Omaggio a
Quella strana illusione dell’occhio. Sogni e visioni dalla Collezione Giacosa–Ferraiuolo, 27 novembre 2025-domenica 29 marzo 2026. Un viaggio nell’immaginazione, nell’inconscio e nelle distorsioni dello sguardo. La mostra raccoglie opere di artisti emergenti, ma anche storici e art brut, che raccontano mondi interiori attraverso visioni ipnotiche e sconcertanti. Un percorso unico tra illusioni, simboli e sogni. In mostra: Félicien Rops, Jacques Callot, Hans Bellmer, Marcel Mariën, André Masson, Man Ray, Carlos Alonso, Frédéric Schröder-Sonnenstern, Charles Dellschau, Noviadi Angksapura, Marilena Pelosi, Julien Langedorff, Didier Boulestier, Stéphane Blanquet, Jean Michel Hannecart, Marcelo Bordese, Christine Jean, Antoine d’Agata, Carolle Benitah, Leon Levinstein, Mettraux, Blaise Hanquet, Paolo Paleotti, Rebecka Tollens, Marcelo Torretta, Oscar Suarez, insieme a opere anonime del XX secolo.
A cura di Gustavo Giacosa, con Christine Jean, Debora Zafferano e Fausto Ferraiuolo.
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A Gustavo e Fausto
Non Icaro
Un sogno di Léon d’Hervey de Saint-Denys (1881).
In cima alla torre guardo il cielo e poi mi getto nel vuoto, verso il prato, piccolo come un punto. Un attimo prima di vedermi sfracellato, mi sveglio. Prendo un foglio e dipingo con attenzione la traiettoria del mio corpo: segno un punto, nella parabola della caduta, un metro prima dell’impatto col suolo. Mi riaddormento e sogno la torre per la seconda volta, mi getto ma precipito con maggiore lentezza; a un metro sopra la terra resto sospeso e mi sveglio. Prendo ancora il foglio e segno un nuovo punto nella traiettoria della caduta. Riprendo a dormire. Ancora la torre, ancora il volo. Ma questa volta resto alto nell’aria, guardo gli uccelli, osservo la luce del sole. Io, Léon d’Hervey de Saint-Denys, nell’anno di grazia 1881, io, non Icaro, dimentico cosa significhi cadere. Dimentico, per tutta la durata del sogno, le sciocchezze della gravità terrestre.
L’uomo di notte
A Gérard de Nerval, da Emile Blanche.
Passy, 15 ottobre 1854
Caro Monsieur de Nerval, le farò recapitare questo biglietto questa notte stessa: annoti i suoi sogni. La prego, li annoti! Ne parlavamo tre mesi fa, in una conversazione funestata da molti suoi deliri su regni favolosi e imperatrici orientali. Li trascriva su un foglio di quaderno, anche se dovesse svegliarsi a notte alta per farlo. Per curarla, devo arrivare a conoscere le differenze fra vita diurna e vita notturna dentro di lei. Prenda appunti dei suoi sogni reali, notte dopo notte, e non mi inganni con le fantasie dello scrittore sveglio, il Nerval che tutti conosciamo attraverso i suoi libri. È mia modesta opinione che non si siano ancora pronunciate parole decisive sulla scienza dell’oniromanzia e che molti dei medici che esercitano funzioni psichiatriche sul territorio francese trattino questi prodotti della mente solo come le scorie di un corpo addormentato dal sonno. Li trascriva, per assurdi che siano (non sarà certo lei a stupirsi che esistano cose assurde nella mente umana), perché io voglio decifrarli. Lo faccia con scrupolo, senza alterare quello che ricorda, fingendo di non essere uno scrittore (anche se, in fondo, gli scrittori trascrivono, anche in stato di veglia, qualcosa hanno rimuginato in sogno). Lavori in questo senso, Nerval. Non lasci Passy, non fugga a Parigi. Ogni sera metta qui, sul comodino, un foglietto con le note dei sogni: l’infermiere lo ritirerà il mattino dopo e, nel pomeriggio, i miei occhi lo leggeranno. Poi, il giorno dopo, ne parleremo insieme. Non aggiunga nulla. Ripeto: non complichi quello che ha sognato con le sue fantasticherie. Li trascriva semplicemente, così come li ricorda. Se c’è una speranza di guarire, per lei, potrebbe passare attraverso la nostra comune lettura di questi sogni apparentemente privi di un senso comune. Lei ha grande esperienza di cose che hanno perso il loro senso, Monsieur de Nerval. Cominci ad aver fiducia nel mio essere medico. Questa fiducia può esserle utile più che il desiderio di allontanarsi da noi, credendo di essere guarito.
Suo Emile Blanche
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Passy, 24 ottobre 1854
Sono trascorsi nove giorni e non le ho più scritto. Mi perdoni ma ho letto i sogni che ha avuto la gentilezza di trascrivermi e non ho più parole, non riesco a trovarne. Le sue immagini sono dolci, decisive, essenziali. Non so affatto come decifrarle (mi illudevo di poterlo fare). Non so come guarirla dalla sua malattia, anche se lo credevo possibile. Non so neppure se sarebbe utile farlo. La sua scrittura lascia noi, scienziati, secoli lontano. I suoi sogni sono un libro straordinario e irripetibile, che spero in brevissimo tempo di leggere stampato: sarebbe un dono per l’intera umanità. Le consiglio un titolo: L’uomo di notte.
Grazie, Gérard.
Suo Emile
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Passy, 30 ottobre 1854
Carissimo Blanche…
E se riempissi centinaia di pagine solo con queste due parole “Carissimo Blanche”… Non ho bisogno di essere capito: devo solo estendere me stesso sulla carta dei miei fogli. Perché non riesco più a vedere castelli? Non mi sembra giusto. I castelli sono soglie meravigliose. Guardarle è già vivere dentro nidi stupendi di uccelli regali. Ma nessun uccello è regale, perché non tollera mura al suo volo. Il castello è fumo, come i ponti appena traversati. L’uomo di notte è un fenomeno naturale. Non esiste che l’uomo di notte.
Gérard


