
Sulla riconciliazione – A partire da Troppo risplendere di Andrea De Spirt
Così è per questo che anch’io adesso ho deciso di impazzire. Perché voglio trovare il Guaritore e provare a salvare H. (Troppo risplendere, A. De Spirt, Il Saggiatore, 2026, Milano, p. 15)
L’ultimo lungometraggio per il cinema di David Lynch, Inland Empire, ha il suo massimo pregio nel ritirarsi – come spesso in Lynch ma qui più che altrove – dalla rappresentazione. La aggira, quantomeno. Perché doveva esserci un modo tramite cui l’immagine stessa fosse traumatica, ragionasse come il trauma, lo mimasse fin nel microscopico del frame. Al che Lynch ha provveduto, per esempio, a creare grana nel girato tale da rendere faticosa, non accomodante, la visione. Si è d’accordo sul fatto che qualsiasi prodotto è allegorico, cioè a dire: per quanto ingegnoso possa essere il lavoro, la “cosa stessa” non è riproducibile – “riproduzione” presuppone già questa distanza. Nondimeno, Lynch ha sempre lavorato sulla proprietà linguistica, sulla capacità dell’inquadratura non di dimostrare, per esempio, il trauma, ma di incarnarne il funzionamento.
Premessa, questa, per parlare del romanzo Troppo risplendere, edito quest’anno da “Il Saggiatore”, di Andrea De Spirt.
La trama non esiste; esistono indicazioni, vettori minimi di orientamento che non sfociano mai in personaggi volitivi, turning point o codici drammaturgici.
Abbiamo un narratore che, attraverso la mediazione di tale alpinista-regista (regista di cosa, non è dato sapere) Johann Ull, vuole salvare H., ex moglie, da un coma, o comunque da una condizione che le impone il sonno. Johan Ull è il tramite per Onement, per il Guaritore. Onement passa dall’essere la tela di Barnett Newman all’essere personaggio, all’essere luogo di approdo, laddove del Guaritore sappiamo solo quello che ci dice il nome stesso.
Problema preliminare di De Spirt – come in Lynch – è la possibilità dell’esegesi. Il lavoro ermeneutico stimola ed è utile (e dunque rende utile la critica) quando non si chiude nella decodifica del simbolo ma apre, e continua ad aprire, ventagli di pensabilità che sorgono dall’opera, che ne derivano, ma che si spingono in discorsi diversi. In De Spirt è deliberata (perché suggerita in frasi non esplicative ma di orientamento, un meta-discorso che talvolta emerge) la scelta di non-chiusura come scelta etico-estetica, e spiazza la posizione che occupa questo romanzo, la cui controtendenza sta nella performatività della frase (il discorso più sopra su Lynch) e sulla rinuncia a ogni consolazione. La consolazione avrebbe anche solo potuto consistere nell’appoggiarsi su un principio narratologico; De Spirt rifugge qualsiasi ricatto. Il lettore è chiamato in causa, e il lettore capisce di essere chiamato in causa dopo cinque pagine. Sarà attivo, il lettore, o non ci sarà lettore.
Troppo risplendere si articola in sezioni che ricorrono. Il diario del narratore e le sue lettere ad H.; la scena-refrain che vede il nostro e H. nel tentativo di rispondere al problema morale del male minore (Thomson) e, infine, i dialoghi con Ull per scoprire le condizioni, i doveri, le istruzioni, tutto quanto necessario al raggiungimento di Onement, all’incontro con il Guaritore.
At-one-ment: “riconciliazione”. Si capirà meglio perché il romanzo non possa essere ridotto a una tesi centrale. Troppe le ramificazioni, e anche le contraddizioni, gli scarti rispetto al nucleo. Negare l’esistenza di un nucleo sarebbe anche legittimo; com’è legittimo, pure, tentare di trovarlo.
E quindi, riconciliazione. La parola è refrain, motivo che ricorre quasi in ogni capitolo. Una volta terminatolo, si può vedere retrospettivamente il testo come l’incarnazione (non rappresentazione, perché ben poco c’è di “rimandabile a”) di un’idea di matrice orientale (l’Oriente che torna ovunque nel testo): la differenza che si dissolve. Troppo risplendere performa l’indifferenziazione tra percipiente e percepito, e quindi la totale indifferenziazione ontologica e impossibilità di gerarchizzare gli elementi del mondo, a favore di una totalità che ha in sé tutte le cause e tutti gli effetti, nella quale non si sa dove finisca la mano e inizi il fiume in cui la si è inserita.
Il testo lavora come i grandi testi nella misura in cui non conferma la tesi. Non la smentisce, ma procede malgrado la stessa, rifuggendo un incasellamento che sia definitivo. La riconciliazione è quella che il narratore spera per lui e H., in prima istanza. Ma, come detto, quanto si svolge a partire dal nucleo crea l’eterogeneità necessaria a un testo perché il lettore vi si possa abbandonare, possa viverlo come esperienza e non trattazione di una tesi filosofica. E questo risultato – l’esperienza – è tanto più grande se si considera che De Spirt non lavora con personaggi e intrecci ma, al massimo, con archetipi.
Dunque, il narratore ha deciso di impazzire. Questo solo il modo per salvare la sua H.
Lei mi ha guardato e non ha detto niente. Io l’ho guardata e non ho detto niente. C’erano solo le parole di Ull nella mia testa: se non stai bene dove stai è perché non dovresti essere dove sei. (ibidem, p. 27)
Di già il lettore è immerso in idee paradossali, che evadono dalle strutture filosofiche dell’Occidente. È chiamato, il lettore, a far convivere gli opposti; resisterà fino al momento in cui sarà inevitabile, per affrontare il testo, accettare che non c’è nulla di simile, nel testo, al concetto di “opposizione”.
Così forse non scegliamo mai davvero. Nessuna scelta. Tutto invece è movimento. Respiro. Ogni passo. Tutto già predisposto. Già predestinato. Ma non riusciamo ad accettarlo. Non riusciamo ad arrenderci all’evidenza che tutto accade. Che ogni cosa accade. E noi possiamo solo raccontare. (ibidem, p. 34)
Qui vediamo l’emersione del meta-discorso: testimoniare all’interno di una totalità. La totalità non ha esterno, non può averlo. Rifiuto del meta-linguaggio (differente dall’autoriflessività) è forse questo: accettare che non esiste un punto di osservazione che sia esterno al mondo. Invischiati, possiamo solo registrare.
Il nostro, avanzando, capisce che “vuole avere il coraggio di restare nelle cose come sono”.
Non c’è falsa neutralità, in De Spirt, ma certo nemmeno militanza. Detto questo, il romanzo pullula di idee sul concetto di obiettivo, di meta, che oggi vengono definite pazze. Avere come obiettivo il non cambiare niente – e di nuovo la visione paradossale che il romanzo non predica ma possiede come fibra, come unità cellulare.
A Onement si trova il Guaritore. Procedendo come un’ascesa, come un movimento verso la purificazione, ci sarà un deragliamento, nel finale. Dopo la suddivisione in capitoli, tutto confluirà in un periodo lungo in cui sarà cangiante il narratore, che passerà dall’essere se stesso all’essere H. all’essere Ull: tale la riconciliazione.
Nel coraggio di stare nelle cose, di non cambiarle; e poi la ricorrente metafora dell’arco: l’unico modo per non sbagliare, per colpire il bersaglio, è non mirare. Riconciliazione, quindi, come accettazione attiva. Come dismissione della volontà che ci fa incistare, quella di voler modificare le cose.
H. trova spazio diegetico solo nei capitoli in cui discute col narratore interrogandolo. Stai guidando un treno e ci sono delle persone legate ai binari che verranno uccise, ma se svolti hai la possibilità di ammazzare “solo” un uomo grasso (Thomson).
Non cavano un ragno dal buco.
Nell’ultima ricorrenza di questo ritornello (ibidem, p. 80-81), H. ripete che tutto si gioca sulla leggerezza, perché “se ci pensi troppo a quando scansarti, cadi”. Prima di soffiarsi il naso, H. lascia il nostro ricordandogli cosa gli disse durante il loro primo incontro: “non esiste davvero ciò che va e viene”.
Ecco di nuovo la compattezza, l’inscrizione del cambiamento in un tempo circolare che rende il cambiamento funzione interna di un sistema non solo chiuso ma – come detto – impossibile da trascendere. E che quindi rende idiota colui che desidera cambiarlo e saggio colui che si pone come obiettivo quello di restarvi.
Un restare che è contemplazione, mano indistinta dal fiume in cui la si immerge, ma anche – nel meta-discorso del libro – funzione etica del raccontare. Restare per dire, e dire soltanto perché non si può fare altro.
Così Johann:
Vedi, il problema è che tu immagini che trovare il Guaritore sia qualcosa di entusiasmante, che dopo sarai sempre felice, che salverai H e che finalmente troverai il tuo richiamo e vivrai in uno stato continuo di beatitudine. Ma se potessi darti un qualche barlume di questo stato, di cosa succederà se lo trovi, tu non vorresti più saperne del Guaritore e del richiamo. Ora continua a camminare e sparisci. Non farti più sentire. (ibidem, p. 90)
Altro leitmotiv in De Spirt è la critica all’umanissima smania di dare un significato alle cose, quando semplicemente, così l’autore, esse si danno come esperibili. E altrettanto umana è la domanda del senso, il narratore non si dà tregua, ma solo capire che il senso del viaggio si riduce al viaggio consentirà di raggiungere la meta, perché, dice Johann a più riprese, tutto è già qui. Nella convivenza degli opposti, nella deposizione del volere, un conseguimento immateriale: quello di fare tutt’uno con il mondo.
Ed è con la riconciliazione – articolata anche attraverso la fine dei capitoli in virtù di un flusso unico – che si chiude il libro.
dicono che il corpo sarà vivo, il cervello sarà vigile, ma non ci sarà né mente né pensatore
nessuno nasce diviso, mia H, e se non riesci ad arrivare è perché rifiuti le conseguenze dell’arrivo
Senza le giuste istruzioni, mia H, i tuoi movimenti fisici saranno ripetitivi, qualcosa di simile a una nuvola di memoria, pensieri e sentimenti che diventeranno troppo grandi per lasciarti andare e arrivare alla riconciliazione.
ma non c’è nulla che possiamo fare, mia H, per diventare quello che già siamo. (ibidem, p. 145-150)
Contro il ricatto del narrare, la prosa tende al lirico, la struttura all’inconsumabile; progetto artistico, esperienza estetica del tutto inattuale, Troppo risplendere propone una letteratura contro ogni programma di “funzionalità” e “finalizzazione”. Esempio di libertà, riesce dove riesce Lynch: nel disorientamento che conduce alla decifrazione; la quale decifrazione, pure, dà non sulla risposta edibile e maneggiabile, ma su altre domande.
