè nei pressi dell’Opéra-Comique di Parigi nel 1977, come segnalato nel saggio di Giuseppe Zuccarino, Bene e Klossowski. Forme di un dialogo, in Da un’arte all’altra, Edizioni Joker, 2009, pp. 59-66.

Lascia un commento