…Perché alla fine e li che si arriva – dove arriva il tuo Ulisse, uomo che, da fermo, sospeso il viaggio, si dedica a parlare – per ritentare un viaggio che era stato accecato dai fatti, dalla loro ostruzione, parati davanti, onniscienti in primo piano – ora affidati alla voce, al suo tono mutevole, onorando ancora una volta il respiro, il suo spirare, forza mitica che aleggia per tutto il poema. Questo poema della voce non mette la propria voce al riparo, convenzionalmente destinata a dire, quindi fuori dal dire, garantita da un’altra legislazione, da un patto fidato: essa, la voce, e quella che rompe, forzatamente, forse illegalmente, il grande silenzio, come sembra accadere, in modo magistrale, nella grande sceneggiatura delle Sirene. Il tema delle Sirene mi sembra introdotto, con facilita e chiarezza, già prima, come un prossimamente al cinema:
Mentre la nave oscilla e il sonno si avvicina
[resto sveglio.
Le sirene potrebbero, invisibili, cantare…
Se dormissi anch’io, sentirei.
[…]
Dovrò essere sentinella
del canto futuro,
sentinella
del presente silenzio
Dunque Ulisse ha capito come stanno le cose: le Sirene non cantano se non nel nostro sonno. Sono davvero loro? – e loro la voce che si alza nel fragore
delle onde? – o e la nostra voce, il grido che emettiamo di fronte al loro silenzio? Ogni voce che renda conto di noi, del nostro sgomento, e soltanto nostra? Noi siamo il clamore di noi stessi, senza esiti ulteriori, senza portare aiuto o giustificazione? Mentre le scene si sovrappongono, caotiche, nel turbine del mare – ora sono Sirene, ora mostri rocciosi, forse già Scilla e Cariddi – nessuno dei naviganti, con le orecchie tappate con la cera, distingue più tra dentro e fuori – e il non udire – perversa mutilazione – solleva le grida interiori, fino alla follia:
Con le strida
ci uccideranno come accade da secoli.
Ecco le rocce fatali: e la leggenda,
la fine, l’inganno.
Ma nel cavo delle orecchie
e la cera, non sentirete le sirene.
Legatemi all’albero maestro,
legatemi ora, le corde alle ossa,
le sentirò io per voi,
idoli in mezzo alla schiuma,
uccelli maestosi con volti di donna.
Ma nessun marinaio smette di gridare:
a lui solo
appartiene il suo urlo
come alla notte le rocce strette,
sua e la leggenda,
sprofondato nelle sue, non solo sue,
lacrime per le sirene mortali.
La voce e dunque la nostra resistenza e generosità? – come nostro più intimo simulacro, essa nasce a fronte dell’irrimediabile, magnifico e pauroso – essa e il nostro immediato che inverte la rotta, come il respiro, perennemente? Questa voce, mentre risuona nella grotta, dove vivono le immagini, i sensi che inventano le loro dita, le mani, e quella che non esige di giungere oltre la portata dei polmoni: essa rimane pronuncia, nel breve tempo, lealmente.
Angelo Lumelli
(2023)
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Il testo di Lumelli, di cui qui si riporta il finale, appartiene alla postfazione che Angelo ha scritto, nel 2023, per il mio libro Tornare è la grazia (prefazione di Angelo Lumelli, postfazione di Isabella Bignozzi), pubblicato da puntoacapo nel gennaio del 2026.

